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Agosto 1943, la guerra a Bronte

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Cenni storici sulla Città di Bronte


LUGLIO/AGOSTO 1943: LA GUERRA A BRONTE

Il diario dello scrittore avolese Giuseppe Schirinà

LO SCRITTORE AVOLESE GIUSEPPE SCHIRINA'L’inedito di Giuseppe Schirinà (Avola, 1923-2004), dal titolo “Il bombardamento del 1943: Bronte e Avola”, inserito nel volume “Audi quo rem deducam” (Editore Silvio Aparo, della Melino Nerella Edizioni, Avola, dicembre 2011) è un diario di guerra sui bombardamenti che subì Bronte nel luglio-agosto del 1943, quando l’autore, poeta e scrittore avolese, si trovava nella nostra cittadina insieme alla mamma per assistere la sorella che vi risiedeva e doveva partorire.

“Frugando tra le carte di mio padre dopo la sua morte” – scrive la figlia, prof.ssa Grazia Maria Schirinà, che ha curato la pubblicazione dell’opera – “ho trovato un quaderno nero con i margini rossicci, proprio come quelli vintage che ora si vendono nei migliori negozi, ma che, di fatto, portava i segni del tempo.
Essendomi assunta l’incarico di mettere ordine e dare lustro alla produzione letteraria di mio padre, ho letto con avidità le poche pagine, inserite a scrittura minuta vergata rigorosamente a mano, che ripercorrevano alcuni momenti della sua vita, non però riferibili alla sua vita personale, che tuttavia è in esse compresa, bensì alla vita di un intero paese, Bronte, dove egli stesso si trovava, nel lontano 1943, proprio nei giorni dei bombardamenti che quasi lo distrussero durante l’ultimo conflitto mondiale.

Attraverso la sua testimonianza scarna e semplice, quale può essere la scrittura di un giovane ventunenne alle prese con un evento così drammatico, ho ripercorso volti e fatti noti a me solo attraverso il racconto ascoltato nell’età della mia infanzia e creduto, spesso e per molti versi, solo frutto di fantasia”.

Dal minuzioso e paziente lavoro di Grazia Maria Schirinà è nato un libro dal titolo "Audi quo rem deducam - Bronte e il bombardamento del 1943", pubblicato ad Avola nel Dicembre del 2011. Oltre al diario contiene altri scritti dello Schirinà, ed anche alcuni testi di scrittori avolesi, che vissero nella città natale i giorni dello sbarco alleato, e ora danno uno spaccato della realtà locale di indubbio valore per la testimonianza diretta o per lo studio che ne hanno fatto.

“Giuseppe Schirinà” – scrive Sebastiano Burgaretta nella prefazione – nell’estate del 1943 si trovava a Bronte, perché colà aveva accompagnato la propria madre, in vista dell’imminente parto che avrebbe dovuto affrontare sua sorella Eloisa, che col marito abitava a Bronte.
In questa città lo colsero, insieme con la madre e gli altri familiari, gli sviluppi bellici, sfociati, la sera del 9 luglio, nello sbarco degli Alleati anglo-americani, che da lì a qualche mese avrebbe portato all’armistizio di Cassibile e al rovesciamento della condotta bellica a tutti nota.

Giuseppe Schirinà, che evidentemente portava dentro di sé in nuce, per così dire, la sua vocazione letteraria, quella che si sarebbe successivamente rivelata e costantemente mantenuta negli anni, ebbe, pur nella tragicità di quei momenti, e/o forse proprio per questo, l’accortezza e la lucidità di annotare degli appunti quasi quotidiani, che ora rendono testimonianza del dramma che la gente laboriosa di Bronte e, con essa, Schirinà unitamente ai suoi familiari, vissero sotto i bombardamenti alleati. Le peripezie, le paure, i forti segni di vita nonostante tutto, che caratterizzano l’esperienza dello Schirinà e dei suoi familiari, sono gli stessi vissuti dalla gente del paese etneo, il cui senso di ospitalità non fu mai fatto mancare a chi ne aveva bisogno in quei fatidici giorni”.

AUDI QUO REM DEDUCAM, IL DIARIO DI GIUSEPPE SCHIRINA'Alla figlia Grazia Maria è toccato il compito di trascrivere il testo del “quaderno nero con i margini rossicci”, decifrando la non sempre chiara scrittura del padre, e di documentarsi su nomi e persone, alcune delle quali, contattate personalmente, hanno dato conferma dei dati e dei fatti descritti.

Sempre la figlia, per presentare il libro di cui sopra, ha indetto un convegno, che si è svolto il 29 dicembre 2011 con la partecipazione dell’editore Silvio Aparo, degli scrittori Burgaretta, Apolloni, Fortuna (di Avola), e Russo (di Bronte), e di altri rappresentanti dell’associazione “Bronte Insieme”: due città, una di montagna e una di mare, affratellate nel ricordo doloroso di eventi che, nell’arco di pochi giorni, avevano vissuto identici drammi.

“A Bronte” – scrive ancora Sebastiano Burgaretta – “Giuseppe Schirinà visse le giornate convulse dei tre mesi cruciali del 1943 italiano: l’occupazione da parte degli Alleati della Sicilia e delle regioni più meridionali d’Italia, la caduta della dittatura fascista, l’armistizio che rovesciò le sorti della sciagurata guerra voluta e imposta al Paese dal genio nero. Apprendeva ansioso, di giorno in giorno, quando gli era possibile ascoltare le notizie date dalla radio, lo sviluppo che assumevano gli eventi bellici, raccoglieva avventurosamente informazioni dalla viva voce di quanti potevano spostarsi all’interno della Sicilia …

A Bronte riesce anche ad invaghirsi di più di una fanciulla nel trambusto e nella confusione ricorrente tra un allarme e un bombardamento.

Storie di quotidiana e ordinaria umanità, si sarebbe dovuto dire, e invece tutto era così precario e così sempre in bilico tra la vita, che pure celebrava i suoi trionfi, come nella nascita, la notte del primo di agosto, della nipotina Maria Pia, e la morte tragicamente e realmente sempre in agguato, come per la povera Amalia, morta sotto il bombardamento.

Per ben due volte costretto, insieme con i suoi, a sfollare da Bronte, sperimentò la provvisorietà e le ristrettezze tipiche dei momenti più duri che un conflitto armato può riservare agli uomini: la fame, la promiscuità, il freddo, l’indigenza, il malessere fisico e spirituale che ogni tragedia epocale trascina dietro di sé. Ma la nota ricorrente, in questo succinto diario di guerra, è data dalla forza costante dei sentimenti, nella loro variegata gamma di sfumature, e dalla speranza , mai affievolitasi, di tornare alla vita normale di tutti i giorni, di tornare a casa praticamente e alla quotidianità del lavoro e delle relazioni umane. Schirinà poté fare ritorno ad Avola, insieme con la madre, soltanto il 28 settembre”.

A Bronte il ventenne Schirinà era arrivato l’8 luglio; da Bronte riparte alla volta di Catania domenica 26 settembre col padre Corrado alle tre del mattino a piedi. E, da quel che scrive nel diario, il suo cuore non sembra proprio del tutto sgombro: “Mi volgo per salutare Bronte che dorme ancora: due luci sono accese, forse qualcuno, Nunziatina, mi pensa; addio”.

Aveva trovato Bronte pressoché integra, la lascia letteralmente distrutta dai  bombardamenti sempre più intensi iniziati il 14 luglio, sei giorni dopo il suo arrivo.

Infatti, come ha detto Russo nel corso della presentazione ad Avola dell’ “Inedito brontese” dello Schirinà, “Il lungo e sinuoso Corso, che attraversa la cittadina da sud a nord, allora rappresentava un tratto dell’unica arta dell’immediato entroterra della Sicilia Orientale verso Messina, la sola idonea per larghezza e scorrevolezza a far passare i mezzi pesanti.

Dal centro dell’abitato, inoltre, si dipartiva un’altra importante via verso l’interno dell’isola. Insomma era, questo sfortunato paese, il luogo deputato alla battaglia più rovinosa e cruenta. Infatti, prima ci pensarono i tedeschi a far saltare con le mine le case che erano lungo le due vie principali, per ostruirle e impedire il transito ai camion e ai mezzi corazzati degli alleati; poi furono gli anglo-americani quelli che si preoccuparono di completare l’opera con le bombe, per snidare i tedeschi e per impedirne la ritirata verso nord con tutti i loro mezzi.

I bombardamenti su Bronte furono quotidiani. Dell’atrocità di alcuni di essi fanno testimonianza il prof. Giuseppe Schirinà di Avola, ed anche il dottor Giulio Sconzo di Palermo, ufficiale medico dell’Ospedale Militare di riserva n° 2 proprio nei giorni che per Bronte furono terribili. Del fatto che il dolore unisce spiritualmente le anime più sensibili, sono testimonianza i diari che ci hanno lasciato entrambi, così belli e così simili, sebbene siano di due persone che probabilmente nemmeno si saranno incontrate e conosciute”.

Leggendo oggi le loro testimonianze, così semplici ma pure così vere e toccanti, molti dei brontesi più anziani avranno rivissuto il terrore dei bombar­damenti preceduti dal rombo degli aerei, i cannoneggiamenti notturni, lo spettacolo delle rovine e dei morti – alcuni dei quali parenti o amici –, l’ansia che li faceva correre da un posto all’altro alla ricerca di quello più sicuro. Emozioni e sofferenze che vissero anche Schirinà e Sconzo in comunità coi brontesi, che non fecero mancare loro solidarietà e senso di ospitalità, come quando li accolsero, sfollati tra gli sfollati, tra le grotte dell’Etna, addirit­tura – come risulta dai loro diari – negli stessi posti, la “Paparia” e “Monte ‘Nchiuso”, dove, chissà, forse ebbero pure modo d’incontrarsi.

Ci piace immaginare che si siano anche incontrati e conosciuti anche perchè il cap. Sconzo, dopo un periodo di prigionia a Siracusa, dal 15 ottobre ’43 al 5 maggio ’44 è stato prima Capo Reparto e poi Direttore dell’ospedale POW di Avola.

Giuseppe Schirinà e Giulio Sconzo, quindi, ci hanno lasciato preziose testimonianze, contribuendo ad arricchire una pagina importante della storia brontese, ovviamente collegata a quella di tutta la Sicilia, e particolarmente a quella di Avola e Palermo. (N. R.)


"Il bombardamento del 1943. Bronte ed Avola" di Giuseppe Schirinà

Il Diario inedito di Schirinà

Per gentile concessione della Melino Nerella Edizioni e della Prof. Grazia Maria Schirinà - che ha curato la pubblicazione – vi presentiamo alcuni brani del diario inedito di Giuseppe Schirinà, «Audi quo rem deducam - Bronte e il bombardamento del 1943».
Abbiamo voluto, a destra di alcuni brani dello Schirinà, affiancare anche parti del diario scritto dall'ufficiale medico palermitano Giulio Sconzo negli stessi giorni.

«Io veramente non so se gli occhi mi ingannano o se la realtà mi costringe a credere ciò che vedo. Ma nell’uno o nell’altro caso un fatto è certo. Questo paese abbonda di ragazze, che, se non possono annoverarsi fra le veneri anadiomene o medicee, so­no tuttavia da stimarsi belle per for­me e vezzose abbastanza, com­poste però di una serietà degna

LO SCRITTORE AVOLESE GIUSEPPE SCHIRINA' NEL 1943

di lode. (…) L’eleganza e il gusto con cui esse vestono è mirabile. Non credevo di trovare tanto in questo paese delle falde dell’Etna.»  (Giuseppe Schirinà, Giugno 1943)

Bronte, panorama (1940)

«E' domenica. Arriviamo a Bronte nel tardo pomerig­gio e siamo alloggiati alla bell'e meglio in un'aula della scuola elementare.
Il Podestà, avv. Sanfilippo, ci mette a disposizione - in affitto - un ridente appar­tamenti­no su due piani,

dirimpettaio alla pro­pria abitazione, al n. 70 della stessa via Garibaldi, a sinistra salen­do.»
(Giulio Sconso, Giugno 1943)

(…) Mercoledì - 28 luglio 1943
«
Nelle prime ore del giorno scoppi improvvisi ci fanno alzare spauriti. L’aviazione nemica martella ancora continuamente, le artiglierie rombano.
Stamane ricorre il 47° compleanno di mia madre. Non ho avuto il coraggio di farle gli auguri. In questo giorno, negli altri anni, abbiamo fatto festa, ora no!... ma speriamo per l’avvenire.»

Pochi giorni dopo, il 7 Agosto, anche il capitano Sconzo vorrebbe festeggiare ma non ne ha il coraggio: «Non ho la forza - scrive - di guardare in viso i miei figli: per la femmina sarebbe il compleanno, per il maschio l'onomastico. Chissà come li avremmo festeggiati in una situazione normale. Ma tutto sembra perduto, quale sorte ci attende?»

«Abbiamo fatto il pane da donna Barbara. - continua Giuseppe Schirinà -  Al Collegio il Rettore sta male, perché ha trovato gran quantità di persone; sono le famiglie degli ufficiali medici: Bellia e il notaio Azzia sono ritornati in casa. (...)

Verso le sedici, mentre riposavamo, per quanto malamente, uno scoppio improvviso e vicino ci ha fatti sobbalzare: non si sentivano aerei. Ho saputo poi che sono stati i nostri a fare esplodere una bomba caduta e non esplosa.

Verso sera mio cognato porta un po’ di carne, che cucineremo domani. Le artiglierie si sentono raramente; la notte è calma.

Giovedì - 29/07/43
Sono andato presto a casa e ho trovato la famiglia Bellia e la famiglia Azzia.
Per la prima volta mi sono messo a cavallo a un asinello. Mentre ero dal barbiere sono passati aerei nemici; la nostra contraerea pare ne abbia abbattuto uno, comunque alcuni paracadutisti si sono lanciati.

Gli aerei ci hanno disturbato ancora, poi hanno sganciato una bomba. Verso mezzogiorno il tempo è mutato e, da scirocco, abbiamo avuto vento forte e freddo, poi è venuta giù acqua a catinelle. (…)

Venerdì - 30/07/43
Ero ancora a letto quando aerei nemici hanno mitragliato continuamente, poi si sono allontanati ed abbiamo avuto un po’ di calma.
Sono stato con Lina a casa e poi dal barbiere. Ciccino è venuto tardi per mangiare, perché è di servizio al mulino. Verso le quindici sono state sganciate bombe nei dintorni per cui non ho potuto continuare il mio stato di riposo ed ho dovuto alzarmi.

Non abbiamo potuto sapere notizie dalla radio perché l’accumulatore è scarico: siamo quindi completamente isolati dal mondo militare, politico e civile.

Non abbiamo acqua e non abbiamo luce elettrica, manca anche il pane di tanto in tanto. (…)
Sono le ore 14,20 e aerei nemici in lontananza mitragliano. Sono uscito per cercare Salvatore Novello e l’ho trovato subito; ho visto i prigionieri inglesi, pare che abbiano fame. Vedendomi fumare, mi hanno chiesto una sigaretta, che ho loro dato; un altro ha dato un po’ di fave crude, che hanno divorato con avidità. (…)

La sera sono stato un po’ allegro ed ho parlato di studi con la moglie del Segretario comunale. Verso tardi si sono fatte sentire le artiglierie, poi la notte è stata per noi indisturbata dagli aerei nemici.

Ed ecco quello che nella stesaa giornata scriveva Giulio Sconso nel suo Diario:

28 Luglio
«Notte ancora calma. Durante il giorno però è attività aerea infernale, con bombe sganciate a pioggia sulle zo­ne limitrofe al paese. Nuova - anche se attesa e sospi­rata - botta politica: la radio annuncia lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista.»

29 Luglio
Notte calma, mattinata d'inferno, per una intensa attivi­tà aerea sino alle 12. Entrano in azione le batterie con­traeree (can­noncini), provocando notevole panico. Frattanto numerose bombe cadono sulla collina della Col­la, mentre un aereo tedesco è abbattuto.
Alle 13, peraltro, un violento temporale, con pioggia scro­sciante e violentissima, rende ancor più caotica la situa­zione già compromessa. Il pomeriggio invece è cal­mo; tace anche l'artiglieria della Piana di Catania. Apprendiamo casualmente notizie sull' occupazione di Palermo; ma sono autentiche?

30 Luglio
Solita notte calma e poi una mattinata d'ansia per le bombe sganciate nei dintorni del paese. Alle 12 arriva in ospedale un altro mio parente, Pippo Di Dio, classe 1912, tenente in forza alla Compagnia mitraglieri di Trapani, che - in licenza di convalescenza dopo essere rimasto ferito alla fronte sul posto di combattimento - ha fatto un vero pellegrinaggio attraverso i vari ospedali militari della zona.

31 Luglio
Notte calma, ma nella mattinata 40 quadrimotori sgan­ciano bombe su dintorni di Cesarò; un apparecchio è comunque abbattuto. Nel pomeriggio, bombe e spezzoni anche sui dintorni di Bronte.

1 agosto
È domenica. Dopo una notte discretamente calma, tutto il giorno è contrassegnato da attività aerea intensa. In­torno alle 19, nuovo grave bombardamento aereo nei pressi di Cesarò. In ospedale arrivano numerosi feriti da Regalbuto e Troina.

Sabato - 31/07/43
Molto presto aerei nemici hanno sganciato bombe e mitragliato nelle campagne lontane. Noi siamo andati tutti a casa, in città, abbiamo pranzato e… siamo rimasti qua, perché mia sorella, tra poco, secondo il parere dell’ostetrica, darà alla luce. Ho perciò fatto trasportare i letti e ogni cosa qua, dove attualmente noi siamo, in attesa del lieto evento.
(…) Sono poi rimasto dentro e sono andato a letto verso le 22,00, ma difficilmente ho potuto prendere sonno. Non erano suonate ancora le 23,00 che già mia sorella sentiva i dolori del parto che sempre si accentuavano. Sono andato allora con mio cognato a chiamare l’ostetrica e, durante la via, abbiamo dovuto appoggiarci alla porta maggiore della Matrice, perché aerei sorvolavano la nostra città. Ma, appena passata la via, si sono sentiti i colpi delle bombe esplose. Con l’ostetrica siamo ritornati a casa. (…)

Domenica - 01/08/43
Tutti attendevamo il lieto evento. Alle ore 0,25 finalmente è venuta alla luce Maria Pia, figlia di Francesco Vella e Eloisa Schirinà. La gioia è stata immensa non tanto per la nata, quanto per la lieta liberazione della puerpera. Verso le ore 2,30 abbiamo accompagnato al suo domicilio l’ostetrica e alle h. 3,00 sono finalmente andato a letto. (…)
Nel pomeriggio abbiamo avvertito il sacerdote che dovevamo battezzare la neonata. Io e la signora Russo Annina siamo stati i padrini, il padre Rettore ha officiato. Tutto si è svolto in casa.
Ho visto all’Ospedale Militare due fratelli scozzesi, prigionieri di guerra, i quali ci hanno assicurato che Bronte sarà rispettata dagli aerei, avendo tre ospedali e non concentramento di prigionieri. La nuova è rassicurante. Verso le 23,00 sono andato a letto e repentinamente mi sono addormentato.

Lunedì - 02/08/43
Durante la notte sono passati moltissimi quadrupedi requisiti dai tedeschi, poi, prima dell’alba, numerosi carri armati del tipo “Tigre”, che andavano verso Randazzo. Hanno provocato un frastuono immenso. Altre mitragliere a quattro bocche sono andate pure verso l’alto.

Sono stato al Municipio, per denunciare la nascita di mia nipote, ma si richiede la presenza del padre della nata e dell’ostetrica curante.

Aerei nemici hanno sganciato bombe sui vicini monti, dopo aver sorvolato l’abitato. Stamane mio padre compie 54 anni ed io non posso inviare nemmeno una cartolina, ma il mio cuore formula per lui i migliori auguri di una vita sana e la speranza che presto possiamo riabbracciarci e vivere integralmente la nostra modesta vita fami­liare.(…) Per tutta la notte automezzi tedeschi e carri armati pesanti hanno distur­bato il sonno.

Martedì - 03/ 08/43
Ci siamo alzati di soprassalto per improvvise raffiche di mitraglia e colpi di contraerea i quali si sono prolungati molto serrati per tutto il giorno, bombardando e mitragliando continuamente.

Sono uscito semplicemente per farmi la barba. Il cognato di D’Aquino ci ha portato delle pere. Nel tardo pomeriggio è venuto il compare. Ciccino ha portato un po’ di tabacco e ha detto che si provvederà per un ricovero. La notte è stata un po’ calma.

Mercoledì - 04/08/43
Si sono sentiti colpi di contraerea e la mamma si è alzata, io sono rimasto a letto. Verso le otto è venuta la Jovino a visitare mia sorella e ha detto che Amalia, sua madre, sua sorella e forse uno dei suoi fratellini sono morti, essendo scoppiata ai loro piedi una bomba verso Adrano. Il Signore li abbia in pace.

Andavano per raggiungere il capofamiglia e stare almeno assieme, ma non poterono.
La contraerea pare che abbia abbattuto un apparecchio nemico.

Ho visto portare in ospedale una bimba ferita sanguinante sulle braccia del padre e un uomo pure ferito, gridante ad alta voce che la sua famiglia è scomparsa. Questa la guerra che la civiltà combatte e che il genio nero alimenta. Sospendo a questo punto per improvviso bombardamento aereo.

Mercoledì - 04/08/43
Nel pomeriggio, mentre preparavo un po’ di tabacco da fumare nella pipa, un improv­viso bombardamento, in due ondate, ha distrutto un quartiere nei pressi della stazione. Dopo ciò, ora siamo scesi per un incantinato assieme ad altre famiglie vicine e lì svolgiamo la vita miseramente pallida.

2 Agosto
«Notte calma e giornata con notevole attività aerea ne­mica. Si continua a combattere aspramente nelle zone di Regalbuto e Troina.
Apprendiamo purtroppo amari particolari sulla ritirata del 2° Corpo d’Armata. Il bollet­tino radiofonico tedesco comu­nica l’ennesimo bombar­damento di Palermo.»

3 Agosto
«Notte calma; si riattiva l’energia elettrica! Ma la gior­nata è contrassegnata da attività aerea continua infer­nale. La reazione contraerea in tutte le zone circostanti risulta comunque molto più efficiente rispetto ai giorni precedenti.
Alle 13,30, mentre pranziamo, si verifica però una violen­ta incursione, con sgancio di numerose bombe sulle zone della Colla e sullo Scialandro. Si resiste comunque nelle zone di Troina e Regalbuto.»

4 agosto
Notte calma. Ma alle 8,20 passa una forte e nutrita squadriglia di quadrimotori, che provocano in reazione immediata numerosi tiri contraerei: un apparecchio nemico è abbattuto. I suoi frantumi, caduti sulla Colla e sullo Scialandro, provocano numerosi morti e feriti. L’attività aerea diviene quindi ancor più intensa in una giornata a dir poco infernale.
Alle 13,35 avviene un violento mitra­gliamento. Alle 13,55 esplode una bomba caduta sul bivio per la sta­zio­ne, provocando per fortuna un solo ferito.
Alle 16,20 ed alle 16,40 due ondate di bombardieri pren­dono d’assalto Bronte; crollano numerose case nella par­te alta del paese e nella zona della stazione.
Terrificante! In tutti gli appartamenti comunque si rom­pono i vetri. Trasferisco preci­pitosamente la famiglia in casa dell’avvocato San­filippo. Torna a mancare l’ener­gia elet­trica.

Giovedì - 05/08/43
Ho fatto la barba. Alcuni attacchi aerei. Pare che abbiano occupato Catania e Paternò.
Marciano su Adrano.

Venerdì - 06/08/43
«
Nella mattinata è venuto un geniere per misurare l’abitato e rilevarne la pianta. Nell’aria c’è un non so che di strano. Il terribile evento sta per avvicinarsi. Altre famiglie sono già in questo locale che ci serve da ricovero.

Dopo mezzogiorno, verso le 15,00, un terribile bombardamento scuote Bronte.

Le bombe sono cadute vicinissime. Abbiamo sentito sui nostri corpi lo spostamento dell’aria. La casa di Maria Meli in parte è crollata. Tutte le nostre aperture sono abbattute. Mio cognato sale sopra, per cercare di chiudere la porta; io lo seguo scongiurandolo di scendere. Ecco di nuovo si sente il rombo degli aerei. Abbiamo appena il tempo di scendere, che nuovamente immani bombe abbattono terribilmente il paese.

Non è più possibile resistere in quel locale. Una polvere nera si è addensata nell’aria: si soffoca. Siamo tutti fuori di noi. Improvvisamente, temendo una terza incursione, decidiamo di allontanarci dall’abitato. Raccolgo in una coperta quanto mi capita sotto mano e così si va. Sulle vie lo spettacolo è straziante. Sono divampati incendi dappertutto: fumo, macerie, morte. Ci allontaniamo il più possibile ma la terza incursione non tarda a venire.

Ci stringiamo tutti al muro. Io metto… tutti al riparo della coperta, poi osservo la formazione nemica. Ecco sono al nostro zenit. Ho appena il tempo di gridare: “scampato pericolo!” che le sibilanti bombe vengono sganciate. Scoppiano a poca distanza da noi. Due grandi schegge si fermano vicinissime: ci guardiamo in faccia. Siamo salvi, grazie a Dio!

Riprendiamo il cammino, ma un’altra formazione nemica ci è sopra. Ci addossiamo al muro, in una rientranza di questo, e aspettiamo. Tutti abbiamo in mano immagini sacre e medagliette. La contraerea abbatte un apparecchio e si vede nell’aria l’equipaggio col paracadute.

Di nuovo in cammino. Un plotone di tedeschi ci incontra. In una casetta sulla via incontriamo una famiglia conoscente. Ci ricoveriamo là. Crediamo di essere abba­stanza lontani, al sicuro e constatiamo invece che siamo vicini alle batterie contraeree tedesche.
Non siamo che ad un chilometro da Bronte, eppure sono passate due ore. Il paese subisce ancora altri bombardamenti. Pennacchi di fumo nero si alzano nel cielo. Verso il tramonto decidiamo di partire, ma verso dove?
La notte sta per scendere e nessuno di noi conosce il luogo. C’è, vicino al paese, la galleria del treno, che è abbastanza sicura.
Alcuni vanno là. Siamo ancora titubanti. Improvvisamente giunge un giovane che riconosciamo per il figlio della capraia: è Ciccio che cerca di noi, il quale ci guida tra la sciara.

Siamo esausti. Lina, mia sorella, non può più camminare, avendo preso due storte ai piedi. Fortunatamente incontriamo una mula su cui monta. Io offro il braccio a una ragazza che porta mia nipote. Ormai la bufera si è calmata.

In lontananza qualche razzo, qualche scoppio lontano, poi nulla se non stanchezza e terrore. Incontriamo i prigionieri inglesi lanciatisi col paracadute.»

«Verso le sedici - continua il giovane Schirinà - arriviamo alla Paparia dove ci aspet­tano gli altri. Beviamo avidamente l’acqua che ci viene offerta, poi ci accomodiamo in una casetta, sulla paglia, miseramente. Sono circa le ventitré. Verso la mezzanotte un intensissimo fuoco d’artiglieria si rovescia verso Bronte.
È orribile il sibilo delle palle, non l’avevo ancora sentito. Nessuno dorme, ma tutti sospiriamo.»

Sabato - 07/08/43
Verso le tre del mattino ancora in marcia. È la carovana del dolore. Prima dell’aurora riposiamo in una casa, poi il maresciallo ci segnala una grotta e ci avviamo verso quel rifugio. È piccolissima ed il muro è fatto di pietra nera sovrapposta. Il tetto è bassissimo. Potrebbe adattarsi per due persone, eppure ivi… sedici persone. Per tutto il giorno non uscii. Siamo a cinquanta metri da una casetta dove abitano gli Scarlato. Questo giorno non mangiamo.

Domenica - 08/08/43
Sono stato in cerca di gelsi di rovo e ne ho trovato parecchi. Parecchi… saranno stati forse venti e tutti siamo sedici.
Per tutta la notte le artiglierie non hanno fatto altro che sparare. I grossi calibri americani sono possenti. Verso mezzogiorno mio cognato e Baggini portano un po’ di riso che viene cotto molto male dalla signora Scarlato. Un tale ci manda una gavetta di fave cotte. Mescoliamo tutto e mangiamo. Saranno poche cucchiaiate a persona, ma pazienza, è sempre qualcosa.
Nel pomeriggio otteniamo due pani e un po’ di formaggio, che accuratamente razioniamo. Le artiglierie ancora martellano. Dormiamo su foglie di felci e molto male, per la piccolezza della grotta.

6 Agosto
Per tutta la notte ha tuonato il cannone. Malgrado l’emer­genza, si festeggiano tutti i “Totò” e tutte le “Sal­vatrici” nel giorno del loro onomastico. Ma la mat­tinata è caratterizzata da frequenti transiti di aerei nemici, con conseguenti schermaglie fatte di mitra­gliamenti massicci.

La mia famiglia è accampata all’Alcazar. (l'odierno Circolo di cultura E. Cimbali) Alle 13 sale la tensione, poiché il bollettino radiofonico annuncia l’evacuazione di Catania. Purtroppo, ci siamo: il fulcro del fronte bellico ci interes­sa da... vicinissimo!

Apprendiamo che Palermo è stata bombardata ancora una volta.

Alle 14 a Bronte comincia l’inferno. Durante una incur­sione aerea, una bomba cade sulla parte bassa del pae­se.
Alle 14,45 un’altra bomba centra il chiostro dell’ospe­da­le, centrandone il pozzo. E dire che avevamo fatto dise­gnare sul tetto del Collegio una croce rossa gigantesca ed altre erano state dipinte negli atri. Raccogliamo le famiglie, i ricoverati ed alcuni scampati nel refettorio, che sembra un locale in un certo senso protetto o comunque meno vulnerabile.

Chi può si adatta sotto i tavoli di marmo, eleggendoli ad ulteriore protezione. Sono però soltanto scelte da dispe­rati. Ovunque è polvere e terriccio; ne portiamo note­vo­le quantità sugli abiti, nei capelli, sulla cute del viso.

Lo sbandamento è generale, anche perché fino alle 19,30 si susseguono otto ondate di bombardieri, che sganciano ventotto bombe sul centro abitato, in parti­colare attorno al Collegio-ospedale.
Ma numerose bombe finiscono per centrare davvero l’ospe­dale, quasi che si voglia stanarci o sterminarci con la violenza più inaudita e più barbara, colpendo al cuore quel che resta dell’ormai esausto abitato di Bron­te. Il terrore è panico puro.» (...)

«Bronte è una montagna di macerie; raggiungere la ca­sa, in via Garibaldi, è problematico, perché le strade so­no inter­rotte o ostruite fino all’inverosimile. Ci acquat­tiamo sotto materassi e cuscini nell’abitazione dell’av­vo­cato Sanfilippo, attendendo la morte. Casa nostra è notevolmente danneg­giata dai bombar­damenti ed è già stata visitata da tedeschi in fuga e sciacalli.

Alle 20,30, persistendo l’emergenza-bombardamenti ed in­com­bendo la minaccia delle rappresaglie da parte del nemico, anche se zoppico, fuggiamo in campagna, cer­can­do rifugio o nel tunnel oppure in montagna, verso l’Etna.

Racimoliamo poche provviste: cinque pani, mezzo chilo di formaggio, due brocche con acqua. Si parte con la fami­glia Sanfilippo, Galvagno, don Vincenzo e Grazia­no. È una triste carovana composta da undici disperati fra i quali due bambini; siamo digiuni e disperati.
Non sappiamo quale sorte ci toccherà. La strada è accidentata ed in salita. Giunti alla Stazione, decidiamo di salire verso l’Etna. (…)

Dalla valle arrivano i lampi e gli scoppi delle artiglierie. La strada è disseminata di militari morti, di camionette o autoblindo mitragliati e distrutti; è drasticamente in salita e quanto mai accidentata.»

Il capitano Sconzo giunge alla Paparia, la stessa zona ai piedi dell'Etna dove alle 16 si era rifugiato il giovane Schirinà, poco dopo, alle 3 e mezza di notte:

«A mez­zanotte - continua - ci accampiamo all’aperto e restiamo fermi fino alle 2. Poi riprendiamo la nostra pietosa fuga. Alle 3 e mezza siamo nella zona Paparia e decidiamo di continuare a salire. Alle 5 e mezza, arriviamo a Monte Chiuso e precisamente a Ceravolo: qui troviamo una stan­zetta senza porta, circondata da accoglienti alberi di noce. Ci accampiamo, stremati.»

Lunedì - 09/08/43
Il dott. Mangiagli ci ha mandato un po’ di ceci, che mangiamo in parte quasi crudi. Sono cotti molto male, senza olio, senza sale e affumicati. Ma li mangiamo lo stesso. (…)
Pare che abbiano ieri occupato Bronte, ma i tedeschi sono fortificati a “Rocca Calanna” e non vogliono cedere. Nel pomeriggio vado a visitare, per distrarmi, gli Scarlato e con loro vado a prendere un po’ di latte. Si fa notte. Siamo a più di mille metri di altezza, ho la febbre e sento freddo. Porto un po’ di latte alla grotta. Nella notte la febbre mi aumenta.

Martedì - 10/08/43
Ho ancora la febbre e mi è impossibile andare a prendere il latte. Mio cognato dovrà rientrare a Bronte e presentarsi al Comando Militare Alleato. È necessario perciò che tutti noi ci spostiamo. Ma dove andare?
Scarlato ci dà un asinello, per portare quel po’ di biancheria. La mattina sono stato con suo figlio su di un asino, per cercare gelsi ma non ne abbiamo trovati.
È passata la cicogna inglese.
Partiamo perciò alla volta dei caprai, ma questi non hanno un angolo da offrirci. Come fare? Non possiamo restare fuori. Le artiglierie martellano. Poi troviamo un po’ di ospitalità nella casa dell’Arciprete di Bronte dove sono alloggiate molte altre famiglie. Siamo fra gente che discute e che è gentile. Ci viene offerto un piatto di lenticchie calde e persino un po’ di pane.

Quasi analoga la descrizione della giornata del 9 agosto fatta dal cap. Sconzo:

«Nel pomeriggio, l’attività di artiglieria nella vallata sot­tostante è intensissima. Gli inglesi tirano migliaia di colpi a Rocca Calanna di Maletto. Scompaginano così le bat­terie tedesche, che soltanto inizialmente tirano qualche colpo verso la Colla.
A sera, ceniamo dividendo in undici porzioni un pane asciutto realizzato con un po’ di farina portata da Gra­ziano.
Alle 22 siamo di nuovo sdraiati sulla nuda terra. La notte è ancor più fredda di quella precedente.
Lamentiamo tutti dolori lancinanti alle spalle ed ai lombi.»

Mercoledì - 11/ 08/43

All’alba mio cognato con Baggini partono per Bronte. Ora siamo tormentati anche dal pensiero di loro. Ma sappiamo poi che sono trattati bene e che fanno il loro servizio regolarmente al comando della polizia inglese. Verso il mezzogiorno la febbre, che non mi aveva abbandonato, mi assale furiosamente e mi costringe a gettarmi per terra su di un mucchio di fieno. Il maresciallo Longhitano mi dà una pesante coperta da campagna e una compressa per la febbre. (…)

Martedì - 12/08/43
Sono stato a comprare un po’ di carne ovina. Poi ho fatto conoscenza con due signorine: Ester e Nanda Paratore. Stanno in una casetta poco distante dalla nostra e vengono spesso a farci visita. Ester non è studentessa, Nanda sì, perciò è con questa che mi fermo a parlare a lungo. È pallida e scarna: malata anch’essa. (…) Dice che i suoi se ne andranno domani, ma ella non vuol partire per Bronte, che riceve ancora qualche proiettile tedesco. (…)

Domenica - 26/09/43
Alle ore tre del mattino, a piedi, io e mio padre partiamo alla volta di Catania. Mi volgo per salutare Bronte che dorme ancora: due luci sono accese, forse qualcuno, Nunziatina, mi pensa; addio.

I ricordi di Luigi Minio

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