Il periodo arabo

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Cenni storici sulla Città di Bronte

La presenza degli Arabi

Della presenza Araba in Sicilia sappiamo dai libri di storia che questi approfittando del declino militare di Costantinopoli e dell’indebolimento della flotta Bizantina nel Mediter­raneo, concentrarono un’armata di circa 20.000 fanti in Tunisia.

Imbevuti del principio di affermare la propria fede, l’Islam, contro il Cristianesimo e con­fidando nell’appoggio divino, salparono il 14 Giugno 827 dal porto di Sûsah e iniziarono la "Gihad".
La Guerra Santa, avente come fine anche la conquista della Sicilia, fu portata a termine nel 902, esattamente dopo 75 anni.

Da quel momento e fino al 1038, gli Arabi furono gli incontrastati padroni dell’Isola dove, per oltre due secoli, predicarono ed imposero la religione mussulmana.

Scrive lo storico brontese Benedetto Radice che «i Musulmani, oltre il Khârag "tassa fon­diaria", sottoposero pure i vinti, detti dsimmi (vassalli umiliati), al pagamento della pia, tassa per l'esercizio del culto e per essere lasciati nel possesso dei beni. I servi del­la gleba, rekik (minuto, sottile), passarono in proprietà dei Musulmani insieme ai poderi.

Molti, per sfuggire al pagamento della gezia e alla persecuzione, abbracciarono l'Islami­smo. Un ricco cristiano pagava 48 dirhem all'anno, circa L. 28,80; un mezzano 24, il lavoratore 12.»

E citando le «Notizie dei Saraceni in Sicilia» del Martorana (Tomo II, pag. 159) continua che «fu inibito ai vinti di portare armi, montare cavalli, mettere selle a muli e asini, fab­bricare case più alte delle loro, parlare male del Corano, del Profeta, bere vino in pubbli­co; come segno di inferiorità fu ingiunto di portare un segno nelle case e nelle vesti­menta e turbanti di altra foggia e colore e una cintura di cuoio e di lana.

In istrada dovevano cedere il passo ai Musulmani, e, stando in brigata, levarsi in piedi quando entrava uno di loro; proibito alle cristiane di entrare nel bagno quando v'erano musulmane; vietato di costruire nuove chiese e nuovi Monasteri e suonare campane o tabelle; leggere il vangelo ad alta voce; far mostra di croci in pubblico, ragionar del Messia.»

Con l'andare del tempo però i Mussulmani svestirono i panni del proselitismo e della lot­ta  religiosa; si limitarono a dominare la Sicilia, obbligando i sudditi al pagamento delle imposte e coabitando con loro in numero maggiore per contenerli in sudditanza.

Il Radice scrive che secondo il "Codice arabo-siculo" del Vella "sotto i mussulmani, Bronte o Brondu avrebbe avuto nell'830 1658 abitanti, dei quali 994 mussulmani e 644 cristiani."

Intanto l’Imperatore d’Oriente, Michele IV, vagheggiava una spedizione militare per la conquista della Sicilia. Il momento favorevole fu quando l’Emiro Kalbita Ahmas al-Akhal, a seguito di lotte interne con le altre tribù per la gestione del potere locale nell’Isola, chiese il sostegno dei Bizantini contro la dinastia Zirita.

Michele IV raccolse l’invito e approntata un’armata composta da mercenari greci, slavi e normanni, l’inviò al comando del generalissimo Giorgio Maniace. Il generale, sbarcato a Messina, in breve tempo la conquistò.

Il momento favorevole gli permise in breve tempo la conquista di ben 13 città della Sicilia orientale fino a Siracusa e, a prova della vittoria ivi riportata, spedì a Costantinopoli le reliquie di Santa Lucia.



 

Questo sottopasso che caratterizza alcune stradine del Cen­tro Storico di Bronte viene denominato "Catoio".

Deno­ta una sicura origine araba; in genere immetteva in un cortile,  che accoglieva diverse famiglie dello stesso Casale di provenienza, riunite per meglio difendersi dalle incursioni dei banditi.



Il patrimonio archeologico

Durante un scontro avvenuto tra Randazzo, Troina e Grotte della Farina (Ghiran ad-Daqiq, meglio note come Grotte dei Saraceni), Giorgio Mania­ce batté gli Arabi di Abd-Allah e, in suo onore, il luogo della battaglia ne prese il nome.

Qui, sempre il Maniace, fondò attorno al 1040, un monastero dedicato alla vergine Maria. Dicono gli storici, per ringraziare il cielo della riportata vittoria contro gli Arabi; di certo, sappiamo che la realtà era ben altra e cioè restituire alla Sicilia il "divinum cultum" facendo leva sul monache­simo basiliano di rito greco.

Giorgio Maniace, nonostante le vittorie riportate, venne accusato di tradimento dal comandante della flotta bizantina Stefano e, condotto a Costantinopoli, venne incarcerato.

Nel 1042 gli Arabi rioccuparono Maniace distruggendovi quanto realizzatovi, ma portando anche nella zona ricchezza e nuove coltivazioni.

Cercarono con lungo studio ogni fonte, ogni vena d'acqua per incalanarla in modo razionale e distribuirla alle terre ed a nuovi impianti industriali per la fabbricazione della carta e della seta.

La tradizione vuole che a Bronte furono impiantate dagli arabi anche due cartiere:

 una posta sulle rive del Simeto, accanto alla sorgente del Malpertuso, successivamente trasformata in Grangia Basiliana,

 un'altra lungo la valle del Simeto, in contrada Cuntarati a pochi chilometri dal centro, anch'essa per alcuni secoli abitata da monaci che la adibirono a cartiera, lavorazione della lana e conceria di pelli (oggi è la Masseria Lombardo, dove ancora è possibile vedere le vasche di raccolta, i canali di terracotta e resti di strutture in legno).

Il Pistacchio: l'oro di BronteNel complesso la dominazione araba può essere considerata fra le più felici della nostra storia: nella Valle del Simeto gli arabi trovarono terreno fertile, si integrarono e riuscirono a vivere in perfetta simbiosi con le civiltà preesistenti.

Buoni agricoltori, introdussero la coltivazione di nuove piante (agrumi, pistacchio, cotone, ecc.), costruirono canali di irrigazione e diedero l'avvio all'industria della carta e della seta. Bronte ricavò grandi benefici dalla coltivazione degli agrumi e del pistacchio riuscendo con quest'ultimo a trasformare molto terreno "sciaroso" in campi altamente produttivi.

Il Pistacchio, per lo straordinario connubio tra la pianta ed il  terreno lavico, ebbe nel territorio di Bronte un grande sviluppo, trasformandone l'economia (di origine araba sono i termini frastùca e frastucàra che rispettivamente indicano il frutto e la pianta).

Un gran numero di altre parole arabe presenti nel dialetto brontese dimostrano tracce incontrovertibili dell'influenza araba:
ammàtula = invano, ammucciàri = nascondere, annacàri = cullare, balàta = pietra levigata per lastricare le strade, babbalùci = chiocciola, babbu = babbeo, bàgghiu = cortile, bbunàca = giacca, bucàli = caraffa, cafìsu = misura da olio, caiòrdu = sporco, càlia = ceci abbrustoliti, cammìsa = camicia, canziàri= scansare, ddammùsu = copertura a volta, gèbbia = serbatoio per scorte d’acqua irrigua, rraccamàri = ricamare , sàia = canale di trasporto idrico etc..

Piccolo vocabolario brontese di N. Lupo

        

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