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UN EROE SCONOSCIUTO

Gioacchino Francesco Spedalieri, mio padre

Il diario di guerra del Brigadiere Spedalieri nei ricordi del figlio Bruno

Gioacchino Francesco Spedalieri è nato a Bronte il 4 giugno 1903 e fu battezzato due giorni dopo dal prozio Sacerdote Francesco Fallico.
I suoi genitori erano Nicola Spedalieri di Gioacchino e Grazia Zito e Maria Teresa Galvagno di Giuseppe e Illuminata Battaglia. Gioacchino Francesco era il terzo dei tre figli della coppia. La maggiore era Agata nata nel 1897 (erroneamente registrata al municipio col cognome Spitaleri), il secondo fu Antonino nato nel 1901.

La madre Maria Teresa morì di cancro quando il figlio minore contava appena tre anni. Fu allora la nonna materna Illuminata Battaglia a prendersi cura dei bambini.

Dopo 10 anni di vedovanza Nicola Spedalieri sposò in seconde nozze Nunzia Vitanza e si trasferì a Biancavilla. Dalla Vitanza ebbe altri quattro figli: Nunziatina, Anna (erroneamente registrata Spitaleri), Giovanni e Giuseppina.

Nel 1923, appena ventenne Gioacchino Francesco si arruolò nell’Arma dei Carabinieri.
Fu allora che lasciò la residenza del paese natale dove tornerà venticinque anni più tardi nel 1948. Dopo il periodo d’istru­zione a Catenanuova fu inviato a fare il corso per allievi ufficiali a Firenze. Commentando sulla vita militare, il giovane Spedalieri diceva: “La disciplina non è una imposizione feroce e depressiva, ma è l’indispensabile necessità di ogni carriera della vita.”

Nel luglio 1925 fu promosso Vicebrigadiere ed inviato prima a servire nella Stazione di Montalbano Elicona e poi a comandare la Stazione dei Carabinieri di Tripi.

Nel 1928 fu trasferito in Sardegna a comandare le stazioni di Fonni e di Orgosolo. A Orgosolo ebbe il difficile compito di controllare gli alterchi fra i pastori che finivano quasi sempre col massacro di animali: sgarrettamento di cavalli e di bovini e sgozzamento di intere mandrie di pecore.

Nel 1931, fu trasferito alla legione di Verona e designato a comandare la stazione di Ostiglia.

Era appena giunto in quella stazione quando un telegramma gli annunziò che il padre era in fin di vita. Con l’angoscia nel cuore prese il treno per Biancavilla, ma all’arrivo potè solo visitare la tomba del padre che era morto tre giorni prima il 26 agosto di quel 1931.

Il 31 luglio 1932 a San Benedetto Po, lo Spedalieri fu promosso Brigadiere ed inviato a comandare la stazione di Piadena. Nel 1934 fu trasferito a Verona dove ottenne il permesso di sposarsi.

Il 14 maggio 1936 a Bronte sposò la signorina Iolanda Dominedò figlia di Luigi Dominedò di Lorenzo e Venera Schilirò, e di Teresa Schilirò di Giuseppe e Marianna Biuso. Subito dopo il matrimonio, la coppia tornò nel Veronese e precisamente nel comune di Badia Calavena della cui stazione mio padre era stato nominato comandante. In quel paesetto, nel marzo 1937, nacque  Roberto Nicola Spedalieri. Quello stesso anno il Brigadiere Spedalieri fu trasfe­rito a Mantova dove nel febbraio 1938 nacque Bruno Luigi Spedalieri.

Nel marzo 1939, Gioacchino Francesco fu inviato a comandare la stazione di Casalmaggiore, una cittadina industria­le adagiata sulla riva nord del Po e dotata di due ponti che permettono il flusso automobilistico e ferroviario tra le due sponde del fiume.

Con la dichiarazione di guerra dell’Italia il 10 giugno 1940, iniziava per il Brigadiere Gioacchino Francesco Spedalieri un duro calvario ed un ripetuto e prolungato allontanamento dalla famiglia.

Il 20 Aprile 1942 fu inviato sul Fronte Russo con la 245a Sezione Mista dei Carabinieri addetta al Quartier Generale dell'VIII Armata. Partito il 9 giugno, il 13 giunse al Quartier Generale di Millerowo in Russia, dove ebbe il comando del Nucleo Postale 6 e l’incarico di Vice Comandante della 245a Sezione.

Nel suo “Diario” il Brigadiere scrisse: “Sto vedendo da vicino la guerra e soffrirne le dure conseguenze. Ho incomin­ciato a correre nei rifugi durante i continui bombardamenti, ho cominciato a sentire il vero freddo siberiano. Ho cominciato insomma a vedere dubbioso e triste l’avvenire, pieno di disagi e di imprevisti il presente e provare tanta trepidazione per la mia famigliola lontana.
Negli ultimi di ottobre di questo 1942, i carri armati russi hanno sfondato il fronte di Kantamirowka cannoneggiando l’ospedale da campo. Erano le 6 del mattino e tutti i combat­tenti presi dal panico anzicché respingere l’attacco si sono dati ad una disordinata ritirata, primi gli ufficiali superiori, abbandonando tutto il materiale bellico ed i grandi magazzini generali che contenevano viveri per un anno per 250.000 militari.
Con 30 carabinieri e due autocarri guidati da ufficiali dell’aviazione, sono stato invia­to dal Comando della Sezione per fermare la ritirata. Feci mettere i due autocarri di traverso sulla strada, ma ciò non bastò a fermare la massa in fuga. I due autisti anche essi se ne andarono con i loro automezzi. E noi 30 carabinieri rimanemmo allibiti a guardare quello spettacolo poco edificante e addirittura vergo­gnoso.
Mai avevo visto, né immaginato l’effetto del timor panico nei militari italiani che senza nessun entusiasmo combattono la guerra che stanno sostenendo.
Ho visto così con i miei occhi la ritirata di Kantamirowka; e gli episodi a cui assi­stei sarebbero indescrivibili ed incredibili. Militari che correvano in mutande e si aggrap­pa­vano al cassone di qualche autocarro in ritirata. Chi cadeva era travol­to ed ucciso dall’autocarro che seguiva. Militari disarmati e senza giubba né berretto che pian­genti imploravano un passaggio. Autocarri carichi all’inverosimile di soldati acca­vallati l’uno sull’altro. Chi cadeva dal veicolo ferito o morto che fosse era abbandonato.
Vi erano armi, cassette di munizioni, di viveri, di liquori abbandonati su tutto il percorso della strada. Insomma uno spettacolo deprimente e vergognoso.
Il giorno seguente, a tamponare l’infiltrazione russa è arrivata a Kantamirowka la VII Armata corazzata dei tedeschi che respinti i Russi si sono impadroniti dei magazzini generali dell’esercito italiano. Io e i miei commi­litoni, che a piedi eravamo tornati al campo, abbiamo dovuto subire l’insulto dei soldati tedeschi che ci gridavano in faccia: ‘Feraten’ (traditori).”

Da Millerowo il contingente militare della 245a sezione fu inviato a Voroscilowgrad, dove i Carabinieri Italiani tra­scorsero un triste Natale 1942 e un trepidante Capodanno 1943. Il pensiero del Brigadiere Spedalieri corse allora a Casalmaggiore vicino alla moglie e ai due figlioletti. Io contavo 5 anni allora, ma ricordo bene che la mamma ci leggeva le lettere del papà e per Natale essa gli fece dedicare alla radio la canzoncina “Caro papà”.

Il 16 gennaio 1943 il Brigadiere Spedalieri, il solo sottufficiale di cui il comandante della compagnia potesse avere fiducia, fu inviato a Starobelsk col compito di scortare a piedi una colonna di prigionieri civili fino a Cupiansk, a 120 chilometri di distanza.

Sul suo diario il Brigadiere scrisse: “Con me erano 12 Carabinieri e due motociclisti. A Starobelsk abbiamo trovato 219 internati e 12 guardie ukraine con 6 slitte cariche di viveri. Iniziato il viaggio si percorreva da 30 a 35 chilo­me­tri al giorno su neve e col freddo rigidissimo di 42 gradi sotto zero. Viveri ne avevamo in abbondanza, ma la carne in scatola non si poteva mangiare che era divenuta una massa ghiacciata, il pane era anch’esso ghiacciato e ci aiutavamo con le gallette ed un poco di formaggio che abbiamo trovato abbandonati sulla strada dai militari in ritirata. Abbiamo anche recuperato dei sacchi di riso, un sacco di lenzuola, una cassa di biscotti. Abbiamo pure trovato una slitta con due cavalli.
Giunti a Cupiansk ho constatato che anche da quel centro le truppe avevano ripiegato. Vi era solo, con pochi com­militoni, il Coman­dante della compagnia che mi ha ordinato di proseguire la scorta fino a Karkow a 110 chilometri di distanza. Con buone parole mi disse che si fidava di me e che ero l’unico adatto per quella missione che andava portata a termine e che dovevo consegnare i prigionieri ai tedeschi del campo di concentramento di quella città.
Come Dio volle, il 23 gennaio a mezzogiorno giunsi con i prigionieri e la mia scorta a Karkow. Dove mi fu riscontrato un congela­mento alle dita del piede destro.”

Il 23 marzo 1943 Il Brigadiere Spedalieri rientrò in Italia, ma potè riabbracciare i suoi familiari solo dopo un mese di contumacia e di cura.
Il 13 luglio papà fu inviato al fronte meridionale al comando del Nucleo Postale della Divisione di Fanteria “Pasubio” in Grazzanise, provincia di Napoli. Il 13 agosto insieme ad un Carabiniere Scelto era in treno diretto a Roma per servizio.

“Alla stazione di Pignataro – scrive mio padre - è stato bombardato il treno su cui viaggiavo. La nostra vettura colpita da schegge e dallo spostamento d’aria di una bomba cadutagli vicino, è deragliata. Non descrivo il panico e le vittime causate dal bombardamento. Io riportai ferite al volto e al ginocchio destro. Poco dopo ci fu la seconda ondata di bombardamenti che colpì la stazione e il ponte su cui sostava il treno. Vicino a me ho visto spirare un sacerdote ed una giovane donna colpiti da schegge di bombe.
Cessato l’allarme, insieme con gli altri superstiti mi sono diretto verso lo stabile della semidistrutta stazione. Il per­corso era cosparso di profonde buche e di cadaveri smembrati. Il Carabiniere mi era sempre rimasto vicino e, in serata, con un mezzo di fortuna abbia­mo raggiunto Roma. Siamo stati fermati da un comando militare che ci ha identificati e condotti in caserma. Dopo essermi lavato, sedetti su una branda della camerata e cominciai a sudare in modo incredibile. Il sudore mi scendeva dal viso a catinelle. Al mattino seguente pettinandomi ho visto cadere tutti i miei capelli. Contavo 37 anni e rimasi calvo come un ottantenne.”

Il Brigadiere Spedalieri era a Grazzanise il 12 settembre 1943 quando Benito Mussolini fu fatto arrestare da Re Vittorio Emanuele III e Pietro Badoglio prese le redini del governo. La Divisione “Pasubio” inclusa la 245a Sezione furono allora sciolte lasciando tutti i militari senza ordini e allo sbando.

Papà datosi ad un viaggio estenuante parte in treno ed in autocarro e buona parte a piedi tornò alla Stazione Cara­binieri di Casalmag­giore. Vi giunse il 23 settembre ed ebbe la sorpresa di trovare affissa sul frontone la nuova denomi­nazione: “Distaccamento Guardia Nazionale repubblicana.” Nella stazione erano alloggiati 6 carabinieri e 12 militi fascisti.

Nel Maggio 1944 nacque nella famiglia del Brigadiere Spedalieri il figlio Guglielmo Rodolfo. Il bimbo purtroppo per mancanza di cure mediche adeguate, morì di polmonite la notte seguente alla nascita tra lo sgomento dei genitori e i due fratellini.

A quel tempo il conflitto tra le Forze dell’Asse e le Forze Alleate infieriva sul suolo italiano. Casalmaggiore che si trovava sul confine padano della Repub­blica di Salò divenne sede di un contingente militare tedesco. La sua posi­zione in riva al Po e i due importanti ponti che permettevano lo scorrimento di vetture e di treni sul Po la rendevano particolarmente strategica.

Fu un giorno di quel maggio 1944 che io vidi con i miei occhi, dalla finestra di casa, degli aerei in volo sganciare tante bombe sul ponte ferroviario e distrug­gerlo. Papà capì allora che la cittadina era in pericolo e con la mamma delibe­rarono lo sfollamento in una fattoria di campagna a Valle di Casalbellotto, vicini e subito amici delle affabili famiglie di Francesco, Pietro e Bruno Baruffaldi.

Mentre la mamma, la nonna Teresa, che era con noi a quel tempo, Roberto ed io andammo ad abitare a Valle, Papà rimase in servizio a Casalmaggiore. Amici e conoscenti anche militari, gli suggerivano di fuggire e darsi alla macchia. Il Brigadiere Spedalieri tuttavia resistette a quei suggerimenti.

A Casalmaggiore in quel momento non c’erano solo i tedeschi a minacciare ed uccidere quelli che consideravano traditori; uccisioni continue erano perpetrate tra gli italiani stessi, i partigiani contro i fascisti e viceversa. Lui non poteva lasciare quel paese allo sbaraglio e permettere che i cittadini si macellassero fra loro. Ed il 17 luglio 1944 si assunse la responsabilità del comando della stazione. Passava le notti in caserma dormendo su una branda da campo insieme con gli altri carabinieri.

Il 5 agosto 1944, alle 2 del mattino i tedeschi fecero incursione nella caserma di Casalmaggiore, catturarono il Brigadiere e i 6 Carabinieri che erano con lui, li fecero salire su un camion e li trasportarono, passando per Cremo­na, Verona e il Brennero fino a Dusseldorf in Germania dove giunsero il 9 agosto stanchi, depressi ed affamati.

Il diario rivela: “A Dusseldorf fui munito, insieme agli altri Carabinieri, di pico e badile ed accompagnato a fare lavo­ri di scavo. Lascio immaginare il mio risentimento nei confronti delle promesse e del preteso titolo di onore, del nostro invio in Germania, fatte dal Tenente Colonnello Murrone comandante della Guardia Repubblicana di Cremo­na. In Germania i militari Italiani anche gli ufficiali superiori, erano costretti ai lavori forzati sotto gli ordini di semplici soldati tedeschi. Il 10 settembre fummo spediti in un viaggio di 5 giorni a Trauesdorf dove io fui sottoposto al lavoro di interramento di un cavo elettrico e al trasporto di legname.”

Il 21 settembre, quale componente di una squadra di 15 militari, fu trasferito al campo di concentramento di Wels in Austria. "Fui adibito - scrive - al lavoro di trasporto di bitume e pietrame. Oltre alla stanchezza e all’abbattimento morale prevaleva costante in me il pensiero per la famiglia, per i miei due cari figli e per la mia cara Iolanda, affettuosa compagna della mia vita.
Quanto durerà questo stato di cose? Se trovo la forza di vivere è per la gioia che potrò dare ai miei familiari al mio ritorno a casa. Ma di essi sino ad oggi non ho nessuna notizia.”

Il Brigadiere Spedalieri passò a Wels il Natale 1944, il Capodanno 1945 e, il 1° aprile 1945, la Pasqua. Durante quei mesi la cittadina di Wels e la stazione furono bombardate quattro volte. Il bombardamento più grave avvenne proprio a mezzogiorno del giorno di Natale.

Il 29 aprile 1945, il brigadiere e gli altri internati italiani sono stati rilasciati e liberi di rientrare in Italia. Su carret­ti, su qualche mezzo di fortuna, ma principalmente camminando a piedi, Gioacchino Francesco giunse a Tarvisio il 4 maggio. Di là ancora a piedi arrivò a Tarcento. Poi su treno fino a Udine. Poi ancora a piedi, su carretti e in barca fino a Casalmaggiore ed in bicicletta da Casalmaggiore a Valle di Casalbellotto dove giunse nel pomeriggio del 17 maggio 1945 a riabbracciare con esultanza i suoi cari.

Il 22 giugno al centro raccolta di Milano il Brigadiere Spedalieri ricevette la pro­mo­zione a Maresciallo d’Alloggio e dietro propria richiesta fu designato alla Legione di Messina in Sicilia ed assegnato alla Stazione Carabinieri di Oliveri, un’amena località marittima stesa sotto il promontorio del Tindari.

Alla fine di luglio 1945, tutti i membri della famiglia Spedalieri iniziarono il viaggio verso la Sicilia dove giunsero dopo 11 giorni, 6 dei quali passati su treni merci pigiati insieme ai soldati che rientravano dai fronti di guerra.

A motivo delle distru­zioni causate dai bombardamenti su tutta la rete ferrovia­ria, i treni erano costretti a deviare continuamente il percorso aggiun­gen­do chilometri supple­mentari al già lungo viaggio. Inutile dire che il convoglio si fermava ad ogni stazione e vi sostava spesso delle ore per permettere ai passeggeri di usufruire del solo gabinetto funzionante sul luogo e procurarsi una pagnotta di pane.

Finalmente l’11 agosto partiti da Riposto sul trenino fumante della Circumetnea, gli Spedalieri giunsero a Bronte. Il fabbricato della stazione e lo spiazzo retrostante mostravano chiaramente i segni che la guerra era passata pure per quella cittadina arrampicata sulle falde dell’Etna.

Felici andarono a prendere alloggio nel grande Palazzo Leo di Piazza Calaciura di proprietà della nonna Teresa Schilirò. Il palazzo si elevava maestoso ed imponente su quella piazzetta ingombra di macerie dei 3 fabbricati circostanti che erano stati distrutti dai bombardamenti, erano le case dei Galvagno, dei Viola e dei Liuzzo.

Il 20 agosto il Maresciallo Spedalieri lasciava nuovamente la famiglia per prendere il comando della Stazione dei Carabinieri di Oliveri. Nel circondario della cittadina sorgeva un grande castello che apparteneva alla Marchesa Bonaccorsi - Martorana. Il nuovo Maresciallo fu subito apprezzato dalla popolazione, dal Sindaco Rampulla, dal Dottore Zanghì, dall’Ufficiale Postale Rossignolo e dalla stessa Marchesa Bonaccorsi - Martorana per il suo senso del dovere, la sua serietà e la sua affabilità. Presto s’acquistò pure un encomio dal Comandante della Legione, il Tenente Colonnello Vincenzo Calvo per un evento che richiama da vicino la storia della “Cavallina Storna” di Giovanni Pascoli.

Una sera il Maresciallo Spedalieri e l’Appuntato Cuccio erano in perlustrazione sullo stradale che da Oliveri porta a Patti. Quando erano vicini all’incrocio per il Tindari udirono dei colpi di fucile. I due carabinieri affrettarono il passo verso il luogo da cui erano provenuti i colpi d’arma da fuoco. Trovarono un cavallo attaccato ad un carretto vuoto ai bordi della strada, il cavallo aveva la testa abbassata ed annusava qualcosa. Era il corpo agonizzante del conduttore che un bandito dopo avergli sparato aveva gettato nel fossato accanto alla strada.

Papà soccorse il poveretto, gli pose la saccoccia sotto il capo per sollevarlo ed aiutarlo a respirare, ma il povero ferito gli spiró fra le braccia. Il Maresciallo si diede allora a fare un’accurata perquisizione di tutto quello che vi era sul carretto. Trovò una busta sulla quale, alla flebile luce della lampadina tascabile, notò un’impronta di sangue. Quella busta che portava il nome dell’ucciso, Giovanni Nasisi, per­metterà alla Polizia Scientifica di prelevare le impronte digitali e rintracciare l’assassino Francesco Crimì. Il processo giudiziario si svolse alla Corte d’Assise di Messina e si concluse con la condanna all’ergastolo del criminale.

Nell’autunno del 1945, a Bronte, Roberto ed io cominciammo a frequentare la terza elementare all’Edificio  Scolastico di Piazza Nicola Spedalieri. Nostro maestro era Giovanni Radice che subito ci soprannominò “I Fratelli Bandiera”. Dei nostri compagni ricordiamo: Francesco Romano, Nunziello Longhitano, Nunzio Calì, Nino Paparo e Guido Arcidiacono.

Nel 1948, Il Maresciallo Spedalieri, avendo completati 25 anni di servizio militare chiese ed ottenne il conge­do. Fu con rammarico che i superiori della Legione di Messina lo videro partire. In quell’occasione vennero conferite al Maresciallo partente: la Medaglia d’Argento di Lungo Comando e la Croce d’oro di 25 anni di servizio.

Durante la sua carriera papà aveva accumulato altre decorazioni. Aveva ottenuto 2 medaglie di guerra: una per la campagna 1940-43 ed un’altra per la campagna 1943-45; 2 stellette con mostrini per la campagna di Russia; una croce per Merito di Guerra ed una per l’internamento in Germania; la Croce d’argento per 16 anni di servizio e la Croce d’oro di Combattente Alleato.

Dopo il trambusto e i traumi della guerra, per il Maresciallo Spedalieri era finalmente giunto il tempo di dedicarsi alla famiglia, il tempo della distensione e dei passatempi. Così almeno pensava.

Iniziava invece il tempo di altre angosce e di altri dispiaceri. Il 17 luglio 1953 moriva la moglie Iolanda e Francesco si trovó a carico i due figli adolescenti e la suocera seriamente affetta da bronchite cronica ed asma. Coraggio­sa­mente riprese a lavorare come dattilografo giudiziario alla Pretura di Bronte dove ricevette ripetuti elogi per la sua piena dedizione e affidatezza, per la provata competenza e per il suo alto senso responsabilità. I figli presero a frequentare le scuole superiori al Collegio Capizzi.
Nell’ottobre 1955 Gioacchino Francesco passò a seconde nozze con Angelina Grisley di Samuele e di Nunzia isola, dalla quale non ebbe figli.

Una passione particolare di Don Gioacchino Francesco Spedalieri o Don Cicciu Spitaleri come tanti presero a chiamarlo, fu la proprietà di un terreno ereditato dalla madre alla Difesa. Su quel terreno da lui stesso dissodato e coltivato con pazienza, costanza ed amore, sorse un villino fatto secondo i disegni e i piani da lui stesso tracciati con gusto e perizia. In quella casetta, oasi di pace, mio padre passò buon tempo della sua vita di pensionato.

Fu pure membro dell’“Associazione Pubblico Impiego” della quale curó la segreteria fino alla morte.

Mio padre era stato un vero cultore delle origini della famiglia Spedalieri e nello stesso tempo uno studioso della storia di Bronte.

Era molto attaccato ed affezionato alla sua cittadina natale ed è grazie a mio padre che io stesso mi sono interessato alla storia di Bronte e mi sono sentito incoraggiato a fare delle ricerche.

L’attaccamento alla nostra Città d’origine è vivo nella nostra famiglia e sta a provarlo il fatto che una mia nipotina, la figlia di mia figlia Yolanda Spedalieri sposa di Lachlan Armstrong, si chiama Bronte Alexandra Armstrong.

Papà viveva con la Chiesa e vicino a Dio. Era infatti iscritto alla Fraternità dei Missionari della Madonna delle Lacrime di Siracusa; ed aveva pure adottato un aspirante missiona­rio del Collegio del Sacro Cuore di Andria (Bari). “Buon cuore non mente” usava ripetere mio papà.

Gioacchino Francesco Spedalieri è deceduto all’Ospedale Castiglione Prestianni di Bronte il 28 marzo 1982 all’età di 78 anni e nove mesi. È sepolto nella zona 5 del cimitero di Bronte.

Bruno Spedalieri
Marzo 2021

Nelle foto sopra: il brigadiere Gioacchino Spedalieri a Gazzo Veronese nel 1935; aspettando Hitler (3 Maggio 1938); Roberto e Bruno Spedalieri (sulla destra) con la Famiglia Baruffaldi nella Valle di Casalbellotto (1970); il maresciallo Spedalieri (al centro) comandante della Stazione dei Carabinieri di Oliveri (1948); il Medagliere di Gioacchino Francesco Spedalieri; Gioacchino Spedalieri, pensionato, a Bronte con il nipote Flavio nella campagna di Contrada Difesa (agosto 1977)


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