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Il V Duca Alexander Nelson Hood
ed il terremoto di Messina

(di Mario Carastro)

LA DUCEA INGLESE AI PIEDI DELL'ETNA

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Alexander Nelson-HoodRicorre quest’anno il centenario del terremoto che all’alba di lunedì 28 dicembre 1908 (erano le ore 5,21) devastò Messina e Reggio Calabria - il “The Great Disaster”(1) come lo definì il Duca di Bronte Alexander Nelson Hood - una delle tragedie naturali più orribili a memoria d’uomo sino a quel momento.

Restarono uccise molte decine di migliaia di esseri umani, molti dei quali sepolti vivi e morti dopo giorni di agonia.

Ancora oggi non c’è accordo sul numero delle vittime, il cui conteg­gio fu molto sommario nelle città, mentre risultò più preciso nei pic­coli centri per la reciproca conoscenza fra i vari nuclei famigliari.

Si dice(2) che siano perite all’incirca 160.000 persone di cui circa 80.000 a Messina, che contava 140.000 abitanti, e 15.000 a Reggio Calabria su una popolazione di 45.000 abitanti.


I ricordi del Duca Alexander

Il duca Alexander (aveva ereditato l’immensa Ducea di Bronte quattro anni prima e viveva stabilmente tra il Castello di Maniace e Taormina) riferendosi alla sola Messina, parla di 80.000 morti, altri(3) di 77.000 – 100.000 a Messina e 20.000 a Reggio.

Un inserto dossier del giornale “La Sicilia”, pubblicato nel 1998(4), in occasione del novantesimo anniver­sario dell’evento, ha più recentemente sovrastimato le vittime, valutando in 200.000 i morti della provin­cia di Messina e in 180.000 quelli della provincia di Reggio Calabria.

Qualunque fu il numero esatto le dimensioni della tragedia, valutate in termini di perdite umane, furono planetarie.

Anche se il secolo oramai trascorso e l’assuefazione ad eventi posteriori ancora più catastrofici, come quelli dei bombardamenti atomici di Hiroshima del 6 agosto 1945 e di Nagasaki tre giorni dopo, che provocarono rispettivamente 242.000 e 80.000 morti, ce ne hanno con molta probabilità se non rimosso almeno attenuato il terrificante ricordo.

E’ sufficiente però rivedere qualche immagine dell’epoca, leggere una vecchia corrispondenza giorna­listica o, al presente, solo ricordare i 300.000 morti dello “Tsunami” dell’Oceano Indiano del dicembre 2004 o le immagini del recente terremoto (12 Maggio 2008) del Sichuan in Cina con i suoi 69.000 morti, per rivivere il terrore di quell’alba del 28 dicembre 1908 a Messina, quasi una prova generale della fine del mondo.

“Perché – scrive Sandro Attanasio(5) – la catastrofe non solo aveva frantumato città e paesi e assassinato uno spaventoso numero di esseri umani, ma aveva cancellato i sogni e le speranze di tutti. E spezzato il cuore a coloro ai quali aveva risparmiato la vita e si aggiravano senza forza e senza volontà in mezzo ai luoghi toccati dall’Apocalisse. Trenta orribili secondi, che erano stati la prova generale della fine del mondo, avevano tolto ai superstiti anche la voglia di continuare a vivere”.

Quel 28 dicembre il duca Alexander Nelson Hood si trovava a Taormina, ospite dell’Hotel Timeo, in Via Teatro Greco, l’albergo fondato nel 1873 da Giuseppe La Floresta quando a Taormina la stagione turistica cominciava a novembre e terminava a Pasqua.

Il Duca vi si era trasferito dalla tranquilla Maniace per trascorrervi il Natale in compagnia degli amici inglesi, americani e tedeschi, che insieme con lui avevano sancito il successo della cittadina come “winter resort”, luogo di splendido e tranquillo soggiorno soprattutto durante l’inverno.

Il Duca stesso vi aveva acquistato un terreno nel 1903, sul quale aveva dato inizio alla costruzione de “La Falconara”, la villa da lui stesso progettata, i cui lavori nel 1908 erano ancora in corso.

E’ possibile quindi che la sua presenza a Taormina nella notte fra il 27 ed il 28 dicembre 1908 fosse dovuta anche alla sua esigenza di seguire da vicino i lavori.

Si racconta a tal proposito che per la sua continua presenza in cantiere aveva fatto erigere sul posto una baracca come suo riparo dalla pioggia o dai raggi del sole (6).

Così il Duca racconterà in seguito su “Sicilian Studies”(1) le prime notizie giunte quel 28 dicembre a Taormina sul destino di Messina:

“Verso sera, circolarono delle voci sul destino di Messina. Nessuno può dire da quale fonte provenissero. Il pensiero che una città di centosessantamila abitanti fosse andata distrutta fu considerata assurda. Gli uomini sorrisero e non vollero crederci. Era la solita fervida immaginazione meridionale (…), Messina era stata completamente rasa al suolo nell’arco di mezzo minuto (…) la popolazione era rimasta sepolta sotto le macerie delle case crollate”.

Ed in una lettera alla Principessa del Galles, Mary di Teck, della quale era all’epoca Segretario Privato, così riassume il suo stato d’animo(6):
“Scrivo queste poche righe – (è impossibile, si dice, servirsi del telegrafo perchè i cavi sono interrotti ovunque) - per fare sapere a Vostra Altezza Reale che mi trovo ancora tra i vivi, mentre lo stesso non può dirsi per tanta povera gente di qui attorno (…). Alle 5.15 am questa mattina tutti qui sono stati svegliati da un violento scuotimento della terra e dal sollevamento dell’hotel. Tutto è durato circa mezzo minuto (…) il sisma si è ripetuto, ho contato sei scosse in un’ora”.

Informa quindi la principessa sul fatto che il sisma non ha comunque provocato danni gravi a Taormina ed a Bronte.


Stretto di Messina, ore 5,21 del 28 dicembre 1908

E tra Scilla e Cariddi che cosa è successo?

Ore 5,21 del 28 dicembre 1908, una sferzata sismica della durata di 37 secondi preceduta da un boato, tetramente profondo, si abbatte sulle città dello Stretto, portandovi morte e distruzione.

Le prime scosse sono di tipo sussultorio per poi diventare ondulatorie da nord-est verso sud-ovest e poi da sud-ovest verso nord-est.

Il mare sembra ritirarsi per poi formare delle onde immense, alte anche sino a 10 metri, che per quattro volte si scagliano sulla costa completando la distruzione e trascinando con se uomini e cose; si dice che furono raccolti dei cadaveri anche sulle coste turche e greche.

Poi il silenzio. Per pochi istanti.

Il silenzio della morte e dell’annientamento viene quindi spezzato dalle urla dei sepolti vivi e dei feriti, dal pianto dei disperati superstiti, dal latrato dei cani… nel buio di quell’alba piovosa ancora più profondo per la polvere.

Furono istantaneamente distrutte le vie di comunicazione ferroviarie e stradali e le installazioni portuali. Il Telegrafo rimase muto.

Le rovine di Messina e Reggio completamente isolate dal resto del mondo intanto cominciarono a bruciare essendo saltate le condotte del gas.

La terra continuò a tremare tanto che si contarono almeno 138 scosse. Quel che restava delle due città e dei paesini dei dintorni era completamente isolato dal resto del mondo.

Il sisma fu registrato dai sismografi di tutto il pianeta (Ottawa, Tokio, Sofia, Melbourne, Edimburgo..); in Italia, data l’ora, non ci si rese subito conto dell’ubicazione dell’immane disastro.

All’Osservatorio Ximeniano di Firenze la prima scossa fu registrata alle ore 5 21’ 42’’, mentre Rocca di Papa la percepì alle ore 5 21’ 31’’, Palermo alle 5 21’.
Gli studiosi dell’Osservatorio Ximeniano annotarono sui loro registri: “stamani alle 5,21 negli strumenti dell’Osservatorio è incominciata una impressionante, straordinaria registrazione: Le ampiezze dei tracciati ...non sono entrate nei cilindri. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave”(7).

Solo nella tarda mattinata del 28 dicembre, come riferisce il Corriere della Sera del 29 dicembre, cominciano a pervenire via telegrafo all’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica di Roma le prime notizie sul sisma dagli osservatori di Domodossola, Pavia, Padova, Urbino, Macerata, Caggiano, Lecce e Foggia.

In queste due ultime città il sisma è stato non solo registrato ma avvertito anche dalla popolazione.
Si legge sullo stesso Corriere della Sera: “…Gli Osservatori di Reggio e di Messina non hanno ancora telegrafato all’Ufficio Centrale, ciò che fa supporre siano rotte le comunicazioni”.

Le città ed i paesi dello stretto erano schiacciati nella morsa dell’Apocalisse ed il resto del mondo cominciava, con molto ritardo, solo a percepire le dimensioni dell’immane tragedia ed accoglieva le prime notizie con grande incredulità.

Alle ore 12,05 del 28 dicembre, infatti, giunse al Ministero degli Interni dalla Prefettura di Catania il seguente telegramma inviato alle 9,10(8):

“Ore 5,20 di stamattina avvertitasi violenta scossa di terremoto ondulatorio durata vari secondi. Popolazione impressionatissima, riversatasi piazze, strade, accalcandosi specialmente lungo banchina porto (…). Telegrammi giunti finora da diversi comuni della provincia accennano soltanto a danni fabbricati ma senza disgrazie...”


Il ritardo nei soccorsi

Alle ore 17,25 (dodici ore dopo la tremenda scossa tellurica) sempre del 28 dicembre giunge al Ministero degli Interni il telegramma spedito alle ore 14.40 dalla cittadina di Marina di Nicotera dal Sottotenente Bellini, comandante la torpediniera Serpente, inviata poco prima delle 9 dalle autorità militari di Messina, in perlustrazione lungo la costa tirrenica calabra verso nord con il compito di trovare un telegrafo ancora funzionante.

Il telegramma di Bellini annunciava al resto del mondo che “viveva ancora”:

“Ore 5,20 terremoto distrusse buona parte di Messina – Giudico morti molte centinaia – case crollate – sgombro macerie insufficienti mezzi locali – urgono soccorsi per sgombri, vettovagliamento, assistenza feriti – ogni aiuto insufficiente” (5).

Da questo momento, dodici ore dopo, inizia l’organizzazione dei soccorsi da Roma.

Messina e lo Stretto sono raggiunti però solo all’alba del 29 dicembre(9) dalla Squadra Navale Imperiale Russa con la corazzata Makarov ed alcuni incrociatori e da una squadra navale della Royal Navy comprendente la corazzata Sutley.

Gli stranieri, comunque, che per primi prestarono soccorso ai messinesi furono i tedeschi del piroscafo Salvador presente in porto.

L’arrivo delle navi testimoniò che non si era trattato della fine del mondo e che questo poteva dare una speranza.

I marinai russi ed inglesi furono determinanti nell’aiutare immediatamente la popolazione e collaborare con le autorità militari italiane che, dissoltasi ogni autorità civile, avevano assunto totalmente il comando di tutta l’area devastata.

Raleigh Trevelyan scrive in proposito(3) che con l’aiuto dei marinai russi ed inglesi nei primi tre giorni dal sisma furono estratte dalle macerie di Messina 15.000 persone.

Gli ufficiali medici russi in breve tempo organizzarono anche un efficiente ospedale all’aperto sulle banchine del porto sopperendo alle conseguenze della distruzione totale degli ospedali cittadini.

Altri aiuti erano partiti dalle altre città siciliane: Catania, Siracusa e Palermo si adoperarono con generoso slancio, accogliendo in particolare i numerosissimi profughi in fuga con i piroscafi che facevano la spola da Messina.

Catania diede complessivamente ospitalità a 30.000 profughi(2).

La prima nave militare italiana a giungere fu la corazzata Napoli.

Erano le 13,30 del 29 dicembre; seguirono altre navi e nella mattinata del 30 dicembre entrava in porto la corazzata Vittorio Emanuele con a bordo i Sovrani, il Guardasigilli V. E. Orlando ed altri ministri.

L’arrivo dei Reali fu decisivo per le iniziative di soccorso. La loro partecipazione al dolore fu totale, sincera e commossa. Alcuni storici parlano a tal proposito del primo vero contatto fra i piemontesi e le derelitte province meridionali.

Le terrificanti scene che si presentarono agli occhi del Re gli fecero inviare al suo Primo Ministro Giolitti il seguente telegramma: “Qui c’è strage, fuoco e sangue. Spedite navi, navi, navi e navi”.

Scrive efficacemente Sandro Attanasio(5): “Vittorio Emanuele ed Elena del Montenegro (…) impersonarono degnamente la Nazione. (…)

I sovrani rappresentarono lo stato paterno, giusto, benefattore e comprensivo sempre sognato dalle popolazioni meridionali, che accorreva in aiuto ai suoi figli più sventurati. Uno stato che nulla aveva a che fare con quello brutale, ingiusto, poliziesco e sfruttatore che avevano conosciuto fino ad allora. Per un momento sembrò fosse scomparso il proverbio: Guvernu italianu guvernu buttanu!


L’attivismo del Duca di Bronte

Ci sembra opportuno fermare a questo punto l’informazione sommaria sull’evento.

Siamo, infatti, certi che nei mesi che seguiranno, quanto più ci avvicineremo alla ricorrenza del centenario tanto più avremo modo di conoscere meglio la storia del terremoto e delle sue conse­guenze e di approfondire questioni e polemi­che, che si posero immediatamente in quel dicembre 1908 e continuarono poi per decenni durante la ricostruzione per poi cominciare assopirsi durante il ventennio fascista.

Si parlerà così dei ritardi dei soccorsi, della loro disorganizzazione, della spietata legge della sopravvivenza che regnò fra i superstiti, degli atti di sciacallaggio veri o presunti e delle esecuzioni sommarie anche per opera dei russi, dello stato d’assedio, delle risorse dedicate a mettere in salvo, con precedenza sugli esseri umani, i caveaux delle banche, del panico delle Borse, dei profittatori che con cinismo vi specu­lavano, delle manovre messe in atto da spregiudicati circoli finanziari e masso­nici, degli enormi profitti delle compagnie d’assicurazione forti delle clausole di calamità, dei depositi non reclamati delle vittime incamerati dalle banche e dalle poste, del progetto di completare a cannonate la distruzione di Messina, del mercato degli orfani organizzato da associazioni di bene­ficenza, dello sfruttamento delle ragazze adolescenti avviate a fare da cameriere presso famiglie benestanti desiderose di aiutare i profughi e spesso anche alla prostituzione, dei profittatori delle innumerevoli sottoscrizioni di aiuti economici provenienti da tutto il mondo, del tentativo di abolire il prestigioso ateneo messinese, del ruolo della stampa, dei baraccati messinesi…

Altre osservazioni saranno dedicate alle costruzioni antisismiche e si ricorderà che molto del disastro dello stretto fu dovuto alla qualità scadente delle edificazioni.

Ma si dovrà anche parlare più positivamente degli atti di eroismo, dell’abnegazione dei soccorritori russi ed inglesi, e soprattutto della solidarietà dei siciliani e della generale partecipazione al dolore ed agli aiuti di tutto il popolo italiano in un momento di vera unità nazionale.

Alexander Nelson Hood non poteva restare insensibile a quanto gli accadeva attorno. Il suo impegno fu subito rivolto al sollievo delle popolazioni della provincia messinese.

A Bronte non devono esserci stati danni gravi ne tanto meno vittime; dai nostri anziani, infatti, non ci è giunta memoria di simili eventi. Il nostro comune ricade in una zona caratterizzata dai gradi VI-VII della scala Mercalli ed i danni dovettero consistere solo in lesioni come quelli che il Duca cita per il Castello di Maniace(6):

“Praticamente nessun danno qui. Ci sono lesioni nel soffitto dell’atrio e nel corridoio, dell’intonaco è caduto da uno degli archi sotto, anche in quattro camere da letto, ma niente di più di questo”.

Forse per quanto riguarda Bronte gli archivi comunali e delle Chiese e quelli del Real Collegio Capizzi potrebbero darci qualche notizia in più in proposito.

Le cronache dell’epoca(2) (5), invece, ricordano che annegarono alcune persone a Catania e Riposto per effetto del maremoto e che ci furono dei crolli a Maletto, Belpasso, Mineo, Caltagirone, Riposto, Misterbianco, Paternò, Acireale e Giarre.

Probabilmente ancora più motivato per la fortuna che lo aveva salvato, a differenza di tanta altra gente, nella persona e negli averi dalle terribili conseguenze del terremoto, Alexander Hood moltiplicò i suoi sforzi tesi ad aiutare le vittime.

 


 

 

La Falconara, villa dei Nelson a Taormina

Immagini de "La Falconara", la villa che i Nelson-Hood possedevano a Taormina, ancor oggi denominata Villa Nelson

La Falconara, villa dei Nelson a Taormina (il giardino)

 

L’intensità dei terremoti è oggi valutata secondo la scala Richter proposta nel 1935 o la scala Mercalli MCS del 1931, derivata da quella suggerita nel 1902

da Giuseppe Mercalli e nota semplicemente come Scala Mercalli M. La scala Mercalli MCS prevede 12 gradi d’intensità attribuiti in funzione degli effetti del sisma valutati a po­steriori sull’uomo, sulle costruzioni e sul­l’ambiente. Quella originaria prevedeva solo 10 gradi.
Il terremoto del 1908, che oggi è classificato in scala MCS di grado 11° su 12 gradi, al­l’epo­ca fu, a Messina, giudicato di grado 10° su 10 gradi della scala originaria scala M, il massimo previsto!

 

 

Il Corriere della Sera nelle edizioni del 29, 30 e 31 Dicembre 1908

Corriere della Sera del 29.12.1908

«Le Calabrie e la Sicilia devastate dal terre­moto» - "Messina in gran parte distrutta da un maremoto - Le terribili proporzioni del di­sastro" intitolava a tutta pagina il Corriere dando l'annuncio del Terremoto il 29 Dicem­bre 1908.

Corriere della Sera del 31.12.1908
L'edizione del giorno successivo, listata a lutto, intitolava «Ora di strazio e di morte» e nei sottotitoli "Due città d'Italia distrutte - I nostri fratelli morti a decine di migliaia a Reg­gio e a Messina - I sovrani verso i paesi del­la sventura - La solidarietà dell'Itali nel dolore" 

Corriere della Sera del 30.12.1908

Il 31 Dicembre, tre giorni dopo il dramma­tico evento, il Corriere nel dare notizie di «Nuove scosse e nuovi lutti a Messina, a Catania, a Cariddi e a Riposto» riportava "I primi drammatici racconti dei superstiti di Reggio e di Messina" dando anche notizia del grave ritardo nei soccorsi e della dram­matica situazione dei sopravvissuti: "Mi­gliaia di feriti siciliani e calabresi senza soc­corso e senza viveri".

 

I PRIMI SOCCORSI

Solo all’alba del 29 dicembre (24 ore dopo) arriva­no i primi soc­cor­si. A destra la corazzata russa Sakarov.

CORAZZATA RUSSA "MAKAROV"

MARINAI RUSSI TRASPORTANO UN FERITO

I primi ad arrivare furono i marinai della Squa­dra Navale Imperiale Russa con la co­raz­zata Makarov ed alcuni incrociatori se­guiti da una squadra navale della Royal Navy comprendente la corazzata Sutley.

MARINAI INGLESI DELLA "SUTLEJ" TRASPORTANO UN FERITO

Militari inglesi della corazzata Sutley tra­sportano un bambino.

MILITARI ITALIANI PRESTANO SOCCORSO

Con l'aiuto anche di militari italiani si trasportano morti e feriti.

 

Il suo primo impulso fu quello di correre a Messina nonostante le difficoltà per le strade ingombre di macerie. Pratt riporta(6) dei brani, tratti dai diari del Duca e da Sicilian Studies(1), che sono molto simili ai reportages dei grandi giornalisti che per primi arrivarono a Messina.

«Non dimenticherò mai sino a quando vivrò. Il panico era ancora più angosciante della devastazione. La gente era accampata sotto rifugi costruiti con botti da vino vuote aventi per tetto delle lenzuola, in barche in secca sulle vie principali con la vela che faceva da copertura, sopra e sotto di carretti, ovunque ma non all’interno di ciò che rimaneva delle case.

(…) Un vecchio sedeva su un cumulo di rovine che erano state la sua casa, diceva di avere perso tre bambini e piangeva: “se il mare non li ha portati via loro sono qui, sotto di me”».

Dopo la visita Alexander Nelson Hood capì subito come poteva essere efficace­mente d’aiuto e cominciò ad agire:

“Mi sono avventurato a telegrafare – scriveva nel suo diario – al Lord Mayor nella speranza di indurlo, se ancora non lo aveva fatto, a promuo­vere una pubblica sottoscrizione di denaro, offrendomi di provvedere personalmente alla gestione dei fondi per evitare che sparissero nelle tasche dei distribu­tori com’era già accaduto due anni prima in occasione del terremoto di Calabria”(6).

Così grazie al suo intervento il Sindaco di Londra raccolse 160.000 Pounds, che furono impiegati dal Duca per interventi ad personam ma soprattutto per l’organizzazione di centri di distribuzione di latte e pane, di ambulatori e per offrire ospitalità ai profughi a Taormina, dove considerevole fu anche la collaborazione della numerosa comunità inglese ed americana.

Una parte del denaro, all’incirca 500 sterline, servì anche per rimettere in ordine il Cimitero Inglese di Messina e per la sepoltura di quegli inglesi morti per il terremoto, i cui parenti non erano in grado di sostenerne le spese(10).

Il British Cemetery di San Raineri era stato sempre una cura del Duca, che era il più autorevole esponente della comunità inglese in Sicilia, tanto che nel 1910 assunse la Presidenza del Comitato Amministratore del cimitero conservandola sino alla morte nel 1937.

A proposito della comunità inglese di Messina una curiosità: essa cessa d’impor­tanza numerica con il terremoto(10); fra le vittime si contarono fra l’altro Mrs. Ogston moglie del Vice Console ed il Cappellano Inglese Rev. Charles Huleatt con tutta la sua famiglia.

Per la sua attività in favore dei terremotati il Duca che era già Commen­da­tore dell’Ordine della Corona d’Italia per meriti acquisiti nel campo dell’agri­coltura fu elevato molto meritatamente dal Re al rango di Grande Ufficiale(6 - 9 - 10).


Un'esperienza traumatica

Il terremoto di Messina fu per Alexander Nelson Hood un’esperienza traumatica. Già a metà gennaio 1909 sul suo diario il Duca scriveva(6):

“Le ultime due settimane sono state un inferno, un orribile incubo, là dove si è toccato il fondo della miseria. La penna di Euripide avrebbe avuto difficoltà a dipingere tutto ciò.

Tutti gli orrori dell’universo: fuoco e acqua, lo sprigionarsi della furia della terra; e tutta la sofferenza che l’umanità può patire: perdita della fami­glia, degli amici dei vestiari, dei beni. Tutto ciò si riversò all’improv­viso sulla gente, che il giorno prima viveva felice in pace e ben disposta verso gli altri”.

E’ da credere che l’orrore vissuto gli sarà angosciosamente presente e divenne oggetto delle sue analisi.

Ecco allora l’articolo pubblicato su Ninneteenth Century nell’aprile 1909 dal titolo “Some Personal Experiences of the Great Earthquake”, del quale si ha notizia bibliografica(11) ma che non sono sinora riuscito a trovare.

 

La drammatica testimonianza del comandante del piroscafo “Therapia” Herman von Heyn

I primi soccorsi dei marinai tedeschi

(...) Questione spinosa, questa dei soccorsi, che alimenta ancora polemiche. Gli interrogativi si sprecano. Furono davvero i marinai russi a sbarcare per primi a Messina? Perché continua a rimanere in ombra o quasi l'opera di salvataggio di altri marinai stranieri? E i militari italiani, quando misero piede nella città ferita? La gestione dell'emergenza fu proprio immune da abusi o parzialità? Le autorità delegate agirono sempre con la dovuta lucidità, tenendo ben pre­senti anzitutto i disagi degli scampati?
Chi continua a interrogarsi lo fa, naturalmente, sperando di appro­dare a qualche verità. Sebbene molti, forse a ragione, giudichino siffatte dispute ormai fuori luogo. Una cosa è certa: le pagine di quel dibattuto capitolo trasudano anche solidarietà e altruismo.

Non bisogna dimenticarlo.

Il piroscafo tedesco Therapia, con a bordo passeggeri diretti al Pireo, a Smirne e a Odessa, verso le 5 e 30 del 29 dicembre 1908, cioè ventiquattro ore dopo il terremoto, imboccò lo Stretto da set­ten­trione. Subito parecchie pilotine e rimorchiatori sovraccarichi di superstiti gli si accostarono.
Dalle imbarcazioni si levavano grida strazianti. Quei disperati invo­cavano cibo e acqua. Appena al limite del porto di Messina, un rom­bo spaventoso, e di nuovo grida selvagge di altri superstiti im­ploranti soccorso.
Sulla nave si vissero momenti di orrore. «Da mare - testimoniò poi il comandante Hermann von Heyn - si aveva l'illusione che Messina non fosse interamente distrutta perché le mura dei grandi e magni­fici palazzi costeggianti la riva erano in gran parte intatte. Ma dietro di esse erano il vuoto e la rovina.
La spiaggia presentava un aspet­to terrorizzante. Delle enormi fen­diture la solcavano in tutta la sua estensione. Il suolo era profon­damente squarciato e nel fondo degli abissi aperti dalla furia del fenomeno sismico era entrato il mare, sulla cui superficie flut­tuavano nugoli di fumo e di vapore solforoso. A destra, sulla spiag­gia, avanti ad un immenso fabbricato diroccato scorgevansi cumuli di cadaveri...».

Il Therapia diede fondo nel porto. Due canotti colmi di viveri furono inviati a terra. Subito dopo, tutto l'equipaggio lasciò la nave per iniziare l'opera di salvataggio.
«Accanto a noi - notava von Heyn - stavano tre corazzate russe e due inglesi. La bandiera italiana, in quel momento, era rappresen­tata, in quella che fu Messina, dalla sola Regina Margherita, piro­scafo della Navigazione Generale, che sbarcò duecentocinquanta uomini di truppa e molti viveri».

Il Therapia fu presto affollato di superstiti, inviati dalle corazzate russe, «che ne rigurgitavano e che per non negare asilo a quelli che insistentemente ne chiedevano, avevano dovuto ricoverare i feriti sinanco nelle case matte». Von Heyn continuava a ramma­ricarsi; L'acqua e le vettovaglie sbarcate erano svanite in un attimo: troppi, i superstiti vaganti nelle rovine, in preda alla sete e alla fame. Lo stesso comandante guidò i suoi uomini in operazioni di salvataggio, aiutato dal tesoriere di bordo.
L'equipaggio del vapore germanico riuscì anche a mettere in salvo cinquantuno sopravvissuti della numerosa colonia tedesca di Mes­sina. La nave strapiena infine salpò e fece rotta per Napoli. (...)
Antonino Sarica, Gazzetta del Sud, 31 agosto 2008

Ed ecco soprattutto un capitolo di “Sicilian Studies” (1) - “The Great Disaster” -, dove il Duca affronta anche l’aspetto dello sconvolgimento mentale dei terremotati e che lascio all’apprezzamento del lettore nella traduzione di Olga Stagliano’.

Pochi, infatti, all’epoca capirono a fondo che il trauma maggiore dei sopravvissuti fu quello morale, psichico e psicologico; orrore aggiunto alla distruzione.

Comuni furono i casi, talvolta irreversibili, di inebetimento, di riduzione o aboli­zione dei movimenti, di rimozione e sottovalutazione della tragedia, di aggres­sività, mutismo, cecità, epilessia, nevrastenia.

I giornali del nord si abbandonarono, confondendo per esempio l’inebeti­mento con “la naturale indolenza della pigra gente del sud”, ad afferma­zioni inuma­ne(5) del tipo: i superstiti sono “…fiacchi, avidi, indolenti, non alzano un dito per aiutare, non vogliono nemmeno interrarsi i cadaveri …stanno a guardare mentre le squadre scavano...”.

Gran parte dei soccorritori non era preparata e non mostrò comprensione né diede idoneo aiuto.

Anzi! Si scambiò addirittura per arretratezza la naturale pudicizia della nostra gente e si scriveva sui giornali(5): “…bisogna tirare fuori le donne per il collo, dormivano nude e preferivano morire piuttosto che mostrarsi…; i soldati fanno dei sacchi con i quali coprono gli uomini e le donne estratti dalle macerie, facendo loro infilare il capo per un buco praticato nel fondo”.

Mario Carastro
Giugno, 2008



Bibliografia

 

Le insegne dell'Ordine del­la Corona d'Italia.
Per la sua attività in favore dei terremotati il Duca Alexander Nelson Hood fu elevato dal Re al rango di Grande Ufficiale.

CARTOLINA SOTTOSCRIZIONE LORD MAJOR DI LONDRA

A destra, una cartolina
della sottoscrizione a favore dei terremotati fatta dal Lord Major di Lon­dra su intervento del Duca.
Il Sindaco di Londra raccolse 160.000 Pounds.

 (1) Alexander Nelson Hood, Sicilian Studies”, George Allen&Unwin – London, 1915.
 (2) Michele Squillaci, “Il disastroso terremoto e maremoto in Sicilia e Calabria del 28 dic 1908”,  www.cronologia.it
 (3) Raleigh Trevelyan, “Princes under the Volcano”, Phoenix Press, London 2002.
 (4) Patrizia Danzè, “Una intera città rasa al suolo in trentuno secondi di terrore”, Dossier – La Sicilia, 28 dicembre 1998.
 (5) Sandro Attanasio, “28 dicembre 1908 0re 5,21 Terremoto”, Bonanno Editore, Acireale, 1988.
 (6) Michael Pratt, “Nelson’s Duchy. A Sicilian Anomaly”, Spellmount Limited, Publishers, 2005.
 (7) “Terremoto di Messina”, da Wilkipedia – L’Enciclopedia Libera.
 (8) Giorgio Boatti, “La terra trema”, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 2004.
 (9) J. W. Wilson e R. Perkins, “Angels in Blue Jackets”, Picton Publishing Ltd, 1985.
(10) Michela D’Angelo, “Il Gran Camposanto di Messina”, Provincia Reg. di Messina – Ass.to alla Cultura.
(11) W. J. Thomas, J. Doran, “Notes and Queries”, 1909,  H. F. Turle, J. Knight

 

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