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Vincenzo Russo

ECONOMIA E POLITICA NEL PENSIERO DI UN BRONTESE

Le idee liberate

Politica ed economia tra consenso, mercato e scelte bloccate

Le idee liberate, di Vincenzo russoI buoni tassi di affluenza alle urne delle ultime elezioni politiche (in quelle del 2006 il tasso di affluenza è stato dell’84% circa), ed il pullulare di liste e di candidati nelle elezioni amministrative – con la gran cagnara propagandi­stica che ne segue – denotano un forte interesse per la politica o caratterizzano la politica degli interessi?

La questione, a rischio di sembrare pretestuosa, in realtà sottintende una differenza non di poco conto che è pari a quella che passa tra la visione strategica del futuro e l’arte di tirare a campare giorno dopo giorno.

La tendenza consolidata è quella di preferire l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani.

Perché questo? Certo, risulta difficile scomodare il futuro, quando il presente è così carico di incertezze.

E’ proprio la svalutazione del futuro, quale possibile dimensione temporale di approdo (complici in tal senso l’esasperata competizione che investe le imprese e non risparmia nemmeno gli uomini chiamati a trasformarsi in creature “flessibili”), che ci rende più inclini alla pratica dell’infeudamento con il politico di turno in cambio di qualche misera prebenda – che diventa invece chissà quale privilegio – e favorisce, soprattutto in un paese di caste e corporazioni come il nostro, il consolidarsi di interessi costituiti e di rendite di posizione.

Lungi dal voler formulare facili giudizi moralistici sul comportamento di chicchessia, liquidando, come spesso accade in diversi casi (a titolo di esempio vedi tangentopoli e l’antifascismo), l’intera questione in maniera gretta e superficiale, mi preme invece rilevare come essendo la politica il ricettacolo delle ansie e delle fosche aspettative di tutta una comunità, lo scontro politico, per certi versi solo fittizio, è così esacerbato dai particolarismi che è quasi totalmente impermeabile alle idee, alle opinioni politiche sincere ed al comune sentire di molti cittadini sempre più disillusi.

Ecco che il terreno dell’azione politica non è più quello delle decisioni strategiche. L’era della globalizzazione ne ha consacrato il definitivo trasferimento nell’economia e nei mercati, entrambi governati da pure valutazioni tecniche.

Ministri e politici si ostinano nel farci credere di potere incidere realmente sulle sorti dell’economia con le loro tanto perniciose, quanto spesso inconcludenti, manovre e manovrine di bilancio, puntualmente riproposte ad ogni finanziaria. Ma questo giova, soprattutto, a chi gestisce i travasi di risorse pubbliche.

In questo vortice di belle e buone intenzioni, il risultato è che gli obiettivi dichiarati – dalla chimerica promessa di riduzione delle tasse alla creazione di nuova occupazione – sono, sempre più, contraddetti dai risultati conseguiti.

In un siffatto contesto qual’è il reale valore delle annunciate proposte di riforme tutte nel senso di migliorare l’efficienza del settore pubblico, dei mercati e la competitività delle imprese? Sanno molto di puro proclama. Non è per nulla chiaro, infatti, perché interi settori della società dovrebbero essere disposti a rinunciare a qualche consistente vantaggio nel presente, quando l’avvenire è così carico di incertezze.

Una società alla quale continuano ad essere richiesti solo e sempre sacrifici non offre alcun spiraglio per essere modernizzata. Le manca un obiettivo certo cui ambire. Ma, ammettendo pure, per ipotesi, che ciò fosse possibile, si pongono due pesanti interrogativi.

Il primo concerne la possibilità che mercati efficienti diano opportunità ai giovani, ai deboli e a chi ha idee (qualcuno sostiene, in tal senso, che il mercato è di sinistra). Pur concordando con tale evenienza, resta in piedi, in tutta la sua drammatica evidenza, il problema del notevole divario della distribuzione della ricchezza che, con ogni probabilità, non potrà essere colmato completamente da mercati più efficienti.

L’altro ha a che fare con la già citata sudditanza della politica economica nei rapporti con i mercati, soprattutto quelli finanziari. Sino ad oggi, infatti, politiche economiche troppo rigide, fondate su un eccesso di virtù monetaria – imposta dal mercato dei capitali – sono state condotte a netto discapito dell’occupazione.

E proprio in tal senso una migliorata efficienza dei mercati, da sola, poco potrà per la creazione di nuova occupazione. Il rigore finanziario volto alla riduzione del rapporto tra debito e Pil non consente, infatti, di liberare risorse sufficienti a sostegno delle politiche per il lavoro.

Un ragionamento simile vale per le migliorate condizioni produttive. Una maggiore efficienza della produzione porta con se degli aumenti di produttività che, oggi, più che mai, ci obbligano a fare i conti con i conseguenti ridimensionamenti della forza lavoro, soprattutto di quella generica o meno specializzata.

E’ per questi motivi, oltre che per evidenti ragioni di giustizia sociale – ma ciò, solo per chi continua ingenuamente a coltivare una visione ideale – che le priorità della politica economica devono essere costituite da una profonda azione di redistribuzione della ricchezza e da una credibile e duratura politica per il lavoro.
Solo dopo avrà senso parlare di efficienza dei mercati e competitività. Sembra non essere ancora chiaro, per tutti, che il motivo dell’attuale stagnazione economica risiede, in primis, nella scarsità di domanda figlia dell’attuale iniqua distribuzione della ricchezza e dell’alta disoccupazione.

Una cosa è comunque certa: le questioni sul tavolo sono complesse. L’analisi per un tentativo di comprensione non può essere superficiale.

Il rischio è che tale complessità, sempre nemica della democrazia, faciliti l’attecchi­mento delle vulgate populiste e incentivi il ricorso alla più bassa demagogia.

Sarebbe bene che la politica, oltre che a manipolare, in modo scientifico, il consenso, e a cavalcare, magistralmente, le condizioni di bisogno o di debolezza della gente, salvo poi cercare legittimazione nell’alto tasso di affluenza alle urne e sbandierare, tronfia, il risultato elettorale, cominci a occuparsi d’altro.

Di questo e …altro ancora nel mio libro!

Vincenzo Russo
Settembre 2008

Vincenzo Russo è nato a Bronte nel 1969. Conseguita la laurea in econo­mia e commercio si è specializzato in consulenza finanziaria presso l’Univer­sità Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Ha svolto l’attività di consulente tribu­tario e di promotore finanziario. Oggi si occupa di formazione ed orientamento professionale.

Pur risiedendo nella vicina Adrano col­tiva da sempre i contatti con il paese natio.

Vincenzo Russo

Tanti, infatti, sono i ricordi d’in­fan­zia legati alle spensierate giornate  trascorse all’insegna del gioco nella casa dei nonni materni ed alle fugaci incursioni nel frantoio oleario di nonno Nunzio. Grazie alle visite all’azienda agricola di famiglia, in quel di Placa Baiana, trova sempre qualche pretesto per ritornare a Bron­te e ritrovarsi in compagnia di amici e conoscenti, e assaporare qualche golosità di pistacchio con il sottofondo delle familiari e gentili note del dialetto brontese che scandiscono il chiacchierio degli astanti di Piazza Spedalieri.

Vincenzo Russo alla Fiera del Libro di Torino
Vincenzo Russo alla Fiera del Libro di Torino (Maggio 2008)
Per la lettura in anteprima di qualche pagina del libro di Vincenzo Russo - “Le idee liberate” - cliccare su books.google.it e digitare il titolo “Le idee liberate”. Il libro è disponibile anche a Bronte presso l'Edicola Sciavarrello. Posta elettronica: vinruss@tiscali.it  |
Blog di Vincenzo Russo: La voce dell'idiota

 

La recensione de La Sicilia (21 agosto 2008)
“LE IDEE LIBERATE”, IL NUOVO SAGGIO DI VINCENZO RUSSO

Dalla mattonella alla new economy

Vincenzo Russo, “Le idee liberate (saggio confidenziale sull’econo­mia e le tasche personali)”, Editrice Uni Service, Trento, 2008, 129 pagg., euro 13.50.

Avete avuto almeno una volta il sospetto che qualcuno negli istituti finanziari stesse compiendo a vostre spese qualche operazione pe­ricolosa?
Avete avuto la sensazione che la new economy fosse un sistema per mettere le mani nelle vostre tasche e portarvi via quel­lo che avete accumulato con tanto sacrificio?
Avete avuto que­sti timori ma non conoscevate altra alternativa che quella di nascon­dere i soldi sotto una mattonella?

Ecco il libro che fa per voi. Scritto da un economista siciliano spe­cializzato alla Cattolica di Milano e attualmente impegnato nella for­mazione professionale, spiega i marchingegni degli economisti e dei politici usando parole semplici e concetti chiari: “La riforma fi­scale, su quattro aliquote che avrebbe dovuto diminuire la spesa pubblica, la ha fatta aumentare dal 42% al 48%...”, “...bisogna ricordare che gli enormi sacrifici richiesti per la riduzione del debito pubblico al 60% del Pil, da sopportare per circa un venten­nio, potrebbero comportare modestissimi, se non nulli guadagni per l'economia...”.
In parole semplici: l'autore fa capire che i benefici del risanamen­to economico per l'economia nazionale sono ipotetici (non si può mai sapere che cosa accadrà da qui a tre anni...) mentre i danni per i conti della spesa di ognuno sono immediati e dolorosi.
E allora perché farli? Per un concetto fondamentale, che è spiega­to nelle prime pagine e che i dottrinari e i politici si guardano bene dal ripetere pubblicamente: perché le tasse vengono usate per ri­distribuire il reddito. Tu hai superato il livello medio di ricchezza che io considero adeguato per gli Italiani: e allora ti tartasso a beneficio di quelli che guadagnano poco (magari perché non de­nun­ciano tutto...) e realizzo quello stato sociale che scontenta quelli che pagano e non accontenta quelli che ricevono e rende felici solo quelli che gestiscono il travaso.
E un libro di questo genere non dovrebbe diventare un best seller della letteratura nazionale? Leggetene qualche pagina e fateci sapere. (Sergio Sciacca)




Domenico Azzia

Associazione SiciliaMondo

«Oltre l’Isola c’è un’altra isola»

«Sono oltre 10 milioni le persone di sangue siciliano che vivono all’estero. Oggi emigrano intellettuali e talenti»

Avv. Domenico Azzia«Fuori dall'isola, c'è un'altra Sicilia. Sono più di 10, 11 milioni tra nativi e discendenti i siciliani che vivono fuori dall'isola. Circa 700 mila hanno passaporto e cittadinanza italiana. E potrebbero essere ancora di più perché nei primi anni del '900 la gente emigrava senza una destinazione precisa, era spesso analfabeta, cambiava nome, facendo perdere le proprie tracce. Si, fuori c'è proprio un'altra Sicilia, fatta di persone emigrate per necessità tanti anni fa e, oggi, anche di giovani che vanno in cerca di fortuna.
Un'altra Sicilia che si muove, che è partita per esigenza, ma che poi nei paesi d'accoglienza è diventata parte integrante». Domenico Azzia, fondatore e presidente dell'associazione socio-culturale Siciliani nel Mondo, fotografa così il "popolo" siciliano che vive oltre Stretto, sparso per l'intero globo. Un popolo più numeroso di quello che vive nell'Isola.

Qual è la parte del mondo con una maggiore presenza. di siciliani?
«I siciliani sono ovunque, forse maggiormente in sud America, in Argentina. Nel mondo contiamo oltre 140 associazioni di siciliani divise tra gli Stati Uniti, l'Australia, l'Europa, il Sud Africa e l'Italia stessa».

Chi sono oggi i "sicilians", i siciliani all'estero?
«Ormai sono le seconde e terze generazioni, delle persone emigrate agli inizi del secolo, ci sono quindi valori e parametri culturali differenti, le tradizioni si sono fuse con quelle locali. Si sono integrati nella sfera economica, politica, giudiziaria, letteraria e dell'informazione. La maggior parte ha fatto fortuna, sono diventati imprenditori, rappresentanti della stampa italiana all'estero: anni fa in un convegno si sono radunati 160 giornalisti di origini siciliane che lavorano per la stampa estera, senatori, parlamentari, questi ultimi sono circa 30 nel mondo».

Cosa si fa o cosa si potrebbe fare per valorizzare la presenza dei siciliani all'estero?
«In ogni parte del mondo i siciliani sono comunque una presenza importante, si dovrebbe riuscire a creare un ponte interattivo di collaborazione sul piano economico, culturale, sportivo, turistico e sarebbe una grande risorsa per la Sicilia».

Cosa lamentano i siciliani emigrati?
«
Sono tutti integrati benissimo, manca forse una sensibilità da parte delle istituzioni regionali: siamo sempre ospitali nell'accogliere chi ritorna in visita, ma non c'è un'informazione di ritorno, non si sa cosa hanno fatto, cosa sono, quanto contano, dove sono arrivati i siciliani emigrati. I media trasmettono le informazioni italiane all'estero, ma le notizie dei siciliani emigrati qui non arrivano».

L'emigrazione è un fenomeno che continua?
«L'emigrazione di massa tradizionale è un fenomeno del passato, si registra invece sempre più l'emigrazione di intellettuali, giovani talenti in cerca di lavoro, dotati di titoli di studio, che vanno verso il nord Italia, nelle zone industriali, in Europa, e generalmente in Germania».

Quali sono i valori e le tradizioni che contraddistinguono i siciliani emigrati?
«
La "sicilianità" che è di per sé cultura dell'ospitalità, dell'amicizia, dell'amore al lavoro, del risparmio, della solidarietà, fondata sulle persone, sui valori e sugli interessi comuni. Nel passato c'era quasi vergogna nel dire di essere siciliano, oggi è motivo di orgoglio».

Di cosa hanno nostalgia i siciliani che vivono fuori?
«Delle tradizioni, del clima, della famiglia, delle origini. Molti però quando tornano dopo svariati anni, trovano una realtà completamente mutata, hanno enormi difficoltà di reinserimento nel paese di origine. Stando fuori per molto tempo, si adattano a parametri culturali diversi, le nuove generazioni infatti non vogliono trasferirsi stabilmente, vengono per le ferie perché hanno un gran desiderio di visitare e conoscere la Sicilia. La difficoltà principale è dovuta però alla lingua, l'italiano non è particolarmente conosciuto, molti conoscono un po' la lingua dei nonni, che era per lo più il dialetto. Oggi comunque, grazie ai mezzi di comunicazione istantanea, l'interazione con la Sicilia è più facile».

Ci sono emigrati che sono poi ritornati?
«Tanti sono ritornati, perché anni fa partivano con l'aspirazione di far soldi e poi tornare a vivere in Sicilia. Molti di quelli partiti per la Germania, hanno fatto i lavori più difficoltosi (le donne pulivano anche i vagoni ferroviari ad esempio) e mandavano i soldi ai parenti rimasti e si sono arricchiti. Pensando di tornare però non hanno dato importanza all'inserimento, a svantaggio dei più giovani: ancora oggi sono numerosi i bambini siciliani che vanno nelle scuole speciali di sostegno perché non superano i normali esami della scuola tedesca».

C'è una comunità estera più viva, con un senso di appartenenza più spiccato?
«Hanno tutte un dinamismo incredibile, ma non ce n'è una in particolare. Le associazioni sono tantissime, sono state uno strumento di difesa, di tutela, di promozione, di socializzazione. Oggi sono anche un mezzo per diffondere la sicilianità. Per la mia esperienza, posso dire che i siciliani all'estero sono festaioli, organizzano eventi in cui anche chi non è siciliano sente di parteciparvi. La nostra espansività ed apertura innate ci distinguono tutti. Tra i siciliani scatta un qualcosa in più che li fa subito legare gli uni con gli altri». [Gabriella Papale]

(L'intervista è stata pubblicata il 22 Ottobre 2006 nell'inserto "Eventi" de La Sicilia)



Nicola Lupo

Un paese del Sud - Realtà e fantasia

Il libro di Firrarello

“Un paese del Sud – realtà e fantasia” di Pino Firrarello, è stato ripubblicato e distribuito gratis certamente in vista delle prossime, anche se non tanto, elezioni, come giustamente ipotizza qualcuno; ma a prescindere da questo fine non dichiarato, ma legittimo, un uomo politico dalla ormai lunga carriera, avrebbe potuto e dovuto scrivere qualcosa di più e di meglio per rendere conto, ai suoi elettori in continua crescita, e a chi vorrebbe conquistare alle sue idee, di quanto ha realizzato per la comunità in campo sociale.

Ma venendo al libretto in sé, di cui si prevede la ristampa fino al 2008, e se dobbiamo condividere la realistica ipotesi dell’autore della Premessa, G. Giarrizzo, secondo la quale “il testo, pubblicato negli anni ’80, sia stato redatto negli anni ’60 […] e che le interpolazioni, se tali sono, appartengono invece agli anni ’80, una volta che Firrarello scelse di pubblicare lo scritto”, si potrebbe dire che l’autore avrebbe fatto meglio se, utilizzando tutti gli elementi oggettivi, frammisti alle “fantasie” che cita nel sottotitolo, avesse riscritto il tutto di sana pianta, adattandolo alla realtà degli anni ’80 e aggiornandolo oggi a quella attuale, alla luce delle molteplici esperienze politiche che ha fatto in un quarto di secolo.

Il testo è suddiviso in otto capitoletti, seguiti da Colloqui d’emigranti, che dovrebbe essere la parte riferentesi alla “fantasia”, del sottotitolo.

Il primo capitoletto, Il paese, vorrebbe gettare le basi storiche dello stesso, che ha origini recenti ed è praticamente “la corte” che si sviluppa attorno al castello del feudo del marchese Trigona: quindi, a fine ‘700, siamo ancora in pieno medioevo!

Interessante il secondo, Il cittadino, dove parla anche di “quella mafia rurale, ignorante, impenetrabile” […], che, dice bene il Firrarello, veniva da fuori; esattamente dalle province occidentali della Sicilia, tanto che io ricordo che la nostra provincia di Catania veniva definita “‘a provincia babba”, nel senso di babbea in quanto incapace a imporsi con la forza e con la prepotenza.

Un paese del Sud è stato pre­sen­tato a Bronte il 30 Dicem­bre 2004

Ora, grazie a Dio!, la mafia si è civilizzata e specializzata: non è più quella “di campagna” che era nata per coprire la mancanza di Stato, ma quella di città e delle metropoli, e si è infiltrata in tutte le attività umane, dalla politica ai lavori pubblici, dalla finanza allo spaccio di droga, dalla prostitu­zione al commercio dei bambini, come possiamo constatare ogni giorno dalla lettura dei giornali e dalle cronache giudiziarie.

Il terzo capitolo, La scuola, dice praticamente che essa non esisteva tanto che all’inizio dell’ ‘800, sapevano leggere e scrivere solo sei cittadini su 900 abitanti, che costituivano la classe intellettuale a cui doveva rivolgersi il popolino analfabeta. In seguito fu mandato un maestro che ebbe il compito di istituire solo una prima per insegnare a leggere e scrivere perché “bastava che riuscisse ad apporre la firma sulle cambiali, ritenute già lo strumento necessario del futuro.”

La medicina ufficiale non ebbe per molto tempo diritto di cittadinanza a S. Cono” e questo incipit al quarto capitolo, titolato appunto La medi­cina, riassume quanto verrà esposto in seguito a proposito della salute o meglio delle varie e infettive malattie che venivano curate empiricamente o con la preghiera. “Nessuno aveva notizia di medici e medicine […] Intorno agli anni trenta (di quale secolo il Firrarello non lo dice, ma si presume che sia il ‘900 ) arrivò a S. Cono un medico…” del quale “le persone diffidavano…” ma che col tempo “riuscì a penetrare profondamente nell’animo popolare e somministrare i primi farmaci prodotti dall’industria chimica. Tra questi, uno dei primi e certamente il più famoso fu il chinino, rimedio efficacissimo contro la malaria.”

La donna, argomento del 5° capitolo, racconta che all’epoca per essere rispettata “doveva essere madre: la donna senza figli equivaleva ad un albero senza frutto.” Il matrimonio “significava famiglia e rispetto sociale […] il resto era sacrificio.” La gravidanza ed il parto erano gestite da “altre donne abili per esperienza propria”, onde nacque il termine mammana. Al medico fu precluso di occuparsi delle gestanti.” La donna doveva essere sottomessa e rispettosa, doveva considerare le fatiche piacevoli, non doveva avere conoscenze e seguire le massime: “sbagliando si impara e la vita è maestra.” Vigevano i più assurdi principi morali secondo i quali l’onore di una famiglia e in primis del suo capo, era “profondamente nascosto sotto la gonna della figlia” e da questo principio scaturiva il cosiddetto delitto d’onore, (ora cancellato dal codice!) “con morte finale e poca condanna”. L’autore riferisce diversi casi e infine parla della prima studentessa, una certa Rosaria, la quale dopo le elementari, riesce ad ottenere dal testardo padre il permesso di continuare gli studi. Manca, però, l’ indicazione del fatidico anno scolastico.

Il 6° capitolo parla de I pettegolezzi che si svolgevano nella “bottega del fabbro ferraio Don Tano…che ferrava i cavalli e aggiustava gli arnesi, …ma sostituiva anche il veterinario.” I temi dei pettegolezzi erano le donne, le guerre e l’ agricoltura. E vi erano personaggi specializzati nei diversi argomenti, i quali raccontavano a ripetizione le loro esperienze amorose, belliche o lavorative nei campi.

Il terrore, argomento del 7° capitolo, parla della seconda grande guerra ‘40/’45, “la cui inutilità, prima a livello di dubbio, diveniva ogni giorno realtà” e in particolare parte dal giugno del 1943, quando “per la prima volta si vedeva circolare un automezzo (la jeep di un colonnello tedesco) e per la prima volta, oltre le domenicali prediche sacerdotali, una persona intendeva rivolgersi ad una moltitudine. Il discorso si “concluse al grido di Viva il Duce, viva la patria, viva il Re, al quale si associarono Pasquale, il podestà, e il gruppetto dei dirigenti del partito fascista, capeggiato dal suo segretario sig. Costantino La Cola. La folla era muta, perplessa, sgomenta, non capiva […]
Ma da allora ci furono le riflessioni che cominciarono a criticare il fascismo, che, però, reagiva con arresti e “olio di ricino”. Ma nel ’43 era finita la stagione dell’olio di ricino che veniva somministrato all’inizio del ventennio, quando esso doveva ancora affermarsi. Quei discorsi prepararono gli animi ad accogliere gli Americani come liberatori e distributori dei terreni dei feudatari.

L’8° capitolo parla de La delusione che seguì alla disastrosa guerra e alle prime riforme, specialmente quella agraria, che fecero sorgere il separatismo siciliano e l’affermazione della mafia, entrambi contrastati dai sindacati. E qui l’autore si diffonde nel racconto dei fatti e dei personaggi locali che portarono alla delusione, appunto, e alla fine della civiltà contadina e al risorgere del fenomeno emigrazione degli anni trenta.

Nei Colloqui di emigranti, infine, narra, forse con molta fantasia, dell’emigrazione di cinque giovani irrequieti e schizzinosi, i quali, dopo le loro esperienze sessuali “nel casino di Caltagirone”, partono per l’ America in cerca di libertà e benessere. Dopo una traversata lunga e disagiata, Nicola scompare nel grande porto di New York, gli altri quattro vengono mandati in Pensilvania, dove lavorano in miniera e la sera nelle loro baracche di legno devono prepararsi il pasto e fare tutte le altre faccende di casa. Santo, che era scapolo, dopo un po’ di tempo la sera si eclissava perché aveva conosciuto una ragazza francese, Anne; Raffaele conobbe Evelin e, dopo tormentate notti al ricordo della moglie e dei figli, la seguì; Cataldo, che era un fatalista, soffrì per la decisione dell’amico, ma si costruì una casetta di legno per richiamare la famiglia; ma un triste giorno morì sotto una valanga assieme ad altri operai; Orazio, che era l’unico superstite, curò le misere esequie dell’amico e, passati i cinque anni previsti dal contratto d’ingaggio, ritornò al paese. “Il gruppo non esisteva più. Ognuno aveva vissuto la sua realtà.”

Segue un affastellamento di riflessioni, poste in bocca a quella povera gente di paese, che culmina con “corsi e ricorsi” posti in bocca alla vecchia Rosalia la quale vuole dissuadere l’unico figlio Rocco dall’ emigrare, ma che finisce col dire: “Non insisto, so di non avere il diritto, vai avanti, Rocco mio,; soprattutto è importante credere nelle proprie scelte e non oscillare come le spighe di grano al vento di maggio.”

Che dire della edizione? L’editore Greco, con un buon proto, avrebbe potuto rabberciare il tutto. Ma la propaganda non va per il sottile: tanto chi riceve l’omaggio, che non legge, è orgoglioso che quel politico si sia ricordato di lui e, quindi, lo voterà se non altro per riconoscenza, et hoc erat in votis!

Nicola Lupo
Dicembre 2004

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