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Barone Giuseppe Spedalieri

I personaggi illustri di Bronte, insieme

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Esponente dell'esoterismo cristiano, martinista, massone, intellettuale

Giuseppe Spedalieri

Rampollo di una delle più potenti famiglie filo ducali di Bronte, visse a Napoli e a Marsiglia. I suoi trascorsi sono un’occasione per approfondire I Fatti di Bronte

di Luigi Putrino


Le origini

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Nicola Giuseppe Luigi Saverio Spedalieri (o Spitaleri), noto come Barone Spedalieri, nacque a Bronte il 21 gennaio 1812, da don Gioacchino Giuseppe Maria e donna Maria Carolina de Graefer[1].

Fu apprezzato uomo di cultura, esperto di esoterismo cristiano, massone, martinista e, secondo alcuni, pure rosacrociano, mazziniano e carbonaro.

Lasciata Bronte si trasferì a Napoli e poi a Marsiglia, dove si stabilì e il 23 aprile 1840 sposò Marie Elisabeth Claire Viau[2].

Si spense a Marsiglia il 16 dicembre 1898, dov’è sepolto con la sua seconda moglie, Antonina Spedalieri (deceduta nel 1871), nella tomba che il Barone fece costruire per entrambi[3].

Questa famiglia fu una fra le più influenti di Bronte, molto vicina e in affari con la Ducea Nelson[4], dove don Gioacchino ricoprì l’incarico di segretario dal 1802 (appena sedicenne) al 1816[5]; inoltre, furono sindaci di Bronte sia il nonno paterno del Barone, don Nicolò Spitaleri, dal 1803 al 1806[6], sia il padre dal 1818 al 1820[7].

Il nonno materno fu John Andrew Graefer[8], di origini tedesche, botanico del giardino della Reggia di Caserta, primo amministratore della ducea Nelson, che nel 1799 si trasferì a Bronte (dove morirà il 7 agosto 1802) con la sua seconda moglie[9], Elizabeth Dodsworth (sposata il 19 dicembre 1791, di origini inglesi, amica di «Emma Hamilton e della regina di Napoli»[10), e con la figlia, Maria Carolina (nata il 15 ottobre 1794, così chiamata in onore della moglie di Ferdinando IV)[11], la futura sposa di don Gioacchino Spitaleri (nato il 18 agosto 1786), dalla cui unione nascerà il nostro Barone[12].


Dall’appellativo don al titolo popolarmente riconosciuto di barone

Nessun casato di Bronte, a nome Spedalieri o Spitaleri, risulta nel Nobiliario di Sicilia, dove, invece, sono presenti gli Spitaleri di Muglia[13] di Adrano, famiglia proprietaria di vaste distese di terreni[14].

Se ne dedurrebbe, di conseguenza, che agli Spedalieri di Bronte fosse riconosciuto un “baronaggio” feudale, in quanto benestanti, per cui un “titolo” privo di formale attestazione regale; ma non può escludersi una diversa acquisizione o un tentativo di auto nobilitazione[15].


La permanenza a Napoli e l’interesse per l’esoterismo

Nel repertorio del 1825 della Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia – Ripartimento Polizia, conservato nell’Archivio di Stato di Palermo, alla data del 3 gennaio 1825 risulta elencato un «memoriale» del «dottor Gioacchino Spedalieri (o Spedaliere) da Bronte dottore in legge, attualmente in Napoli per continuare nel suo servizio di Ufficiale in una delle Sezioni degli affari di Sicilia»[16].

Da ciò si deduce che don Gioacchino, padre del Barone, ricoprisse tale incarico a Napoli almeno dal 1824.


 

Il Barone Spedalieri fece parte di importanti circoli culturali euro­pei dell’800. In Sicilia diffuse l’obbe­dienza mas­so­nica alla quale sarebbe appar­te­nuta la loggia dove furo­no affi­liati nel 1860, appena giunti a Pa­ler­mo, Giu­seppe Gari­baldi e Nino Bixio.
Deceduto e sepolto a Marsiglia, i segreti del Baro­ne sarebbero custo­diti nella biblioteca eredi­tata dalla nipote Laporte.
Benedetto Radice, storico e atten­to osserva­tore dell’epoca, strana­mente nelle Memorie storiche di Bronte non lo cita.

Inoltre, nel 1833 don Gioacchino, sempre a Napoli, fu Capo della Sezione per gli Affari di Sicilia, come viene attestato nel certificato di nascita del figlio Luigi, Salvatore, Epifanio, Francesco di Paola (supra, nota 1).

Durante la permanenza napoletana della famiglia, l’età di Nicola Giuseppe Spedalieri è compresa tra i 12 e i 21 anni ed è in questo periodo che sarebbe maturato il suo interesse per l’esoterismo; in assenza di notizie storiche, una delle ipotetiche ragioni potrebbe rinvenirsi nel giardino inglese della Reggia di Caserta, realizzato dal nonno John Andrew Graefer e, successivamente, curato dai suoi figli, zii materni del Barone, i quali nel 1799 non seguirono il padre a Bronte e continuarono ad occuparsi del giardino.

«Il Giardino Inglese, nato per volontà della regina Maria Carolina dietro suggerimento di Lord Hamilton, venne realizzato dall’esperto botanico John Andrew Graefer, giunto apposi­tamente dall’Inghilterra, in collaborazione con l’architetto Carlo Vanvitelli.
Maria Carolina, adepta della massoneria napoletana, volle nascondere nel giardino una sorta di itinerario iniziatico (…) dove vegetazione e architettura si fondono in una cornice fantastica e simbolica
»[17].
Maria Carolina «appare essere (…) la vera ispiratrice del progetto “occulto” del Giardino Inglese. Vicina alle logge della massoneria mitteleuropea e napoletana, alla sovrana andrebbe ascritta la decisione di fare del Giardino Inglese un vero e proprio percorso iniziatico.
Un percorso che Graefer, il giardiniere inglese cui viene affidata la creazione del sito, riuscirà a realizzare grazie ad un sapiente accostamento di essenze arboree e realizzazioni scenografiche
»[18].

L’influenza della Regina, i contatti con la borghesia e gli ambienti culturali napoletani dell’epoca e la realizzazione e la cura del giardino, potrebbero essere all’origine di un interesse per l’esoterismo dei Graefer e di conseguenza del Barone, soprattutto a seguito del trasferimento (intorno al 1824) a Napoli del padre Gioacchino, che così si avvicinò ai cognati.

Inoltre, la nonna materna del Barone, Elizabeth, per l’amicizia con lady Hamilton e con la regina Maria Carolina, induce a supporre che facesse parte con loro della massoneria napoletana di cui era adepta la Regina.

Anche Maria Carolina Graefer e il marito Gioacchino, pertanto, potrebbero essere stati “iniziati” dalla madre di lei, visto che morì nel 1815, per cui quando la figlia era già ventenne e il genero aveva ventinove anni.

Insomma, è ipotizzabile che già a Bronte il giovane Giuseppe avesse respirato quell’aria esoterica.


Le notizie esoteriche e “storiche” sul conto del barone Giuseppe Spedalieri

Umberto Eco, ne Il pendolo di Foucault, scrive che nel «1875 Helena Petrovna Blavatsky fonda la Societa Teosofica. Esce Iside Svelata. Il barone Spedalieri si proclama membro della Gran Loggia dei Fratelli Solitari della Montagna, Fratello Illuminato dell'Antico e Restaurato Ordine dei Manichei e Alto Illuminato dei Martinisti» (Bompiani, 1988, pag. 259).

Gaetano Lo Monaco, con l’articolo Un iniziato siciliano: Nicola Giuseppe Spedalieri, apparso sulla rivista scientifica Agorà (anno I, n° 3, Aprile-Giugno 2000)[19], riapre il dibattito sulla figura del barone Spedalieri (che grazie a questo periodico, oltre un decennio fa, attirò l’attenzione di chi scrive).

Evidenziati «intelletto e grande erudizione (parlava correttamente il francese e l’inglese)» e la consacrazione del Barone «poco più che ventenne allo studio delle dottrine esoteriche», l’Autore ne ricorda i rapporti con Eliphas Levi e con «Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), fondatrice della “Società Teosofica”, di cui il barone era membro, Anna Bonus Kingsford (1846-1888) personalità di spicco nell’ambiente occultistico inglese, e Papus, al secolo Gerard Encausse (1865-1916), il “papa nero” dello occultismo francese».

Secondo Lo Monaco «sembra che l’aristocratico brontese fosse affiliato ad una importantissima organizzazione iniziatica neorosicruciana denominata Hermetic Brotherhood of Luxor, a cui pare fossero legate personalità politiche e culturali di prim’ordine».

Da Lo Monaco si apprende pure dell’esistenza di un’immensa biblioteca del barone Spedalieri, ereditata dalla nipote madamoiselle Laporte; appare plausibile ipotizzare che in essa il Barone conservasse anche carteggi personali.

Come vedremo, però, altri si sono occupati del barone Spedalieri.

Si scrive che a Napoli, il noto avvocato Giustiniano Lebano «certamente fece parte, assieme al Barone Spedalieri e a Pasquale De Servis allora sottufficiale del genio Borbonico, di un circolo martinista operante a Napoli, sin dalla fine del settecento in stretti rapporti con la “società magnetica” di Avignone facente riferimento ad Eliphas Levi»[20].

Sempre con riferimento al martinismo è sostenuto: «Sotto il nome di Martinisti Napoletani i discepoli di Eliphas Levi ed i suoi biografi designano un gruppo di discepoli italiani del Maestro, cittadini del Regno delle Due Sicilie, fra i quali principalissimo il Barone Nicola Spedalieri che era «napoletano»... di Catania e cioè siciliano e come tale cittadino del Regno di Napoli «al di là del Faro», come allora si diceva.
Oltre allo Spedalieri, notissimo anche per le opere che il Maestro gli ha dedicato, va ricordato l'avvocato Giustiniano Lebano, da Torre Annunziata (…).
Un altro napoletano di Portici, sempre nella zona vesuviana, fu Pasquale de Servis, figlio naturale di Francesco I di Borbone Due Sicilie, emigrato a Parigi per motivi di lavoro, venne pur'esso in contatto con la cerchia di Eliphas Levi e fu accolto come discepolo dal Maestro (…). Anche il De Servis istruì e guidò discepoli in Italia conservando ottimi rapporti con lo Spedalieri e col Lebano (…).
Oltre a
[Giuliano] Kremmerz (pseudonimo di Ciro Formisano, n.d.r.) un altro porticese, comunemente ritenuto figlio di Ferdinando II Due Sicilie, Gaetano Petriccione che portò lo pseudonimo di Morienus, fu discepolo prima del Lebano e poi dello Spedalieri, che conosceva la sua origine regale e lo stimò degno dell'Arte Regia iniziandovelo»[21].

Tale Nelchael, nel suo Dalle lettere di Eliphas Levi al Barone Nicola G. Spedalieri, sostiene che lo Spedalieri «già prima dei suoi 20 anni si dedicò agli studi esoterici divenendo appassionato cultore di Luis Claude di Saint Martin. Fu assiduo frequentatore degli ambienti iniziatici napoletani, conobbe Pasquale de Servis (maestro Izar), Giustiniano Lebano (Sairitis-Hus) e l’abate Antonio Marino (insegnante al Saint Sulpice di Parigi ed iniziatore alle scienze occulte dell’allievo Eliphas Levi, nonché aderente al Rito Egizio di Cagliostro). E fu a Napoli che Nicola Spedalieri ricevette l’iniziazione agli “Arcana Arcanorum” che continuò a seguire anche quando si trasferì a Marsiglia per curare gli interessi della famiglia, divenendo anche lì prima membro del Misraïm dei Bedarride e poi del Rito di Memphis.

Fu il Barone Spedalieri che diede forza e vigore al Rito di Memphis in Sicilia»[22].

Sempre Nelchael, in Il rito di Memphis a Palermo in Sicilia, asserisce: «Fu soprattutto a Palermo ed a Catania che il Rito di Memphis prese forza e vigore per opera del barone Nicola Giuseppe Spedalieri (1812-1898) che all’età di 30 anni dimorò a Marsiglia dove frequentò il Rito di Misraïm e prese contatti con i fratelli Bedarride. Dopo una scissione del Misraïm seguì la corrente di Jean Marie Ragon ed aderì al Rito di Memphis.

Si era radicato tanto in Sicilia questo Rito che Giuseppe Garibaldi, quando sbarcò durante l’Impresa dei Mille, si fece iniziare a Palermo, assieme a Nino Bixio, agli Alti Gradi del Rito di Memphis nella Sede Massonica di Palazzo “Conte Federico” in via dei Biscottari»[23].

Un M. di J. Alias Ilkar, infine, sostiene: «Il giovane Giuseppe Spedalieri sin dai vent’anni intraprese gli studi ermetici. All’età di trent’anni per curare gl’interessi della famiglia fissò una nuova residenza a Marsiglia dove entrò in contatto con la massoneria egiziana del Misraim fondata dai fratelli Bedarride.
Giuseppe Spedalieri successivamente passò al sistema Ragoon creato nel 1838 dalla scissione del Misraim, e poi da lui diffuso a Palermo e a Catania nel 1848. Le sue inclinazioni politiche lo portavano a simpatizzare per la Carboneria, e quindi per la rivoluzione repubblicana.
Il Lebano lo incontrò durante la sua temporanea permanenza a Parigi negli ambienti rivoluzionari dove i due scambiarono le loro idee politiche e massoniche (…)».

Sempre secondo questo Autore, «con Dumas, e l’amante di questi Emilie Cordier, il Lebano dovette partire in treno da Parigi per Marsiglia dove incontrarono il Barone Spedalieri. Quindi noleggiarono la goletta francese “Emma”, riempiendola di munizioni e armi per i rivoluzionari siciliani, prima approdarono a Genova quindi ripartono per Palermo dove il sei giugno del 1860 consegnarono le loro armi a Garibaldi»[24].


Il Barone Spedalieri, la Carboneria e I Fatti di Bronte

Gli scritti del paragrafo precedente (escluso in parte quello di Lo Monaco), purtroppo, non contengono le fonti, ma mettono in luce alcuni aspetti utili, nell’ipotesi di una rivisitazione sulla storia risorgimentale di Bronte.

Meriterebbero, infatti, di essere storicamente verificate alcune notizie di “cronaca” come: gli incontri a Marsiglia e a Parigi fra il barone Spedalieri e taluni protagonisti di primo piano del Risorgimento italiano; la partenza da Marsiglia, dopo una di queste riunioni, di un carico di armi con la goletta francese Emma destinate ai garibaldini siciliani; l’affiliazione, a Palermo, di Giuseppe Garibaldi e Nino Bixio, in una loggia dell’obbedienza massonica diffusa nel Capoluogo e a Catania proprio dal barone Spedalieri.

Da attento osservatore e minuzioso ricercatore quale fosse, appare strano che Benedetto Radice nelle sue Memorie storiche di Bronte nemmeno accenni all’esistenza di questo importante personaggio, noto negli ambienti culturali europei.

Un silenzio, questo, che camminerebbe di pari passo con quello dello Storico brontese sull’esistenza o meno della Carboneria a Bronte (forse per il clima di ostilità più avanti descritto) mentre riferisce sulle Vendite (così chiamate le logge carbonare) di Randazzo[25].

Padre Gesualdo De Luca, invece, esclude la presenza a Bronte della Carboneria[26].

Dopo queste considerazioni, appare logico chiedersi se nella strategia di ristabilimento dell’ordine pubblico attuata in occasione de I fatti di Bronte del 1860, il barone Spedalieri e la sua famiglia possano avere avuto (o potessero avere) un ruolo o fossero (o potessero essere) a conoscenza delle intenzioni di Giuseppe Garibaldi e Nino Bixio.

A queste e ad altre domande potranno rispondere gli storici, qui ci si limita a mettere in luce … piccoli episodi[27].

Luigi Putrino

Bronte, 10 settembre 2017

 



La tomba a Marsiglia

I ritrovamenti del luogo di sepoltura, del certificato di morte e dell’ultima abitazione del Barone Spedalieri, divenuti l’occasione per la stesura del presente lavoro, sono stati resi possibili per l’impegno di Carmelo Bianca (nostro illustre concittadino, che da anni vive e lavora a Marsiglia, guadagnandosi la medaglia d’oro quale miglior sarto di Francia, conferitagli nel 1994 a Parigi, dal presidente della Repubblica François Mitterand).

Ho conosciuto Carmelo Bianca durante il convegno Artigiani a Bronte, organizzato dall’Associazione Bronte Insieme nel maggio 2016 nel Real Collegio Capizzi di Bronte, evento in cui era ospite d’onore, gli ho parlato dello Spedalieri vissuto e deceduto a Marsiglia nell’800 e gli ho fornito le informazioni in mio possesso raccolte saltuariamente negli anni.

A distanza di poco tempo, Bianca mi ha comunicato gli esiti positivi ottenuti con la preziosa collaborazione di un altro siciliano abitante a Marsiglia, il professore Gabriel Maiolino, discendente dei nobili siciliani Maiolino, docente di storia, persona di cultura e fervente cattolico praticante che, ritrovata la tomba, ha fatto celebrare una Santa Messa in suffragio dei coniugi Spedalieri e fatto impartire la benedizione sul luogo della sepoltura, dall’abbé Eloi Gillet (della chiesa di San Carlo Borromeo di Marsiglia).

Lo scorso mese di aprile, durante un breve soggiorno turistico a Marsiglia, dopo l’accoglienza patriottica di Carmelo Bianca e sua moglie, signora Maria, con lui e Gabriel Maiolino siamo andati sulla tomba del Barone.

Prima di ripartire, sono andato a salutare l’abate Eloi Gillet, ringraziandolo per la sua sensibilità sacerdotale.

A distanza di quasi 119 anni dalla morte del Barone, però, i suoi resti e quelli dell’amatissima moglie Antonina rischiano di andare dispersi e il monumento, che versa in stato di abbandono, distrutto.

Pertanto, si fa appello ad un gesto di generosità, oltre di solidarietà per un’appartenenza storica brontese, al Sindaco, agli Assessori, ai Consiglieri comunali di Bronte e a chiunque volesse contribuire al restauro della tomba del barone Giuseppe Spedalieri.

I lavori saranno seguiti dal nostro concittadino Carmelo Bianca e l’Associazione Bronte Insieme curerà la raccolta fondi.


Ringraziamenti

Infine, ringrazio per la collaborazione: mia moglie Silvia Cerrato, Carmelo Bianca, Mario Carastro, Laura Castiglione, Franco Cimbali, il filosofo Giovanni Graefer, Nino Liuzzo, il professore Nunzio Longhitano, il professore Gabriel Maiolino, il professore Biagio (Gino) Saitta, Bruno Spedalieri e il professore Pietro Spitaleri Perdicaro.

Bronte, 10 settembre 2017

Luigi Putrino
 


 

La tomba del Barone Spe­dalieri nel cimitero di Mar­siglia.

Dopo oltre un secolo dalla morte del Barone, i suoi resti e quelli della moglie Antonina rischiano di an­dare dispersi e il monu­mento, che versa in stato di abbandono, distrutto.

Luigi Putrino e Carmelo Bianca (a destra, durante una visita al cimitero) lanciano un appello per il restauro della tomba al quale ben volentieri, con un contributo, ha aderito la nostra Associa­zione curandone anche la raccolta fondi.

 


Note


[1] Dalla ricostruzione genealogica elaborata dal professore Nunzio Longhitano, sui dati dei registri della Chiesa Madre di Bronte, i figli di Gioacchino risultano 8 e registrati come Spitaleri (si consulti: www.ilgenealogista.it/it/genealogia-bronte/ricerca-battesimi/); a questi, però, bisogna aggiungerne 5 (con cognome Spedalieri) nati a Napoli fra il 1824 e il 1833 (si veda: www.antenati.san.beniculturali.it).
Secondo il professore Longhitano, il nonno paterno del Barone, don Nicolò, ebbe due mogli: Francesca Stancanelli e Felicia Rosalia Radice; Gioacchino (7° di diciassette, nato il 18 agosto 1786) gli risulta figlio della prima (che ne diede alla luce 12), in seconde nozze, invece, figli ne ebbe 5. Nell’atto di battesimo del Barone sono indicati quali padrini: don Luigi Spitaleri e donna Felicia sua madre; che sarebbero, rispettivamente, il primo figlio di secondo letto e la seconda moglie del nonno.

[2] Il dato si evince dall’atto di morte rilasciato dal comune di Marsiglia, dov’è scritto che lo Spedalieri era vedovo in prime nozze di Marie Elisabeth Claire Viau; dallo stesso documento si apprende che, al momento della morte, era residente al 36, boulevard de la Madeleine, oggi 36 (?),  boulevard de la Liberation. La data di matrimonio, invece, si trova pubblicata al seguente indirizzo internet: http://actes.geneprovence.com/chercher.php.
Il baron Joseph Spedalieri dal 1864 compare nell’Indicateur Marseillais, Guide de commerce, Annuaire des Bouches-du-Rhone (volume con le liste dei funzionari, negozianti, commercianti, industriali e proprietari di Marsiglia), con il titolo nobiliare, domiciliato in boulevard  Longchamp 29 (dal 1866 al 1870 al numero 82 e dal 1871 al 1874 al numero 52); nel 1873 è presente quale agente generale di assicurazione marittima (in rue Vacon, 53). Dal 1875 è domiciliato in rue Consolat, 118, dove dal 1876 al 1893 (in quasi tutti gli anni) è indicato quale proprietario.
Dal 1894 risulta domiciliato in boulevard de la Magdeleine, 36, non più come proprietario ma quale rentier (beneficiario di una rendita). Gli Indicateur sono consultabili sul sito internet della Biblioteca nazionale di Francia all’indirizzo internet www.bnf.fr, sezione Gallica.

[3] La tomba si trova nel cimitero di Saint Pierre, in una zona (la diciassette) dove sono presenti altri monumenti simili per tipologia. Sul sarcofago si erige una croce, nel cui piedistallo sono scolpite tre lettere dell’alfabeto ebraico: aleph, mem e tav (da destra verso sinistra). E «così si forma la parola Ameth, che è in testa a questa lettera e che significa: pace, giustizia e verità». Cfr. LEVI E., Lettere al Barone Spedalieri, I dioscuri, Genova, 1988, pagg. 11-12.
Ancora più sotto, una citazione in latino tratta dalle Confessioni di Sant’Agostino: «Fecisti nos ad Te Deus. Et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te» «Tu ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te»).
Sulla lastra di copertura, infine, l’epigrafe, in latino, in memoria della moglie, e in francese, in ricordo del Barone: «A.D. MDCCCLXXI - HIC JACET BARONISSA ANTONINA SPEDALIERI NON MORTUA SED IN DOMINO REQUIESCENS EXPECTANS SPONSUM SUUM BARONEM J. SPEDALIERI QUI SECUTUS EST EAM A.D. MDCCC… – LE BARON JOSEPH SPEDALIERI DECEDE LE 16 NOVEMBRE 1898 A L’AGE DE 86 ANS» (Anno del Signore 1871. Qui giace la baronessa Antonina Spedalieri, non morta, ma che riposa nel Signore, aspettando il suo sposo Barone G. Spedalieri, che l’ha seguita l’anno del Signore 1800 - Il barone Giuseppe Spedalieri morto il 16 novembre 1898, all’età di 86 anni»). Traduzioni a cura di Bruno Spedalieri.

[4] «Il primo sindaco di Bronte, nel 1818, fu don Gioacchino Spedalieri (genero dei Graeffer, il cui cognome ricorre talvolta nella forma Spitaleri). Gli altri due candidati a sindaco (“non trovando persone più idonee a poter esercitare le sopradette cariche”, recitava la proposta ufficiale) erano il fratello minore, don Luigi, e il padre, il settantaquattrenne don Nicolò». Cfr. RIALL L., La rivolta – Bronte 1860, Editori Laterza, Bari, 2012, pag. 113.

[5] CARASTRO M., E dopo Graefer? Gli amministratori della Ducea sino al 1873, § Antonio Forcella, www.bronteinsieme.it/2st/nelson_graefer1.htm.

[6] Che sia stato anche sindaco di Bronte lo si deduce da una lapide, posta all’interno della Chiesa Madre, in cui si legge: «Α - Ω / A Nicola Spedalieri, 1741-1831 / uomo di solida virtù, di ingegno straordinario, perseverante ed esemplare nella pratica della fede. Visse 90 anni, 3 mesi e 4 giorni. Assai benemerito di Dio e della Patria, avendo ricoperto, in modo integerrimo, tutti i pubblici uffici. Pio verso Dio, generoso coi bisognosi, ospitale con tutti. Morì con gran dolore dei suoi cari l’11 dicembre 1831. I figli Gioacchino, Giuseppe, Luigi, Carmelo, Gaetano, e la figlia Maria, fecero per amore al padre dolcissimo di beata memoria questo monumento» (da notare che rispetto ai 17 figli, qui ne compaiono solo 6, tra i quali il padre del Barone). Ricorda, altresì, l’Associazione Bronte insieme che: «Questo Nicola Spedalieri (nato nel 1741 e morto nel 1831), fu grande beneficiario della Chiesa Madre ed era cugino di terzo grado, tangente il quarto, con il più noto omonimo filosofo Nicola Spedalieri». Si veda la nota n° 3 riportata su: www.bronteinsieme.it/1mo/ch_2c.html#note.
Anche il professore Pietro Spitaleri Perdicaro, di Adrano, dalla consultazione dei registri della Chiesa Madre di Bronte, ha constatato si una parentela, ma piuttosto lontana, escludendo, rispetto a qualcuno, che fosse nipote del Filosofo.

[7] In occasione dei moti del 1820, furono incendiate «le case di parecchi cittadini ligi al Governo e la casa del sindaco non amico certo delle novità, il quale, temendo peggio, si rifugiò a Randazzo»; sindaco, come detto, era Gioacchino Spedalieri, il padre Nicolò, invece, era nella deputazione di pubblica sicurezza. Cfr. RADICE B., Memorie storiche di Bronte, pag. 361, (pag. 301 della versione digitalizzata dall’Associazione Bronte Insieme).

[8] CARASTRO M., «Chi era Graefer?», articolo pubblicato su: www.bronteinsieme.it/2st/nelson_graefer.htm.

[9] Il 14 giugno 2017, raggiunti telefonicamente, a Roseto degli Abruzzi (TE), Giovanni Graefer e il padre Gustavo, discendenti diretti di John Andrew Graefer, mi riferivano che, quando giunse a Caserta, il loro avo era vedovo e con tre figli: Giovanni, Carlo e Giorgio; da quest’ultimo discende la famiglia del signor Gustavo.

[10] RIALL L., op. cit., pag. 69.

[11] CARASTRO M., op. cit., § «La vita a Caserta».

[12] Il matrimonio fu celebrato a Bronte il 31 agosto 1806. I coniugi Spitaleri-Graefer diedero alla loro primogenita (nata a Bronte l’8 aprile 1808) come primo nome Emma (per il forte legame con lady Emma Hamilton) e, come secondo nome, Elisabetta (quello della nonna materna). Per la ricostruzione genealogica, si rinvia alla nota 1.

[13] «Con decreto ministeriale del 10 febbraio 1899 il signor Antonino Spitaleri (di Felice, di Antonio), ottenne riconoscimento dei titoli di barone di Muglia, signore di Solicchiara, signore di Pietrabianca». Cfr. MANGO DI CASALGERARDO A., Nobiliario di Sicilia, www.regione.sicilia.it/beniculturali/bibliotecacentrale/mango/speciale.htm

[14]  www.comune.adrano.ct.it/Info_Turismo/castello_solicchiata.aspx

[15] L’importante intellettuale brontese dell’800, qui trattato, in ogni caso è passato alla storia come Barone Spedalieri.

[16] Nel repertorio del 1837, del medesimo Ripartimento di Polizia, conservato nello stesso Archivio di Stato, alla data del 18 ottobre 1837 è citato un «rescritto con cui alla Vedova di Don Gioacchino Spedalieri si conceda per una sola volta un sussidio di ducati 300 ed al figlio Giuseppe un posto gratuito». Potrebbe trattarsi del padre e della madre del Barone, ma non avendo trovato riscontri rimane una mera ipotesi.

[17] FAGIOLO M., Architettura e massoneria: l’esoterismo della costruzione, ROMA, 2012 Gangemi editore, pag. 227.

[18] FRANZ F., recensione al libro Nel Giardino Inglese della Reggia di Caserta di Sergio Fiorenza, su: www.alcolibrianonimi.it/2016/10/misteri-botanici-massonici-nella-reggia-caserta/.

[19] L’articolo integrale è consultabile all’indirizzo internet http://www.bronteinsieme.it/6bro/brontesi_13.html.

[20] Si veda: www.loggiaaletheia.it, pag. 21.

[21] Si veda: www.renatus.it/files/brunelli_francesco_nebo_il_martinismo_e_lordin.pdf, pagg. 92-94.

[22] Si veda la rivista Sophia Arcanorum, 1-2011, all’indirizzo internet: sophia-arcanorum.it/oneweb­me­dia/Sophia Ar­canorum n.1 -  1° trim. 2011.pdf, pag. 24.

[23] Si veda: www.loggiadeguaita.com/altigradi/Storia_illustrata_dei_Riti%20Egizi_e_della_Tradi­zione_Ita­lica.pdf, pag. 14.

[24] Si veda: iniziazioneantica.altervista.org/1800-1900/lebano/pdf/Biografia_Lebano_Ilkar.pdf.

[25] RADICE B., op. cit., pag. 362 (pagina 299 della versione digitalizzata dall’Associazione Bronte Insieme). A pagina 359 (pagina 302 e-book), invece, parlando dei moti del 1820, il Radice, entusiasta, riferendosi al ruolo della Carboneria scrive delle rinnovate «antiche speranze dei Carbonari, che colle numerose vendite tenevano vivo il sentimento di libertà e di indipendenza nei popoli, cui puzzava l’assoluto  dominio».

[26] DE LUCA G., Storia della Città di Bronte, pag. 110, dove il De Luca afferma: «Apertamente e con pubblici cartelli si bandiva pena di morte a chiunque osasse alzate in Bronte loggia di Carbonerìa. Se vi giungevano occulti emissari, erano costretti fuggirsene di notte, pria che fossero scoperti. Se compatrioti, caduti nelle panìe della setta in paesi stranieri, ritornavano ai patri focolari con qualche esterno massonico, erano all’istante ammoniti, e forzati a deporlo. In questo modo in Bronte non si videro ne Altaluce, ne’ Gran maestri, ne’ adepti massonici».

[27] «La storia ha il dovere di guardare al di là della facciata, al di là della scena; lo storico ha il compito non sempre agevole di andare a cogliere le motivazioni che sono alla base dei piccoli episodi, come dei grandi rivolgimenti che in definitiva sono poi la somma di piccoli episodi». Cfr. SAITTA B. Bronte. Bixio. L’Inghilterra, in LO VERSO G. – FEDERICO T., Attraverso il cerchio – Lavorare con gruppi nel servizio pubblico, Roma, BORLA, 1993, pagg. 192. «Gli oppressi di Bronte tentarono di opporsi agli oppressori; persero la loro battaglia in una calda mattina d’agosto, dinnanzi alla Chiesa di S. Vito. Ma il sangue innocente versato per le superiori ragioni che l’uomo della strada non poteva e non può ancora comprendere, reclama tuttavia una parola chiarificatrice che faccia giustizia e richiami dall’oblio». Ivi, pag. 199.
 

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