Aspetti storici e culturali del territorio

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Il patrimonio culturale ed ambientale nel versante Nord-ovest dell'Etna

Aspetti storici e culturali del territorio

di Giorgio M. Luca

Ambiente

La ricchezza culturale del comprensorio è però enormemente potenziata dalla presenza di un'altro bene culturale primario: l'ambiente, per descrivere il quale occorrerebbero diversi convegni.


L’Etna

La maggior parte del territorio ricade lungo l’Etna, il più grande vulcano attivo d’Europa, che ne influenza l'ambiente, per la natura del suolo, per la flora, la fauna, il clima, etc. In gran parte è ricoperto da fitti boschi.

Partendo dalla parte più bassa, ai seminativi succede una fascia di terreni intensamente coltivati a vigneti, frutteti e fragoleti, in mezzo ai quali sono presenti, numerosi, gli avanzi di antichi fabbricati rurali, di muretti a secco in pietra lavica ricoperti da fitte erbe rampicanti e di edera, con delle stradine di campagna, antiche cisterne di acqua e palmenti con il torchio di pietra.

Questa fascia in parte penetra o lascia il posto, a circa 1200 mt., a folti selve di castagno, un tempo più rigogliose, e ai boschi di querce caducifoglie caratterizzati prevalentemente dalla Roverella, sino a 1400-1450 mt.Uno dei tanti "Pagghiara ‘n petra" del Nord-ovest dell'Etna

In mezzo a questi boschi, semisepolti dalla fitta vegetazione, si notano i resti di numerosi rifugi in pietra lavica, i cosiddetti “Pagghiara ‘n petra”, costruiti dai contadini nel secolo scorso, quando si ebbe la quotizzazione del bosco assegnati ai Comuni a seguito dell'abolizione del feudalesimo, e prima ancora dai pastori e dai carbonai.

Al di sopra dei castagneti si hanno intricate boscaglie di leccio in corrispondenza di vecchie colate laviche.

Predomina in questa fascia, sino a 1800-1900 mt., il Pino Laricio, specie endemica localizzata su tutto il vulcano, ma in questo versante occidentale intensamente presente. Questa pianta è una efficace colonizzatrice dei suoli vulcanici e forma magnifici boschi. Più in alto, sino a 2200 mt., compaiono le suggestive faggete che in autunno assumono un colore rosso-grigiastro. Queste dell'Etna rappresentano le stazioni più meridionali raggiunte dal faggio nell'emisfero Nord ed allo stesso tempo a più elevata altitudine.

Il bosco di Maletto, poi, è molto ricco di faggete essendo il più esposto a Nord di tutta l'Etna. Nella stessa fascia del faggio è presente la betulla dalla corteccia bianca. Questa pianta, simile alle betulle che vivono sulle Alpi o nelle foreste del Nord Europa, da cui è migrata in tempi remoti durante le glaciazioni, ha trovato sull'Etna una delle sue stazioni più meridionali di rifugio e viene considerata esclusiva dell'Etna, tanto da essere denominata "betulla etnense".

In questo piano montano e negli orizzonti più alti, le superfici laviche ospitano la ginestra etnense dai fiori gialli, pianta colonizzatrice per eccellenza delle giovani lave. La foresta è compenetrata da colate laviche antiche e recenti, ricca anche di grotte a scorrimento lavico. Su queste colate si alzano cespugli di vegetazione e sulle "dagale" (“oasi” dall’arabo) crescono folti gruppi di faggi e di pini, come isole di verde in mezzo alla nera lava.

Superata la quota dei 2200 mt. inizia la zona fredda. L'alto bosco cede il posto ad un cespugliame di arbusti ridotti di faggi, betulle e pini con una presenza di ginepri, bassi e striscianti per adattarsi alle proibitive condizioni climatiche. Emergono e sono visibili, anche da lontano, diversi coni vulcanici spenti, tra i quali primeggia Monte Maletto. Confina con questa zona e a tratti vi penetra, la fascia superiore dell'astragaleto siculo o spino santo.

Qui si ha un paesaggio unico e fuori del comune. Sulle vaste distese di lava e di lapilli, battute dal vento continuo e sottoposte all'inneva­mento, in un panorama di squallore e di immensità inimmaginabili, lo spino santo, in pulvini bassi e spinosi, di colore argento, ricopre il terreno in un tappeto discontinuo e suggestivo che segue le ondulazioni dei rilievi ed aderisce al suolo.

In mezzo alle betulle bianche dell'EtnaSi tratta di una vegetazione che non ha eguali in nessun'altra montagna d'Europa e nel mondo intero e richiama, pur differenziandosene, le steppe spinose delle alte montagne mediterranee.

Fra i cuscini di spino santo trovano rifugio tante piantine minori, caratteristiche dell'alta montagna etnea: la viola, la saponaria, etc. Al di sopra incombe il deserto vulcanico fino alla sommità del cratere centrale sempre agitato dalle proprie parossistiche attività.

Questi boschi fino alla metà del secolo scorso arrivavano fino ai centri abitati, specie a Maletto e, quando lo circondavano quasi ad avvilupparlo. Infatti nel 1832 i viaggiatori inglesi Lord Ossory e Odell scrivevano che: «passano da Maletto dai rossi tetti, posta ad un'altezza mille metri, in un bel paesaggio alberato riccamente ornato di belle querce, pini e pioppi e in piena vista dell'Etna...».

Erano popolati da cervi, cinghiali, daini, caprioli, e in cielo volava libera l'aquila e 1'avvoltoio grifone; erano ricchi di sorgenti d'acqua e durante il medioevo i re normanni, svevi ed aragonesi vi venivano a cacciare in estate dalla loro residenza di Randazzo. «Sentiamo nei vicini boschi dell'Etna echeggiare il corno dell'imperatore Federico II, intento, con baldanza ed audacia, a dare la caccia ai lupi, urlanti per la montagna»: così raccontano i cronisti dell'epoca. Il lupo e la lontra sono stati presenti nel bosco ai Maletto e nel fiume, fino agli inizi di questo secolo.

Ora, per le profonde modificazioni apportate dall'azione antropica, tutta la fauna di una volta è quasi scomparsa; tuttavia è ancora presente il coniglio selvatico, la martora, la lepre, la volpe, il gatto selvatico, la donnola, il ghiro, il riccio e, raramente, qualche istrice.

Tra gli uccelli ancora volano liberi le coturnici, il picchio rosso, il codirossore, il merlo, il colombaccio, la pernice, il falcone, il nibbio, la poiana, qualche sparviere e, di recente, è stata avvistata anche l'aquila. Negli anfratti lavici e lungo i muretti è presente la vipera ed altri rettili.

Fiumi e torrenti

Dal lato opposto all'Etna, invece, si estende una pianura, in parte originata da lave preistoriche, che arriva fino alle "balze", sopra il fiume della Saracena, che assieme agli altri affluenti Cutò-Martello, Serravalle-Troina, superato il ponte normanno detto della "càntera" (“ponte” dall’arabo), poco sotto Bronte, prende il nome vero e proprio di Simeto.

Sullo sfondo di Maletto, a Nord-Ovest, si stagliano i monti Nebrodi, che in questo tratto assumono la denominazione di Caronìe, innevati per diversi mesi dell'anno, ricchi di boschi di cerri, faggi, querce secolari, laghetti montani, di numerosissimi ruscelli e cospicue sorgenti d'acqua.
In questi boschi pascolano, allo stato brado, mandrie di bovini e qualche imponente esemplare di cavallo sanfratellano, forse lontano discendente dei cavalli portati in Sicilia dai guerrieri normanni nel secolo XII.

Da questi monti, oltre agli affluenti del Simeto, scende il fiume Flascio, chiuso in epoca preistorica dallo sbarramento di un'immensa colata lavica che riempì tutta la valle sotto Maletto, imbrigliandone le acque e dando origine al lago "Gurrida", che in primavera, attraverso camminamenti sotterranei, alimenta le suggestive sorgenti dette appunto "Favare" (“sorgenti” dall’arabo) nella contrada "Mangiasarde" con la vicina cascata delle balze, quale tracimazione del grande lago sotterraneo sorto a seguito di colate laviche preistoriche e che conferisce al paesaggio una bellezza e suggestione intensa.

Nella zona centrale, costituita da distese di lava antica e da terreni arenari, già appartenenti alla ex Ducea Nelson, sono presenti strutture di particolare valore etno-antropologico, come le masserie in pietra lavica, delle quali particolarmente conservate sono quelle delle Masserie dell'Edera e della Casitta, che con diverse altre sono censite nella concessione all'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo del 1491, nelle regali visitazioni dal 1552 in poi, fino alla donazione Nelson del 1799.

I parchi

La Regione Siciliana, negli anni ‘80, ha costituito il Parco naturale dell'Etna e il Parco dei Nebrodi, appunto per concorrere alla salvaguardia, alla gestione, conservazione e difesa dell'ambiente naturale. Per consentire migliori condizioni di abitabilità nell'ambito dello sviluppo dell'economia e di un corretto assetto del territorio, per la ricreazione e la cultura dei cittadini e l'uso sociale e pubblico dell'ambiente, nonché per scopi scientifici.
Anche il Comune di Maletto ha costituito un parco suburbano denominato “Pizzo Filicia”, con le stesse finalità.

A completamento di questa sintetica e limitata descrizione, è doveroso accennare anche alle produzioni tipiche della zona, che costituiscono anch’esse un patrimonio culturale di tradizioni e peculiarità, oltre che, naturalmente una fondamentale risorsa economica: il pistacchio di Bronte, la fragola di Maletto, le pesche di Maniace, i vini di Randazzo, che vengono annualmente pubblicizzate con apposite sagre, ove si svolgono anche manifestazioni ed incontri culturali occasione di conoscenza del territorio.

I tradizionali prodotti lattieri caseari e da allevamento, frutto di una millenaria attività. La ciaramella di Maletto, unico paese della Provincia ad avere tale tradizione, portatavi alla metà del 1600 e che si tramanda di padre in figlio, straordinaria presenza di antica cultura.

Riandando per un attimo al passato, collocato in questo ambiente, alla luce delle testimonianze che già si conoscono, si rivivono le attività, i fatti, le passioni, i drammi, i sacrifici, i sentimenti delle antiche popolazioni indigene, i siculi, i greci, i romani, i bizantini, gli arabi, i normanni e svevi, gli aragonesi e via via tutti i popoli e culture che hanno invaso la Sicilia, che anche quì, in questo angolo di mondo apparentemente separato ed interno alle grandi vie e città sono stati presenti ed hanno avuto un ruolo e una storia, delle quali noi, oggi, siamo il prodotto.

Ecco in sintesi il comprensorio e le sue principali emergenze culturali ed ambientali, la cui bellezza e ricchezza forse sfugge a chi ci vive ma che indubbiamente può costituire un patrimonio da investire nell’economia, nel turismo e nella ricerca.

Giorgio M. Luca

23 Settembre 2006

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