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Il 1943  di Nicola Lupo

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Il mio 1943

di Nicola Lupo

Solo in questi giorni sono venuto a conoscenza, attraverso Internet, dell’avvenuta rievocazione degli avvenimenti bellici in Bronte nell’agosto del 1943 e della pubblicazione, a cura della locale Proloco, di un libretto intitolato proprio “Bronte 1943” e sono rimasto deluso dal fatto che nessuno dei miei amici (il cugino Nunzio Lupo, il bibliotecario del Collegio Capizzi Franco Cimbali e il giornalista Luigi Putrino, che è venuto a trovarmi l’anno scorso) abbiano pensato a me per una testimonianza, che avrebbe potuto integrare quanto pubblicato e che esporrò qui di seguito in modo che possa essere inserito su Internet.[1]


Premessa - La guerra - I bombardamenti - Mio padre Antonino Gaetano - La deportazione - Le lettereIl rilascio - Il rettore Mariano Russo - Il testamento



Premessa

Nell’anno accademico ‘41/42 ero laureando e dovevo sostenere ancora 6 esami, fra i quali quello di Latino con il ter­ribile Ettore Paratore, e preparare la tesi di laurea. Però ero stato chiamato anche ad insegnare al Collegio Pennisi di Acireale, dove, il Preside P. Luigi Franco S. J., per agevolarmi, mi affidò una prima e la segreteria della Media, che era stata istituita in base alla nuova riforma Bottai, con lo stipendio di L. 600 + 300 per la segreteria, per dieci mesi.

Il Prof. Antonino De Stefano, per venirmi incontro, mi assegnò la tesi sulla Cultura in Acireale nel sec. XIX. Quindi un bel carico di lavoro che fu aggravato dagli eventi bellici che colpirono, per errore, la città di Acireale in una tremenda notte di bombardamenti aerei.

Per il successivo anno scolastico ‘42/43, sempre per la carenza dei professori richiamati alle armi, il Collegio Capizzi di Bronte aveva esposto presso il Provveditorato agli Studi di Catania un avviso di ricerca di giovani laureati ai quali offriva lo stipendio di lire 600 mensili, per dieci mesi, maggiorato di lire 50.

I miei genitori, sapendo che mi sarei laureato sicuramente entro il novembre ’42, mi convinsero a fare domanda al Capizzi, un po’ per farmi stare più comodamente in famiglia e un po’ per soddisfare il loro desiderio di vedere insegna­re un loro figlio nel prestigioso Collegio dove avevamo studiato tutti i quattro fratelli, non escludendo il vantaggio di quelle 50 lire in più rispetto allo stipendio corrente.

Io, che avrei voluto continuare i miei studi preferiti di Storia per cui avrei dovuto restare fuori casa con tutti i disagi e le privazioni che comportava la stato di guerra che si faceva sempre più pesante e pericoloso, non mi sentii di contrastare il desiderio e le premure dei miei genitori, anche perché due miei fratelli erano sotto le armi: Nino ufficiale di Capitaneria di Porto, e Ugo sottufficiale della Guardia di Finanza, e quindi accettai quella soluzione che fu dannosa per me, ma utile per la mia famiglia, come vedremo.

 


Nicola Lupo (disegno di M. Schilirò)
Il prof. Nicola Lupo in un disegno di Mario Schilirò

A ottobre ’42 presi servizio al Capizzi di Bronte, dove era Rettore il Prof. Mariano Russo, brontese, ma titolare di Lettere al Liceo-Ginnasio statale “Cutelli” di Catania, e Preside il Prof. Giuseppe Catania, vecchio e caro amico di mio padre, e il 7 Novembre conseguii la laurea e durante il rinfresco offerto a parenti, amici e qualcuno dei miei professori, il De Stefano mi comunicò che si sarebbe trasferito a Palermo dove avrebbe voluto che lo seguissi. Purtroppo dovetti rinunziare a quella promettente possibilità per l’impegno preso e per le considerazioni di opportunità esposte sopra, dato che Palermo allora era difficilmente raggiungibile da Bronte.

Il Rettore Russo, coperti i posti vacanti di docenti, fece scomparire l’avviso che aveva esposto all’Albo del Provveditorato e non pagò le 50 lire in più che aveva promesso… (ai forestieri, secondo la sua versione postuma) e ciò incrinò subito i miei rapporti con lui.

Fui assegnato ad una prima in cui c’erano i figli di nostri amici e conoscenti che hanno avuto diverse vicende, anche dolorose. L’interruzione per le vacanze natalizie fu prolungata per le vicende belliche che cominciavano a precipitare: i pochi collegiali furono lasciati alle loro case, mentre per i compaesani il Rettore organizzò delle lezioni private tenute nel Collegio dagli stessi insegnanti a pagamento tramite l’ amministrazione che ne tratteneva una percentuale. Io, che avevo già la ruggine delle famose 50 lire non corrisposte, feci un colpo di testa e invitai i miei alunni a venire a lezione a casa mia, per sottrarmi così alla taglia del Rettore, ma commettendo un illecito; parecchi alunni aderirono al mio invito.

Naturalmente la cosa fatta alla luce del sole, fu subito risaputa e cominciò una furibonda e subdola reazione. Il Rettore pregò un suo collega del “Cutelli” di venire a farmi una ispezione didattica, ma non sortì nessun risultato, perché quel Professore (di cui purtroppo non ricordo il nome) onestamente dovette fare una relazione a me favorevole.

Nel frattempo era morto di tumore alla gola il caro Preside prof. Catania, ed era stata incaricata la collega Maria Radice con la quale eravamo amici per la colleganza dei nostri genitori e per la vicinanza delle nostre case di villeggiatura alla Cisterna. Il Rettore non desistette dal perseguirmi, trovò un altro suo collega, di nome Verde, che venuto in Collegio mi contestò il mio illecito in base al quale, con lettera a firma della Preside f.f. Maria Radice, mi licenziò prima degli scrutini finali.



La guerra

Eravamo già a giugno e con la mia famiglia andai un giorno alla Cisterna per fare le pulizie della nostra casetta in vista del nostro trasferimento per le vacanze estive. Quello fu l’ultimo bel ricordo della nostra campagna: mi è rimasto in mente, ma più nel cuore, il verde del grano e delle fave punteggiato dai rossi papaveri, che quell’anno mi sembrarono molti di più degli altri anni, forse premonitori del sangue che fra qualche mese avrebbe macchiato le nostre case e le nostre strade.

Infatti dopo un mese, abbandonata l’idea di andare in quella nostra casetta che si trovava sulla via della ritirata delle nostre truppe e di quelle tedesche, tallonate da quelle anglo-americane, dopo lo sbarco del 9/12 luglio, sfollammo da Bronte alla Sciarotta, nella casa di campagna dei Curcuruto, la cui figlia era fidanzata di mio fratello Ugo.

Lì restammo finché non passò la buriana della guerra e vivevamo di quello che eravamo riusciti a portare dal paese. Quando finirono le scorte fresche e cominciò a mancare il pane, un giorno le nostre donne riuscirono a farlo alla villa Liuzzo, dove c’era un forno, poi dovemmo accontentarci dei legumi secchi che riuscivamo a trovare sul posto.

Quando sentivamo arrivare i bombardieri alleati ci infilavamo in dieci in una piccola grotta che era sufficiente per due, e non ho mai capito come facevamo.

Il podestà Placido De LucaIo avevo un’incombenza: poiché mio padre con alcuni amici aveva comprato una partita di arance che non aveva potuto mettere in vendita perché il sig. Podestà, il dott. Placido De Luca (foto a destra, ndr), che avrebbe dovuto dare l’autorizzazione fissandone il prezzo, gli aveva risposto solamente: “Ma perché lei non pensa a fare solo il maestro?”, io e un cugino di mio padre, Nunzio Reale ("u dragu"), ogni mattina andavamo al magazzino, dove erano ammassate quelle arance, che si trovava di fronte all’ imboccatura del ponte di Passapaglia sul Simeto, un po’ per cercare di venderle a qualche passante e un po’ per scartare quelle che inevitabilmente si guastavano, per non fare marcire le altre.

I compratori furono pochi e un certo quantitativo lo barattammo con le lenticchie di alcuni contadini di passaggio.

Ne mangiammo tante di quelle lenticchie che mia sorella Maria contrasse una foruncolosi allergica ad un braccio che l’afflisse per parecchio tempo lasciandole poi delle macchie color ruggine, forse per il ferro contenuto nelle famose lenticchie, ma più probabilmente per la paura provata in quei tristi giorni.

I maggiori consumatori delle nostre arance fummo mio cugino ed io, i nostri familiari e alcuni impiegati dell’EIAR (la RAI odierna) i quali, sfollati da Palermo e da Catania a Bronte, si trovarono sulla riva del fiume senza viveri e senza soldi e venivano da noi a fare colazione, pranzo e cena con le arance e a farsi il bagno nel Simeto. Di quella comitiva, di donne e un solo uomo, ricordo solo il nome dell’uomo: il sig. Porcù di origine sarda, e della signorina Cordaro, forse parente dell’attuale giornalista RAI di Palermo.

Quelle arance, che dovemmo abbandonare quando cominciarono ad avvicinarsi i soldati alleati e noi non potemmo più raggiungere il magazzino, furono preda degli stessi soldati e dei passanti che ne seguivano le orme. Quando ritornammo noi nel magazzino non c’era più nulla se non distruzione e sporcizia!



I bombardamenti degli alleati

Un altro ricordo di quelle allucinanti giornate riguardava quel nostro cugino, grande lavoratore di robusta costituzione: quando sentiva il rombo degli aerei che si avvicinavano e che avrebbero potuto bombardare anche quel ponte a noi tanto vicino, doveva subito accosciarsi perché la paura gli faceva l’effetto di un forte purgante e, quindi, teneva la cintura slacciata e i pantaloni pronti per essere abbassati.

Un pomeriggio, tornando con un carro alla Sciarotta, arrivati davanti alla villa di Don Gabriele Liuzzo, un aereo a bassa quota cominciò a sgan­ciare dei grappoli di piccole bombe che fortunatamente non ci colpirono, ma non dettero il tempo al cugino Nunzio Reale di abbassarsi i panta­oni…

Quando, dopo i bombardamenti degli aerei, cominciarono a fischiare le cannonate, noi dal nostro minuscolo nascondiglio vedevamo Bronte come su un grande schermo e potevamo capire che cosa era stato centrato.

Mentre infuriava l’azione delle artiglierie alleate, i tedeschi in fuga, per rallentare l’ avanzata nemica e avere qualche ora di vantaggio nella loro ritirata, facevano saltare gli edifici del paese che si trovavano agli incroci, e si vedevano colonne di polvere sollevarsi nell’aria tersa estiva, che impedivano la visuale per lungo tempo, e dopo si notava il vuoto che si era formato. Un giorno ebbi la sensazione che fosse stato colpito il nostro oleificio che si trovava in Via Cardinale De Luca, e allora stabilii di andare a vedere, malgrado mia madre fosse contraria, temendo per la mia incolumità.

Mi incamminai per Bronte e mi sembrò di essere uscito da un’oasi di pace, tanta era la differenza tra la campagna che lasciavo e la strada che dovevo percorrere per arrivare in paese. Incontrai cadaveri ai margini della stretta strada e gente che scappava ancora da Bronte che fino allora non aveva abbandonato: fra gli altri notai una donna incinta, che doveva essere una dei Ciraldo barbieri, la quale con i suoi familiari, che temevano che partorisse da un momento all’altro in mezzo alla strada, cercava un rifugio sicuro per dare alla luce il suo bambino. Intanto altri, come me, rientravano in paese per constatare i danni provocati dall’infuriare della guerra.

Arrivato in paese andai a casa (allora abitavamo in via Giotto, alle spalle del palazzo Ciraldo di Piazza Piave) che era stata colpita da una pic­cola bomba che aveva sfondato il tetto all’altezza della camera da letto dei miei genitori, ma non era esplosa, e che era stata visitata succes­sivamente da soldati alleati i quali avevano messo tutto a soqquadro e avevano asportato vari oggetti di poco valore ma utili.

Dopo passai da mio nonno Nicola che abitava proprio in Piazza Piave dove ora (mi dicono) c’è la sede di “Forza Italia”, e immagino i “santiùni” di lui che era anarchico, e da un vicino seppi che era sfollato assieme ai miei zii sulla retrostante Colla. Anche quella casa era tutta sforacchiata da colpi forse di mitragliatrice.

Quindi, percorrendo tutto Corso Umberto, vidi i grandi danni provocati più dai tedeschi in ritirata che dagli alleati: i primi avevano rasa al suolo la casa dei parenti Lupo “santamatta” il cui capo famiglia, inebetito, si aggirava lì davanti senza nemmeno rispondere al saluto che gli si rivolgeva; più avanti, all’altezza delle “Logge” vidi una scena che non ho più dimenticato: un cavallo morto a gambe all’aria, un ufficiale alleato che, serenamente come fosse nel suo accogliente bagno, si sbarbava davanti a uno specchietto appeso ad uno zoccolo del suddetto cavallo.

Arrivato all’incrocio con via Cardinale De Luca dovetti passare fra le macerie del palazzo Fernandez, l’angolo del Collegio Capizzi e del palazzetto del Notaio Azzia e quello dei Saitta, che erano stati fatti saltare dai tedeschi per ostruire quell’importante incrocio.

Dopo seppi che la stessa sorte avevano subito i palazzi Radice e Margaglio all’incrocio con piazza Spedalieri.

Imboccata via Cardinale De Luca e superato l’incrocio con via Roma, vidi subito che era stato colpito il muro di cinta, che fungeva da facciata, dell’oleificio, ma avvicinatomi constatai che lo stabilimento non aveva subito altri danni, perché dietro quel muro c’era il deposito delle sanse.

In quel lungo percosso avevo incontrato poca gente, ma tutta talmente frastornata, come certamente ero anch’io, che sembrava non vedere né sentire, come assorta in un pensiero unico dominante e in stato di allucinazione.

Fatti questi sopralluoghi, ripresi la strada del ritorno verso la Sciarotta e arrivato a quella casetta davanti alla quale i miei mi aspettavano in ansiosa attesa, fui accolto da una collettiva isterica risata.

Io, contrariato, escla­mai: “Cosa avete da ridere!?” E tutti in coro, come nelle tragedie greche, mi risposero: “Sembri un pupo di pezza!” e subito, sedutomi e bevuta l’acqua che mia sorella Maria mi porgeva, essi mi dicevano che tremavo tutto come se non avessi più muscoli alle gambe, ed io cercavo di descrivere quello che avevo visto e che, per le cose essenziali: casa e oleificio, era tranquillizzante.

Aspettammo ancora qualche giorno e quando non sentimmo più rumore di artiglieria dalla parte di Randazzo, rien­tram­mo in paese a far rimettere a posto la casa e cercare di riprendere la vita normale. Io andai anche a vedere la casetta della Cisterna: era stata anch’essa colpita dalle granate ed era sottosopra: uno dei letti della nostra camera era sporco di sangue e qualcuno vi era morto; infatti sotto il sorbo del nostro vicino Pistoro, che si trova­va quasi al confine col nostro campicello, vi era un cumulo di terra ed una croce di legno con un numero di matricola: era un soldato delle truppe alleate che fu trasferito dopo pochi giorni.

In paese era ripresa anche la vita amministrativa con l’AMGOT e il sindaco nominato da essa nella persona dell’ex on. Vincenzo Saitta. Riprese anche la vita politica con i nuovi Partiti che costituirono anche il Comitato Liberazio­ne Nazionale (CLN), il cui unico atto di liberazione fu quello di stilare la lista dei fascisti, richiesta dall’ Autorità occupante.

Detta lista fu firmata dall’ultimo Podestà Dott. Placido De Luca, cosa confermata dal fatto che il De Luca fu l’unica autorità fascista a non essere arrestata e portata in campo di concentramento, nonché dal figlio Saverio a mio fratello Elio.

I componenti della suddetta lista, fra i quali mio padre, furono convocati in Comune e lì trattenuti, il 13 agosto, poi, portati fuori Bronte, trascorsero la notte in un pistacchieto lungo la strada per Adrano, e l’ indomani furono trasferiti e passarono alcuni giorni prima che potessimo avere notizie.



Mio padre Antonino Gaetano

A proposito di mio padre devo rompere il silenzio che ho mantenuto fino ad oggi e raccontare la sua incredibile storia politica che lo portò a morire a soli 50 anni: egli, come quasi tutti i Lupo di Bronte, era socialista e, a questo proposito devo riportate un mio ricordo della prima infanzia: negli anni ‘23/’26 mio padre insegnava a Maletto e quindi noi vivevamo lì; nel 1923, io avevo 5 anni, e ricordo perfettamente mio padre che dalla cattedra dirigeva i suoi piccoli alunni ai quali aveva insegnato il coro del Nabucco, e ora, quando sento questo coro, rivedo quella scena di tanti anni fa.

Allora non sapevo, ma dopo mi resi conto che mio padre aveva insegnato e faceva cantare ai suoi piccoli alunni quel pezzo, perché nel 1924 era stato ucciso dai fascisti il Deputato socialista Giacomo Matteotti e Mussolini, capo del Governo, ne aveva rivendicato la responsabilità.

Questa libera solidarietà di mio padre al rappresentante del suo Partito, dispiacque al Dott. Palermo, di Maletto, che aveva sposato una nipote del nostro concittadino P. Ciraldo, e che era all’ epoca il primo Segretario Federale di Catania del P.N.F.

Questo Federale, perciò, cominciò a perseguitare mio padre in tutti i modi, specialmente ostacolandolo a insegnare a Bronte. Passati alcuni anni, riuscì a lasciare Maletto, dove però era stimato e ben visto e aveva delle ottime amicizie che resero la nostra vita nel paese, allora misero, meno disagiata, e andò a Randazzo che era molto più lontano sulla linea ferroviaria Circumetnea.

Dopo Randazzo, dove oltre ad insegnare lavorava nell’amministrazione dell’Impresa brontese Liuzzo-Camuto che costruiva l’acquedotto della cittadina, riuscì a tornare a Bronte, anche perché il Federale Palermo si era ritirato dalla politica attiva per dedicarsi alla professione di Medico tisiologo.

Ma arrivò il 1932, il Fascismo aveva già 10 anni e il Duce volle celebrare il lieto traguardo introducendo per tutti i dipendenti pubblici l’obbligo dell’iscrizione al Partito, pena la perdita del posto.

Mio padre fu al bivio: lasciare il posto sicuro, ormai in sede, o iscriversi “obtorto collo” al P.N.F.; aveva già 4 figli maschi (le 2 femmine sarebbero arrivate in seguito) e la sua decisione era difficile.

Col senno del poi e tenuto conto che mio padre aveva il bernoccolo dell’impresa, avrebbe fatto bene a lasciare la scuola e intraprendere un lavoro indipendente, non rinunziando alla sua fede socialista, ma tutti i parenti Lupo gli consigliarono l’iscrizione che garantiva alla famiglia una vita modesta, ma sicura. E così fece; e cercò di vedere nel nuovo Partito i lati accettabili, in comune col socialismo: ripetendo che anche Mussolini proveniva dal Socialismo.

Il Collegio Capizzi e, in fondo, le macerie del palazzo Fernandez distrutto dai tedeschi durante la ritirata
 

Vincenzo Saitta
L'on. Vincenzo Saitta, il sindaco nominato dall’AMGOT.



Antonino Lupo nella tessera di corrispondente da Maletto del "Il Corriere di Sicilia" e, sotto, in una foto del 1939/40







NOTE
[1] Scorrendo le testimonianze pubblicate, rese a volte in dialetto, ho notato nel vocabolarietto allegato qualche imprecisione che mi permetto correggere e integrare:

  -  cchiuppi è stato tradotto, correttamente, pioppi, ma senza specificare che allora con quel termine si indicavano, popolarmente e sbagliando, i cipressi del cimitero;

  -- mailla tra due maida, evidente refuso tipografico per madia;

  -- Nonzia a lupa: spiega Nunzia detta la lupa, mentre qui non è un soprannome, ma il cognome Lupo reso al femminile;

  -- Rusina a cerona: spiega Rosina, intesa "la cerona"; ma anche qui è un cognome storpiato: Celona; confronta elenco telefonico;

  -- sarùca è stato tradotto salgemma, mentre, almeno ai miei tempi, si intendeva il sale marino, oggi chiamato sale grosso; il salgemma era chiamato 'a petra 'i sari, che si frantumava e si pestava in modo da ottenere quello che oggi chiamiamo sale fino;

 - - spiritera: è stato reso fornellino o lampada ad alcol; secondo me è solo fornellino e mai lampada; infine

  -- Zù Vitu u dragu: Vito detto drago, di cognome Reale, era cugino di primo grado, da parte di madre Schilirò, di mio padre, e fratello di quel Nunzio Reale, dragu, di cui parlo in questa mia testimonianza.

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