La ducea inglese ai piedi dell'Etna

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Alexander Nelson-HoodIl V Duca Alexander Nelson Hood ed il terremoto di Messina


Il grande disastro

“The Great Disaster” (Il Grande Disastro) è tratto da “Sicilian Studies”, di Alexander Nelson Hood, George Allen & Unwin – London, 1915. Traduzione di Olga Stagliano’


Le prime voci sul destino di Messina

Cartolina dell'epoca: "La catastrofe di Messina - Panorama delle rovine""Verso sera circolarono delle voci sul destino di Messina. Nessuno può dire da quale fonte provenis­sero. Il pensiero che una città di centosessantamila abitanti fosse andata distrutta, fu considerato assurdo. Gli uomini sorrisero e non vollero crederci. Era la solita esagerazione della fervida immagi­nazione meridionale.

Al cader della notte, tuttavia, giunse in paese un uomo, confuso, terrorizzato e quasi nudo. Aveva corso lungo la ferrovia percorrendo una distanza di venti miglia o più. Cadde svenuto sulla stra­da per mancanza di cibo.

Fu seguito dopo poco tempo da altri due uomini. Essi confermarono ciò che era stato raccontato dal primo: che Messina era stata completamente rasa al suolo nell’arco di mezzo minuto; che la popolazione era rimasta sepolta sotto le macerie delle case crollate.

Fino a quel momento uomini e donne avevano pensato solo ai propri problemi: il panico dell’alba ed il grande pericolo che avevano corso. Ora i discorsi nelle strade riguardarono argomenti più gravi, alla paura subentrò una meraviglia stupefatta.

Da questo momento “Morte tutta eloquente” fu la sovrana angoscia della Sicilia orientale. “Messina non è più”. Ciò dapprima si sussurrò con dubbio e perplessità.

Poi si sparse ovunque una notizia di indicibile dolore. “Messina non è più”. Messina, “la Bella”, non esiste più. Non ci sono parole per dipingere con veri colori l’atrocità di ciò che essa e i suoi abitanti, dalle prime ore dell’accaduto, ebbero a sopportare.
Il poeta (Rowe) dipinse una scenario simile quando scrisse:

“Un orrore universale
Trafisse i miei occhi e raggelò il mio cuore:
Il giorno gioioso era ovunque finito
Decisamente, e lasciava un’oscurità che si poteva avvertire
Più che a mezzanotte”.

Ma nemmeno la più potente penna di un Euripide avrebbe potuto descrivere adeguatamente l’orrore ed il profondo tormento di quelli che soffrirono a causa di quell’atrocità terribile della natura.


Messina non esiste più

E’ meglio passare oltre, senza ulteriori commenti, agli episodi della profonda angoscia mentale che strazia il cuore ed alle lesioni corporali; alle sofferenze per sete e fame; all’isolamento e abbandono dei primi giorni; al terrore per le continue scosse; agli incendi devastanti; alle nudità; alla ricerca disperata dei parenti dispersi; alle grida ed alla tortura protratta delle migliaia di persone sotto le macerie, alle quali non giunse mai aiuto.

“Messina non esiste più”. Il lungo susseguirsi di sontuosi palazzi che si affacciavano sul porto e le montagne color lilla della Calabria sono solo un ammasso di polvere di calce, di pietre frantumate, di travi e tegole rotte.

Dove una facciata resta in piedi, essa resta in piedi a mò di scherzo per nascon­dere la rovina al suo interno, perché le pareti sul retro, di lato ed all’interno giacciono crollate ed ammucchiate sino al livello delle finestre del primo piano.

La larga banchina del porto era sprofondata di molti piedi. Dove una volta si potevano vedere casse di frutta profumata e balle di seta e mercanzie, ora il mare lava pietre dissestate.

Intere strade sono sparite; e se qual­cuno avesse voluto cercare il luogo dove un amico era vissuto ed ora era morto, nulla era rimasto per guidarlo sul posto.

La natura fu capricciosa nei suoi modi di distruzione. Una casa solitaria rimase in piedi lì dove tutte le altre attorno erano crollate. Ma le sue mura erano lacerate da ampie fessure, che si andavano allargando con ciascuno nuovo scuotimento della terra, una finzione per ingannare l’osservatore.

Qui, la facciata era crollata, lasciando l’edificio con le stanze esposte alla vista come in una casa di bambole con la porta aperta.

Le camere erano intatte ed arredate, come prima, con il tavolo da pranzo apparecchiato per la colazione in una; i letti ed i mobili intatti in altre, con gli specchi sulle pareti, le porte socchiuse, attraverso le quali gli occupanti avevano cercato di fuggire.

Rovine del terremoto di Messina Rovine del terremoto di Messina
Rovine del terremoto di Messina Messina non esiste più!

Alcune foto del devastante terremoto che distrusse Messina all’alba di lunedì 28 dicembre 1908 (erano le ore 5,21).

Lì, snelle e gigantesche colonne di muratura restavano in piedi intatte, o appog­giate contro i muri di fronte venuti giù tutti insieme. Sotto c’erano frammenti di quanto la casa conteneva. Pianoforti semisepolti, sedie, tavoli, tendaggi, letti, quadri, e specchi rotti; ed era triste e solenne posare lo sguardo sui materassi sui quali molte povere vittime erano andate incontro al loro destino, mentre dormivano tranquillamente.
La rovina era spaventosa, la distruzione completa. Solo le case di due piani rimanevano per il futuro come possibili, anche se rischiose, abitazioni. Forse le più importanti, e le più pietose, delle rovine oggi, sono quelle del “Duomo”, ossia della Cattedrale, che era resistita per molti secoli, per restare distrutta ora.

I giganteschi monoliti di granito con i capitelli dorati, che una volta erano le colonne del Tempio di Nettuno al Faro, giacciono coperte per metà o interamente da pezzi di legno dipinto e rottami del tetto, in mezzo ai quali si trovano anche frammenti di tombe marmoree e d’altari intarsiati, figure dorate d’angeli e santi scolpiti, una montagna di muratura crollata alta alcuni piedi e aperta verso il cielo.

Il pulpito magnificamente scolpito era stato scagliato a terra, insieme con il pilastro che lo sorreggeva, con il mosaico e gli affreschi, con gli archi e le cornici, che avevano reso il “Duomo” una così ricca casa di tesori d’arte.

Una sola cosa rimane dell’antica gloria, la colossale figura in mosaico di Cristo nella cupola dell’abside all’estremità orientale. E’ ancora lì, con sereno atteggiamento e la mano levata nell’atto di benedire, com’è per cinquecento anni o più, guardando le passate generazioni di credenti. La serenità di quella figura maestosa, quasi viva, era ed è ancora straordinaria.

Mi rigirai indietro con risentimento. “Come può benedirsi una tale distruzione?” Esclamai invo­lontaria­mente. Poi mi fu suggerito da un amico che quella benedizione poteva fare giungere alle anime più lontano della Chiesa, più lontano delle mura crollate della città distrutta, un messaggio di pace e conso­lazione nell’ora del bisogno alle anime dei sofferenti nel corpo e nello spirito; e fui felice che quell’abside non era andato distrutto.

Non fu solo il terremoto a pretendere le sue vittime. Anche il mare aggiunse i suoi terrori alla calamità. In un certo modo colpiva più lontano nella sua distruzione, perché mentre il terremoto cercò e uccise solo i vivi, le onde del maremoto si scagliarono sul cimitero inglese, radendone le mura al suolo, demolendo le tombe ed i monumenti di marmo dei morti.

Nei quartieri del litorale di Messina il mare provocò, forse, più danni del terremoto. Un muro d’acqua, in alcuni luoghi alto dieci piedi, in altri trenta piedi, penetrò verso l’interno della terraferma con energia mostruosa, e devastò boschetti e giardini, strade e case. Le persone sui moli e sulle spiagge furono spazzati via e annegarono.

Alberi di limoni e grossi cespugli di fichidindia furono sradicati e disseminati con gran caos.

Le imbarcazioni sulla spiaggia furono alzate in alto e proiettate ad una distanza di 200 yarde, disse­minate nei campi e nelle strade, oppure ammassate negli stretti archi delle porte attra­verso cui le acque di deflusso scorrevano. Le case o furono spazzate via o rovinarono in ammassi di muratura. Se molte vittime furono trascinate verso il mare aperto, altre rimasero sotto le macerie.

I lamenti dei sopravvissuti, per molti giorni non raggiunti dai soccorsi, erano pietosi e strazia­vano il cuore. Una donna, che aveva perso il suo unico figlio, aveva recuperato parte dei suoi indumenti dalle rovine della sua casetta. Li teneva in mano amorevolmente, o se li poggiava sulle spalle, ora ridendo ed ora piangendo.

Quando il riso accompagna il pianto è stata raggiunta la più profonda sofferenza mentale. A pochi passi da lei un uomo sedeva sul cumulo di pietre e polvere che era stata la sua casa. Con dolore, guardando il cumulo di macerie diceva: “Se il mare non li ha portati via con se, loro sono qui, qui sotto i miei piedi”. Si riferiva alla moglie ed ai tre figli scomparsi.

Si racconta un altro episodio. Un uomo, che era fuggito con gli altri membri della sua famiglia, era tornato indietro per cercare un bambino mancante. Il letto nel quale il bambino dormiva era lì, sebbene la parete posteriore della casa fosse crollata. Al posto del bimbo trovò un pesce vivo dove questi era stato coricato. La natura fu grottesca ed anche crudele.

Il subitaneo e perlopiù generale effetto che il terremoto provocò in quelli che erano sfuggiti alla morte fu il disorientamento, quasi una paralisi mentale. Essi erano storditi. La loro facoltà di giudizio sulla catastrofe era sospesa. Non si udivano lamenti se non per sofferenze fisiche. Raramente furono viste lacrime.

Gli uomini raccontavano come avevano perso moglie, madre, fratelli, sorelle, bambini, e tutti i loro averi, senza alcun apparente interesse. Raccontavano le loro sventure come se essi stessi fossero stati spettatori disinteressati delle perdite altrui. Alcuni parlavano addirittura con il sorriso sulle labbra.

Chi non ha conosciuto il Siciliano ed il suo straordinario riguardo per i legami famigliari, poteva essere indotto ad attribuire quella compostezza ad insensibilità. Si sarebbe sbagliato. In quel momento, la mente della gente era stata misericordiosamente annebbiata. Essi non capivano. In questo la natura aveva mostrato una tardiva pietà.


Orrore, costernazione e nobile eroismo

In occasione di una delle mie visite ai villaggi colpiti offrii un posto in macchina ad un ufficiale. Si era allontanato da Messina per cercare dei parenti scomparsi.

Mi raccontò che si era miracolosamente salvato, mentre la sua casa crollava a terra, sotto la quale sua moglie era rimasta sepolta e uccisa, e sua figlia orribilmente mutilata. Non poteva ottenere notizie di suo figlio a scuola a Reggio; era sicuro che anche lui fosse morto.

Ma nessun segno di dolore, né di sconvolgimento mentale erano presenti in lui mentre parlava. Oltre una strana apatia durante l’ora o più che egli trascorse con me (ha volenterosamente aiutato a liberare l’auto insabbiatasi sulla spiaggia dove era stata portata nella speranza di raggiungere Messina, essendo la strada principale impraticabile per i muri crollati), non notai alcun segno di quella disperazione che sarebbe seguita più tardi.

Un altro uomo mi raccontò, con entusiasmo e soddisfazione, di come si era salvato dopo tre giorni trascorsi prigioniero sotto le macerie della casa dove gli altri della sua famiglia avevano trovato la morte. Non aveva avuto nulla da mangiare; non aveva alcuna cognizione del trascorrere del tempo.

Infatti, quando fu soccorso pensò di essere rimasto sepolto soltanto poche ore.

Aveva scavato le rovine con le dita sanguinanti fino ad arrivare così vicino alla superficie da rendere udibili e sue grida. Anch’egli non si dispiaceva né si lamentava. Apparentemente era stata per lui un’avventura non del tutto sgradevole.

Vi furono molti esempi come questi di impassibilità. Ancora di più, negli occhi di chi visse quel terrificante periodo, una stupefatta espressione di orrore e costernazione presente come silenzioso testimone del loro terrore.

Non è facile spiegare la quasi totale, anche se temporanea, assenza d’emozioni tipica in occasione di disgrazie per gente per propria natura passionale. Un siciliano abbastanza spesso è portato ad emozionarsi anche per un piccolo motivo. Un trascurabile contrattempo può sconvolgere il normale svolgersi della sua esistenza tranquilla. La non preoccupante malattia di un congiunto, la non motivata assenza di un amico, lo riempiranno di apprensione e provocheranno tristi interpretazioni; ma quando fu vittima di una delle più grandi calamità nella storia del mondo, fu pacato, calmo, e rassegnato.

Tutto ciò è interessante dal punto di vista psicologico. Quella freddezza è da attribuire in gran parte all’inabilità del cervello umano a valutare correttamente gli eventi. La percezione fu appannata dalla terribile rapidità, come anche dalla straordinaria gravità della disgrazia.

C’era anche la compagnia e condivisione con gli altri, che inducevano un sentimento di comunità nella sventura, che impediva al singolo individuo di fare prevalere il proprio dolore sopra di quello degli altri. Dato che la sofferenza è valutata paragonandola, così il dolore è contenuto alla presenza di un altro dolore. Così diviene inutile il richiamo alla commiserazione che un cuore straziato fa in circostanze ordinarie; l’autocontrollo segue di conseguenza e la rassegnazione è la sua manifestazione esteriore.

Ma sebbene ciò può verificarsi così largamente, tuttavia l’osservatore non può non attribuire una parte di quella sorprendente rassegnazione ad una motivazione superiore.

Si constatarono, infatti, molti casi di nobile eroismo sia passivo che attivo. E nonostante la Sicilia, con la sua vicinanza all’oriente, non si sia sottratta all’influenza della filosofia orientale del “Che sarà sarà”, che è un invariabile sollievo dell’indigeno nei momenti d’avversità (“Come vuole Dio”, è spesso il résumé finale di una spiacevole faccenda), la fibra del vero uomo ed il coraggio dei martiri non mancarono in quei giorni d’amara prova.

 

Rovine del Duomo di Messina.  (La foto sotto è del famoso fotografo W. Von Gloeden)


Una via di Messina completamente ostruita dalla macerie.


Il teatro Vittorio Emanuele.

Ciò che resta, un immenso cumulo di macerie.

 

Corpi delle vitti­me del terremoto acca­tastati nelle strade davanti alle macerie dei palazzi crollati.

Profu­ghi e sopravvis­suti davanti ad una tenda (foto di C. Wilhelm Von Gloeden).


La generosità dei siciliani

Le città ed i paesi della Sicilia (quelli d’Italia non si tirarono indietro nell’opera di carità) aprirono le loro porte ai loro conterranei sofferenti con una generosità che fu tanto di gran cuore che spontanea. Catania sola accolse ventimila profughi; li ospitò, e si prese cura di loro, sebbene a costo di grandi propri sacrifici.

Tutti, dal più ricco al più povero, fecero a gara per vestirli, sfamarli, confortarli. Gli orfani furono adottati o diversamente fu provveduto per loro.
Nell’opera di soccorso i Siciliani primeggiarono; per questo è necessario ricordare che la presenza fra loro di molte persone così tanto indigenti costituì un serio problema sociologico, nel quale furono coinvolti gli interessi vitali degli stessi benefattori. Il lavoro impiegatizio non era abbondante. L’occupazione era scarsa. Il commercio era quasi fermo. L’inondazione quindi del mercato del lavoro in quel momento era visto con serie complicazioni e paure.

“Morte tutta eloquente” regnava in quell’isola di fragranti boschetti e di dolcissimi e profumati frutti, dove molti hanno trovato il riposo della mente e del corpo tra fiori e benefico splendore del sole. Vieppiù era stata sempre una terra di gioiosa rinascita, il cui ritorno alla vita era stato cantato da tempo immemorabile nella sua poesia e nelle sue leggende. Fedeli alla tradizione, Messina ed i suoi villaggi, con Reggio e le città della Calabria oltre la stretta striscia di mare scintillante, stanno risorgendo di nuovo.

L’amore dei Siciliani per la loro terra natia li ha fatti ritornare appena fu loro possibile. Le città sono state ricostruite con il coraggio e la determinazione che sono loro propri. Anche qui, si vede il credo Orientale del destino – “Che sarà sarà”. Se un altro terremoto è in arrivo, venga come vuole, non importa dove l’uomo può trovarsi!

Ma quelli che furono presenti; quelli che hanno patito quando la lugubre rabbia della “spaventosa terra” provocò “orrore universale”; quelli che hanno visto “la cosa spaventosa” e sopravvissero; non potranno mai in giorni più allegri essere sereni come lo erano prima, né completamente liberati dal ricordo di quel senso di piccolezza dinnanzi alla grande Presenza, che era forse il primo, continuo, sentimento nel compiersi dell’immane disastro.

“The Great Disaster” (Il Grande Disastro) è tratto da “Sicilian Studies”, di Alexander Nelson Hood, George Allen & Unwin – London, 1915. Traduzione di Olga Stagliano’
 

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