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I ricordi di Nino cav. Castiglione

Premessa, I nonni, i genitori, l'adolescenza, Il vino della Pallata, Poi venne la guerra..., Il fidanzamento, L'espatrio e gli anni felici, Arriva Elena, La disperazione


In Kuwait a trivellare petrolio
L'espatrio - gli anni felici

Venne a Bronte un certo mister Billy, americano, che già era stato come dirigente in quella ditta petrolifera olandese. Anche questo signore era stato intimo amico di Piero e di altri brontesi. Subito andò a trovare proprio Piero e, dopo i convenevoli calorosi saluti e bevute, riferì che era tornato a Bronte per conto di un'altra società petrolifera americana, con uffici a Roma, la quale lo aveva incaricato di reclutare personale per i nuovi impianti in Arabia Saudita, nel golfo Persico.

Il primo pensiero era stato per i brontesi per i quali aveva conservato cari ricordi. A Piero diede la priorità di fornire alcuni nomi e per altri avrebbe scelto lui fra quelli che già conosceva.

Piero non credette alle sue orecchie: la fame di lavoro era più di oggi. La sera stessa mi venne ad informare che si era prenotato prima lui, poi aveva fatto il mio nome e quello di mio fratello Tanino. Anch'io stentavo a crederci. La notizia a Bronte si sparse in poche ore. Qualcuno venne a raccomandarsi con me e Piero. Fra questi a Billy proponemmo Francesco Saitta, ex mio socio, e Vincenzo detto “barone”, che si trova a spasso per non aver saputo gestire una ricchezza della moglie vedova. Gli restanti li scelse l'americano. In tutto 12 persone.

Dopo qualche giorno Billy ci radunò in un bar nella quale ad ognuno di noi ci fece firmare un contratto di assunzione per due anni dicendoci che da quel momento eravamo alle dipendenze di questa benedetta società. Dovevamo attendere ulteriori istruzioni e direttive. In quanto alla paga ci assicurò che sarebbe stata cospicua con viaggi, vitto e alloggi a loro spese. Dopo di ciò, "scomparve".

Mio padre era scettico, direi non tanto contento per me, intanto le veniva a mancare il suo braccio destro, dimenticando i suoi sei anni in Africa. Per Marisa il discorso era diverso. Se da un lato la prospettiva era allettante, dall'altra era angosciante. Il sig. Billy, nonostante le nostre richieste, da subito ci aveva detto che di famiglia a seguito neanche a parlarne. Intanto proprio in quei giorni dovevo sostenere gli esami per la Finanza a Palermo. Vista la nuova prospettiva, li sostenni demotivato, anche se mi ero preparato bene: mi bocciarono.

Dopo una ventina di giorni, lo scetticismo di mio padre stava contagiando anche noi, visto che non si riceveva notizia dalla ditta. A togliere ogni dubbio però fu quando, a un mese esatto dalla firma del contratto, ad ognuno di noi venne recapitata una busta con dentro le istruzioni, l'elenco dei documenti, compresi quelli sanitari, con visite, vaccino e altro, accompagnato da un assegno di lire settantamila. Quest'ultimo ci incoraggiò (nel 56 era una bella somma).

Ci demmo da fare. Poi di nuovo silenzio. Da un giorno all'altro si aspettava la chiamata. Invece dopo un'altro mese arrivò un altro assegno di centomila lire. Eravamo sconcertati, meravigliati. Il commento era che avevamo trovato lo zio d’America. In paese la notizia fece scalpore. Con la sete di lavoro e con quel salario a sbafo, molti chiedevano raccomandazioni o intercessioni. Se dipendeva da noi avremmo assunto mezzo Bronte.

Marisa, indipendentemente dai soldi desiderava non venisse mai la partenza, come del resto anch'io. Invece arrivò subito dopo. Per data stabilita dovevamo presentarci a Roma in via Veneto ove c'erano gli uffici e lì vicino l'albergo-pensione.

Il congedo dai nostri cari è stato molto emotivo. Nell'abbraccio con Marisa ci dovettero staccare con forza. Mia mamma piangeva a dirotto. Due macchine strapuntinate ci portarono a Catania. In quei giorni mio fratello Dino era venuto a Bronte e ora partiva con noi per Rimini.

Mio padre volle accompagnarci fino a Catania. Alla stazione, mentre il treno cominciò a muoversi, dal finestrino lo sentimmo gridare. "Dio vi benedica". Poverino; si vedeva partire per la prima volta tutti e tre i figli insieme, così come da comprendere il forte pianto della nostra mamma. (Mi ricordava di quando militare chiudevo le lettere chiedendo la loro benedizione; oggi i giovani chiedono ben altre cose, altro che benedizione!).

A Roma trovammo altri colleghi di altre città. Restammo fermi tre o quattro giorni per altre visite e altri controlli. Io, e Tanino non mancammo di andare a trovare gli zii e cugini Romeo. Partimmo in aereo con destinazione Kuwait (Iran).

La pacchia era finita. Fra tutti, io solo viaggiai con febbre alta a causa di un vaccino fattoci a Roma. Ero confortato da una bella hostess, bontà sua.

Dopo dodici ore di volo atterrammo su... un'altro pianeta.

Appena scendevamo dalla scaletta dell'aereo, ci sembrò di entrare in un forno a legna: una folata di caldo ci investì da toglierci il respiro. Strano ma vero: la febbre che mi aveva tormentato per tutto il viaggio, dopo pochi minuti scomparve totalmente.

Ad attenderci c'erano alcune auto fuoristrada con rispettivi autisti arabi. Con i numerosi bagagli partimmo per quell'inferno. Attraversammo qualche quartiere della città dove per la prima volta vedevamo gente con abbigliamento visto solo nei film: Per noi erano in... “camicia da notte”, uomini e donne. Poi il deserto sabbioso e infinito.

Dopo circa un'ora, ci chiedevamo dove ci stavano portando, quando finiva quel viaggio. Non un albero, non una casa; una sterminata pianura di sabbia e basta. A volte in lontananza si vedeva il mare, ma quando lo raggiungevamo scompariva: Erano i famosi miraggi provocati dalla sabbia rovente. La temperatura, sapemmo dopo, sfiorava i 50 gradi all'ombra. […]

C'erano molti altri connazionali di tutte le regioni e tutti ansiosi di conoscerci. La notte non dormii, un senso di angoscia misto a paura di non resistere senza Marisa non mi fece riposare.
Il mattino alle sette tutti al lavoro. Si incominciò a montare due impianti di trivellazione ancora imballati, a un paio di chilometri dal campo base, lì, sotto un sole implacabile e la sabbia rovente. Però si accusava più un impatto psicologico che fisico.

Poi, anche con molta volontà per chi si rendeva conto che non era in villeggiatura, ci si rassegnò a sopportare. Questo per i primi giorni.

Nel frattempo non sapevamo che nelle nostre famiglie stavano vivendo ore drammatiche.

Nella stessa notte che noi eravamo in viaggio per la Persia, sulla stessa rotta era caduto un aereo dove perirono tutti i passeggeri.

Noi non sapevamo nulla ma i nostri famigliari avevano appreso la notizia dalla radio e dai giornali. Telefonavano a Roma alla ditta ma non avevano notizie sicure (la telefonia di oggi era lontana). Solo dopo qualche giorno furono rassicurati. Noi lo sapemmo con la loro prima lettera in risposta alla nostra.

Dopo il montaggio, si inizia la perforazione per andare a "trovare" il petrolio (fummo i primi operatori in quel territorio, Iraq-Kuwait, che doveva poi rivelarsi il più grande produttore di petrolio del mondo e scatenare conflitti armati) anche se già nel golfo persico si estraeva. […]
Dopo diciotto mesi, mio fratello e Piero vengono trasferiti su un'altra trivella in una piattaforma sul mare del golfo persico. Una volta sono andato a trovarli, dopo quattro ore di macchina e due di motoscafo. Mi fecero pena. Almeno a terra ti potevi muovere ma lì sopra al massimo potevano guardare i pescecani o pescare la con la lenza.

Poi tutto l'impianto venne distrutto dal fuoco per un'improvvisa eruzione di gas e petrolio.
Il personale si salvò per miracolo sulla nave appoggio. Mancavano pochi giorni allo scadere del contratto, perciò da lì, li mandarono direttamente a casa regolarmente. [...]

Furono sei mesi ancora più duri: molti eravamo allo stremo. Finalmente si torna a casa, i due "secoli", pardon, i due anni scadevano. Da giorni eravamo presi dall'eccitazione di fare le valige. […]

« …nelle ore libere c'era il biliardo e qualche gior­nale (alcuni libri me li feci mandare da Marisa, come pure mi feci mandare il timo, l'origano che lì non c'era), oltre scrivere a casa (io a Marisa scrive­vo tutto, anche le cose più banali per darle conforto e perché a lei piacevano da sempre le mie lettere, e anche per dare conforto a me stesso).

Visto la noia assoluta, dopo circa sei mesi mi venne l'idea di costruire una trivella in miniatura (la miniatura mi piace, in futuro ho fatto altre cose); cominciai a cercare il materiale (non era facile, so­prattutto per gli attrezzi): legno, viti, chiodini (mi adattai anche spuntando gli spilli) e tutto l'occor­rente.
Mi improvvisai architetto, disegnatore e progettista. Fui tanto “bravo” che quando alzai la torre era sbilenca. Mi impegnai di più anche perché vedevo che le ore passavano più veloci.
Questa volta venne perfetta. Non mancarono le lodi (e l'invidia) di tutti.»

A destra, Tanino Castiglione
("Tanino Micia"),
il fratello di Nino, col pistacchio della "Contura" durante l'ultima Sagra.

Tanino Castiglione ("Tanino Micia") e il pistacchio della Contura

Il pistacchieto della Contura, luogo di aggregazione e di feste comprato dal padre al ritorno dalla guerra in Albania, ritorna spesso nei ricordi del cav. Castiglione.

Allo scadere dei due anni precisi, il ragioniere ci convocò dicendoci che la macchina con autista era pronta per portarci all'aeroporto di Kuwait.

Ci disse pure se volevamo rinnovare il contratto per altri due anni. Personalmente dissi che avrei accettato se mi facevano portare la moglie con me, lui rispose che non era possibile e io risposi che ...non era possibile. Addio, deserto arido e squallido. [...]

Due anni erano passati, due interminabili anni. (Oggi, a distanza di 40 anni penso siano stati un soffio, rispetto a tutto questo tempo).

Quanta pena alla partenza; quanta gioia al ritorno! Il treno correva ma mi sembrava una lumaca. Alla stazione di Catania, l'abbraccio con Marisa ci fece perdere la cognizione del tempo. Era più bella di quando ero partito, o almeno ai miei occhi era così. E così era.

Anche ora si era in campagna per la raccolta del pistacchio e dunque c'era maggiore occasione per stare tutti insieme ai famigliari. Era una festa, una gran festa durata molti giorni.

Poi io e Marisa partimmo per un altro viaggio di nozze. Quello che avevamo risparmiato in capricci per due anni separati, li spendemmo insieme in una ventina di giorni. Nel 57 ero partito dopo solo undici mesi dal matrimonio e molte cose erano rimaste in sogno. Ora potevamo realizzarli. Allora di mio non avevo niente, ora le cose erano totalmente cambiate. Nel frattempo avevo ricevuto (come tutti gli altri) la liquidazione dalla ditta che così aveva rispettato il contratto al cento per cento. Grazie, Americani.

Finiti i festeggiamenti, ora bisogna pensare al futuro.
In affitto trovo un locale disponibile a 50 metri da casa. A non più di un mese realizziamo in metà di questo stabile il negozio di abbigliamento tanto sognato. Nell'altra metà, divisa da pareti ma comunicante anche all'interno, vendo arredamenti in società col Sig. Catania Giuseppe detto "Cullaritto". Lui di mestiere fa proprio il mobiliere ed ha il laboratorio a pochi passi dal negozio.

Le due attività, che erano improntate sul moderno, subito attrassero i paesani, e Marisa con la sua naturale grazia, contribuiva al buon andamento commerciale. Gli acquirenti non dicevano andiamo da Castiglione ma da Marisa. Lavoravamo con soddisfazione. Ci comprammo la prima nostra automobile: una Fiat 1.100. […]

Dopo qualche anno cessai di trattare arredamenti. Provai con gli elettrodomestici e TV ma anche questi troppo impegnativi: quasi tutte le sere, dopo la chiusura del negozio dovevo andare in giro dai clienti a regolare e spiegare ancora la ricezione perché il tecnico voleva gli straordinari che l'utile non mi permetteva (i telecomandi ancora erano...sulla luna).

Nel settore abbigliamento e merceria tutto andava bene. Dovevo pur utilizzare l'altro stanzone e dunque mi venne l'idea di trattare giocattoli e puericultura, (culle, carrozzine ecc...) i quali risultarono vincenti (come ancora oggi tratto).

Gli anni passavano. Con Marisa eravamo sempre sposini, mai un bisticcio serio o un contrasto che potesse turbare la nostra serenità, salvo qualche rara stupidità (saremmo stati troppo perfetti).


Arriva Elena

Gli anni passano. Tutto procede nel migliore dei modi anche in seno a tutte le nostre famiglie. La Contura col suo spazio a volte si prestava a ritrovarci tutti insieme, anche con degli amici, a trascorrere giornate in festosa e affettuosa armonia.

Con Marisa siamo felici, anche se c'è quel desiderio della bambina. Ora presentiamo la domanda per l'adozione al tribunale dei minori di Catania. Ho compiuto già i quarant'anni. […]

Al tribunale feci presente la nostra decisione, riproponendo l'età desiderata. Per diversi mesi non ricevemmo notizie. Avevamo paura che col nostro rifiuto non ci avrebbero dato più l'affidamento. Ci rivolgemmo al nostro amico padre Nino Calanna, presidente della Pontificia Opera Assistenza di Catania, se era possibile un sollecito o quantomeno tranquillizzarci. Ai primi di giugno 73 arriva la seconda convocazione.

Partimmo senza perdere un attimo. La suora era un'altra. Dopo i convenevoli, ci fece attendere per lunghi dieci minuti in un salotto appena all'entrata. Quando rientrò aveva un fagottino fra le braccia. L'emozione era palpabile, e quando la suora scoprì il visino della bambina i nostri cuori scoppiarono di gioia.

Marisa la volle subito in braccio; la teneva come fosse di cristallo. Aveva otto mesi e si chiamava Elena, nata a Comiso il 12 Ottobre 1972. La bambina ora doveva essere nostra; (quanto è misteriosa la natura: salvo i capelli, assomigliava molto a Marisa). Comunicammo subito al tribunale la nostra decisione affermativa. Prima di ritornare a vederla, il tribunale ci convocò per un colloquio, prima separati poi insieme. Lo fecero anche con i miei genitori e con la mamma di Marisa.

 I nostri programmi, le nostre opinioni combaciavano perfettamente, tanto da congratularsi.

Quando alla fine ci chiesero se avevamo intenzione fare sapere a Elena che era stata adottata, al nostro sì senza esitazione, furono compiacenti e d'accordo. Alla seconda "visione", portammo i nostri genitori a vederla restando con lei qualche ora. Ricordo che al ritorno li portai a mangiare pesce fresco a Brucoli.

Verso fine giugno andammo a prendere la bambina. Con noi venne pure mio fratello Tanino. Portammo l'occorrente per la neonata e lì stesso Marisa le cambiò tutti gli indumenti.

Tenuta in braccio da Marisa, entrammo nella cappella dove alla preghiera feci seguito ad una ragionevole offerta nella cassetta. La suora era più raggiante di noi nel vedere una bambina lasciare l'istituto. Ci salutammo calorosamente.

Marisa, Elena e Nino

Il viaggio di ritorno fu dedicato tutto alla bambina alla quale mio fratello faceva delle moine mentre lei guardava con occhi vispi e curiosi tenendo sempre il pollice in bocca. A pranzo ci fermammo a Bicocca da Mario. Rosa aveva preparato la prima torta di Elena. […]

Subito cominciarono ad arrivare i parenti: Nonni, zii e cuginetti. Era una grande festa. Faccio come allora una considerazione. La nascita di una bambina "propria" è l'evento più bello della vita ma l'adozione, chissà perché suscita un'emozione diversa, più toccante. I complimenti, gli auguri, i commenti assumono un valore più strettamente umano.

Nei giorni a venire la curiosità morbosa dei paesani li spingeva a venire in negozio più per vedere la bambina di Marisa che per fare compere. Tutti dicevano meravigliati come le somigliava. Da allora moltissimi ci vollero imitare. Chiedevano come avevamo fatto, quale era la prassi, e io glielo spiegavo tenendo a portata di mano l'elenco dei documenti da inoltrare, incoraggiando e stimolando.

A Bronte ci fu l'ondata delle adozioni, dopo i sei mesi di affidamento, come noi. Una decina li abbiamo conosciuti personalmente: ce li portavano in negozio euforici.

Marisa era tutta per Elen (o Helen o Elen o Elena). Si era votata totalmente al ruolo e all'amore di tutte le mamme. A volte mi faceva inquietare per la sua ansiosità, anche se la capivo. Il termine "adozione" per noi è stato ignorato fin dal primo giorno.

Elena era nostra figlia e basta. […]


La disperazione

«Marisa non c’era più»

«Nel 1979 la serenità diede spazio all’angoscia e alla disperazione. Dopo accurate analisi, a Marisa venne diagnosticato un tumore all’utero. Tenemmo Marisa all’oscuro della gravità ma le dissi che era meglio ricoverarsi all’ospedale […].

La mia vita fu sconvolta, quella di Marisa a forte rischio. Vidi buoi davanti a noi.

Oggi come prima e più di prima amavo Marisa. Io l’adoravo. Eravamo una sola campana a festa e ora questa campana suonava altri rintocchi. […]

Affrontavo tutto con forza fisica incredibile, non mi sentivo mai stanco. Mi aggrappavo a tutto, anche al “miracolo” dell'acqua.

Sentii dire che a Linguaglossa c'era un santone che dava acqua miracolosa.
In macchina andai di mattina presto. Con meraviglia vidi centinaia di persone in attesa; del nord, del centro, del sud, e anche un paio dall'America. Si entrava in una casa uno alla volta dopo prenotazione sul posto (tutti forniti di bidoni, bottiglie, damigiane ecc...). I commenti erano molto incoraggianti.

Quando arrivò il mio turno, alle due di pomeriggio, col mio bidoncino entrai in una stanza spoglia, sporca e in disordine. Al centro troneggiavano le statue di Gesù e di Maria.

Il santone, un uomo di statura normale in camicia e pantaloni, mi chiese poche cose sulla paziente, poi da un semplice rubinetto mi riempì il bidoncino.

Chiesi quanto pagavo, nulla, mi rispose, se volevo, un'offerta. Tirai fuori quello che avevo in tasca senza contarlo (credo alcune decine di migliaia di lire) e glieli detti tanto ero stato contagiato dai commenti favorevoli lì fuori.

Pur sapendo, come ho detto, che i miracoli non si comprano, in tasca ero sempre fornito. Non guardavo niente, avevo perso il senso della razionalità. Come era da pensare, l'acqua era acqua e basta. Il santone confidava nella disperazione della gente come me (non so che fine abbia fatto, ma non credo sia durato molto).

Marisa stava sempre coricata, ma era tanto fiduciosa che un giorno a Elena, per una monelleria le disse che appena si rimetteva l'avrebbe messa a “posto” lei.

In un altro momento di tenerezza mi parlò di quanto eravamo stati felici.

Il cuore mi scoppiava. Risposi che ci saremmo ritornati, senza fare vedere gli occhi lucidi. E non mi rassegnavo, non mi volevo arrendere. Caparbiamente non volevo accettare la verità che era li, davanti a me.

L'amore è cieco davvero, non è un eufemismo, non mi faceva ragionare, il bene che gli volevo rifiutava ottusamente credere alla prospettiva di perderla. Ma non ci fu clemenza; l'ultima settimana le maledette metastasi ultimarono l'aggressione alle residue forze del suo corpo che era stato di una forza incredibile. Questa volta, dopo la sofferente dialisi a Randazzo, la portai con i sempre assistenti a casa, non in campagna.

Alle tre del mattino del 22 settembre 1985 Marisa si spense, a 53 anni l'amore mio non mi sentiva più, se ne era andata, mi aveva lasciato. Il suo cuore aveva battuto anche per me e più tardi anche per Elena, ora non più.

È possibile che una creatura così dolce, così buona dovesse andare via così presto?
Si, era possibile, è stato sempre così, da che mondo e mondo. Solo che speriamo sempre non accada a noi, o alla persona amata.

Marisa non c'era più. Questo era l'atto finale di quel preludio di sei anni prima. Quello che vivemmo in quelle prime ore o nei due o tre giorni a seguire dopo la sua dipartita, non ritengo doverlo scrivere. Anche perché molte cose non li afferravo. Quello che feci, quello che dissi in mente mi è rimasto poco. Vedevo solo che Marisa non c'era più, il resto era il nulla. Perciò vado oltre le ore più drammatiche.

Può darsi che mi ripeto, scrivo qualcosa che già ne ho accennato, ma non ha importanza; io non sto scrivendo un romanzo, un racconto inventato, un libro da vendere o una tesi di laurea da presentare. Perciò chi sarà così buono da leggermi, abbi pazienza.

Marisa fin ragazzina era stata con me, e non è poco. Ci amavamo in modo sem­plice, infantile direi, ma solido in tutti i suoi nobili aspetti affettivi. C'era un solo filo diretto, dipendevamo l'uno dall'altro. Non conoscevamo l'arroganza, la sapienza a tutti i costi, l'invidia o il pettegolezzo non ci sfioravano nemmeno.

Certo, capitava anche a noi qualche disappunto, qualche diverbio, com'era naturale, fisiologico. Solo che accettavamo anche questi perché erano nostri, ci apparte­nevano insieme ai pregi e ai difetti, e facevamo di tutto per non fare risaltare quest'ultimi, e se c'era qualche fuocherello Marisa era la prima a gettare acqua, anima benedetta.

La nomina a Cavaliere

«Voglio ricordare una piccola "vanità" personale. Da di­versi anni ero delegato, per Bronte, alla Cas­sa Mutua Com­mercianti di Catania, nella quale davo impegno.
Il direttore era l'Avvocato Mimmo Azzia, Brontese e vecchia conoscenza, il quale di sua iniziativa e qua­si a mia insaputa nel 75 si interessò a farmi reca­pitare il seguente attestato che qui copio integralmente.

Il presidente della Repubblica
Capo dell'ordine “Al merito della Repubblica Italiana”
In considerazione di particolari benemerenze; sen­tita la Giunta dell'ordine al merito della Repub­blica Italiana, sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri con decreto in data 2 giugno 1975 ha conferito l'onorificenza di Cavaliere al Sig. Casti­glione Antonino con facoltà di fregiarsi della inse­gna stabilite per tali classi.
Il Cancelliere dell'ordine al merito della Repubblica Italiana è incaricato dell'esecuzione del presente Decreto che sarà registrato alla Cancelleria dell'or­dine medesimo.
Firmato G. Leone, controfirmato A. Moro
Elenco dei Cavalieri Nazionali n° 20628 serie III

Queste gratifiche non possono che farti piacere, so­prat­tutto perché originali, e non “comprati” al “su­per­mercato” come allora sentivo dire molti face­vano.
L'attestato per diversi anni lo tenni conservato per sem­plice riservatezza o semplice modestia. Mari­sa poi mi sol­lecitò a incorniciarlo e appendere al muro dove è tutt'ora.
Non mi sono mai avvalso del titolo perché pur­troppo nel nostro ambiente, un'altra qualità nega­tiva, è proprio l'ironia (o invidia, anche per così poco), qualità che non sopporto. Chiudo la "vanità".»

 

I fratelli Nino e Tanino Castiglione davanti al negozio di quest'ultimo sito in via Renato Imbriani.
Naturalmente, i "Ricordi" del cav. Castiglione, 116 pagine editi nel Luglio 1999 dalla Galatea Editrice di Acireale (CT), non sono in vendita.

E poi c'era la cosa più essenziale: la reciproca stima, difetti e non difetti […]. …eravamo ricchi nella vita coniugale, e ne andavamo fieri. Quando i nostri corpi si univano c'erano i “mille violini” di Modugno che suonavano (e prima che li scoprisse lui).

Una volta un caro tutt'oggi amico mi disse di non pensare che tutti fossero felici come me e Marisa.

Lo so, risposi col petto gonfio, e mi dispiace per quelli che spesso non lo vogliono essere perché il “sale” per la “zucca” le sembra costi caro

A noi ci erano bastati i continui litigi quando eravamo fidanzati di nascosto, sempre per motivi banali, naturalmente, dovuti più alla mentalità retriva della cosiddetta società che a noi stessi. […]

Quando ci sposammo, il passato fu gettato alle ortiche, ci aveva fatto tribolare un bel po'.

Ci ripagammo e bene fino a quando la malasorte negli ultimi mesi fece aggravare Marisa entrando nel calvario. Ora è finito tutto. Marisa non c'è più. Il rimpianto è maggiore perché maggiore era la nostra felicità.

«Arriva Lucia, la vita continua».
La signora Lucia, Elena e Nino (dicembre 2002)

Quando diciamo "non c'è più" per una cosa qualsiasi, quelle tre sillabe scivolano via come tutte le altre parole, ma quando si riferisce alla persona amata che appunto “non c'è più”, assumono un significato tremendo, scuote l'individuo in tutte le sue membra, il cuore pulsa con violenza.

Ecco, le tre sillabe mi si proponevano ogni momento con angoscia, facendomi ogni volta sobbalzare, specie di notte, mentre tentavo di assopirmi. “Non c'è più” la mia Marisa che fin dalla prima giovinezza insieme abbiamo percorso un tratto di quel “viaggio” con il più nobile dei sentimenti: l'amore. [...]»

«[...] Chiudo definitivamente questa autobiografia di una persona comune. Biografia ricca di fatti frivoli e banali; ricca di gioie e di dolori; ricca di episodi drammatici e dolorosi, ricca di angosce e di allegrie. Ricca di casi della vita
Grazie ancora a chi ha finito di leggerla»
Nino Castiglione

I ricordi del cav. N. Castiglione


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