L'OPINIONE DI ...

RIFLESSIONI al FEMMINILE

a cura di Laura Castiglione

OGNI TANTO UNO SGUARDO AL FEMMINILE AL MONDO CHE CI CIRCONDA

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Orgoglio e… pregiudizi

La nuora (del nord) e i suoceri (del sud)

Alcuni siciliani mandano il figlio al nord in prestigiose università e mettono in conto che dopo la laurea il figlio ritorni alla terra natia e, magari, sposi la figlia di qualche loro amico. Ma, o prima o dopo, si vedranno presentato un altro conto: una ragazza nordica, nè bella nè brutta, nè simpatica nè antipatica, nè così e nè cosà ... passabile!

E fin qui, se piace al figlio, non piantiamo chiodi!

Ma la nordica non è stata cresciuta solo a latte e biscotti ma anche nutrita di pregiudizi a base di “padrino” e “sedotta e abbandonata” e la discesa in Sicilia per conoscere i genitori del laureato la delude nelle sue aspettative: dove sono gli uomini con coppola e lupara? E le donne con lo scialle e i baffi? Il deserto dov’è?

Altro che pane e fichi d’India! Fin dal levar del sole imbandiscono la tavola con ogni ben di diavolo. E l’omertà? Parlano tutti e senza sosta a voce alta, in italiano e, a bassa voce, in dialetto e fanno le stesse domande: “ma voi, al nord, come dite, come fate ... assaggia questo ... quest’altro ... prova anche questo”!

La ragazza sballottata tra nord e sud fa il muso lungo e a Bronte si dice, fa ‘a fùngia, ma appena si parla di matrimonio ritrae la fùngia e sorride.

La macchina suocera si mette in movimento: compra casa al nord, organizza la cerimonia e il ricco katering siciliano, invita parenti e amici vicini e lontani. E per delicatezza telefona alla consuocera se voglia partecipare, almeno, per l’arredamento, ma riceve la classica risposta: “qui da noi non si usa ... io sono ospite ... voi, giù, fate come volete”.

Appòstu!

Alla faccia della faccia tosta! Questi leghisti, prima dicono che ci mantengono e siamo mafiosi e poi pretendono che i siciliani debbano pagare per dare una moglie al figlio; e anche se è un pò coglione, è soprattutto un pezzu 'i cori e per farlo felice non resta che pagare!

Pagare soltanto o farla pagare con una piccola soddisfazione?

Suggeriamo a chi è ancora in tempo una convincente risposta al “qui da noi non si usa”.

In Sicilia vige un’altra usanza, alla quale non si può sfuggire, pena la lupara: lo jus primae noctis riservato al padrino”!

E virìmmu, l’òspiti, chi ndi rispùndi!

Gennaio 2012

Il pranzo di Natale del... Figlio di suocera

Qual è il giorno più importante? La vigilia o il giorno di Natale?
Per la figlia è la vigilia, per il figlio di suocera è il giorno di Natale; sbirciamo insieme come si organizza la madre di lui.

Cosa cucina per Natale?

La pasta al forno che piace tanto a suo figlio, con la tuma di Bronte e il ragù di maiale dei Nebrodi, i pisellini soffritti con la cipollina, le uova sode, la besciamella, la pasta Agnese che è la migliore e, via, in forno?

O potrebbe fare le lasagne che piacciono alla nuora: lasagne sfoglia sottile, besciamella, zucca gialla soffritta con cipollina e pancetta e poi stufata; comporre a strati, con provoletta affumicata, parmigiano spolverato a coprire e, via, in forno?

Oppure il rollè di tagliolini all’uovo: polpettine di maiale, piccolissime, al sugo di pomodorini di Pachino, i tagliolini al dente conditi con parmigiano e burro fuso si stendono su pasta sfoglia rettangolare, arrotolarla, spennellare con tuorlo sbattuto e, via, in forno. Tagliare il rollè a fette spesse tre centimetri e sistemarle a raggiera su un piatto da portata rotondo, al centro versare una parte di polpettine e la restante in una salsiera da accompagnamento?
Come secondo il pesce: cernia al cartoccio con i gamberoni, è un piatto fine, e al diavolo la crisi?

Il dolce si compra, ma, a pensarci bene, che ci vuole a farlo? Il babà? Il rollè di ricotta? I bignè alla crema?

La torta di fragole: per il pan di spagna montare quattro albumi a neve con 120 gr. di zucchero, aggiungere i quattro tuorli e, a mano, poco per volta 120 gr. di amido con movimenti lenti dall’alto in basso. In forno a 170° per 30 minuti esatti, resta chiaro e morbido. Crema pasticcera, ognuno la fa come la sa fare. Io la faccio speciale!!!

Tagliare il pan di spagna e inzupparlo con mandarinetto diluito e a strati spalmare la crema, il frullato di fragole con spremuta di arance e mandarino dolcificati, rifinire la torta con una copertura di cioccolato fondente, con panna e fragoline di bosco?

Il menù è stato deciso: tagliolini, pesce, torta e prosecco. E al levar del sole: andiamo... andiam... andiamo a lavorar, larà ... lalà ... larà ...lalàlaa!

Ore 12 il figlio di suocera telefona: “buon natale, mamma, per favore, non fare “traffico”, ieri sera mia suocera ha cucinato alla grande: antipasti, pasta a forno come piace a me, crespelle con acciughe e con ricotta, scacciate di tre tipi, baccalà fritto, zeppole e spumante.

Ci siamo abbuffati e oggi vogliamo mangiare leggero: un’insalata, una mozzarellina, un frutto, un caffè per digerire e poi ce ne andiamo. I regali ce li scambiamo dopo, oppure, per la Befana”!

La madre: “peccato!... Dopo tanto lavoro!... Mah! faccio come volete! Mi dispiace solo per il caffè, ho dimenticato di comprarlo, ma se il pranzo vi appesantisce, ho il bicarbonato! A proposito di Befana, fai i miei complimenti a tua suocera per la raffinata e lauta cena!”

La madre ripone la cornetta del telefono e la “classe”:
- “Appostu! Chista..., mi futti sempri!”

Solitudine è anche non essere capiti!

Facciamo qualcosa per chi si sente solo

Quando si ha la consapevolezza di sentirsi soli, nulla e nessuno sembra essere idoneo a fare compagnia: deriva, a volte, da una sensazione e, altre, da una scelta quasi obbligata per il comportamento altrui.

E fa gioco, anche, il concetto che si ha della solitudine: alcuni pensano che essere soli voglia dire non avere amici o una famiglia, un compagno o qualcuno d’amare; altri che sia nel non essere capiti e attraversano anni di solitudine con lo sguardo fisso nel vuoto sperando che un giorno qualcuno lo colmi o vi ponga rimedio, magari senza parlargli, con un cenno del capo!

Ma cosa c’è che non va in chi non si sente capito?

Egli spesso sfugge la “normalità” e sembra essere controcorrente da apparire diverso e dal quale, alcuni, si difendono e lo sfuggono negandogli considerazione.

Chi conosce questa solitudine comprende meglio il ragazzo di colore, e si sente come lui, che non vede diverso, gli parla per capire cosa vuol dire, incerto, nella nostra difficile lingua, cosa nasconde sotto quei fitti capelli ricci; non lo teme, non lo evita e gli sta così vicino da non sentire il suo acre odore: gli concede il suo tempo.

Invece chi non ha tempo, dedica a quel ragazzo dalla pelle scura una fugace generosità perchè gli ha lavato il vetro della macchina e poi lo dimentica; e allo stesso modo guarda e non vede chi si sente solo, passa frettolosamente e gli nega di dare voce ai suoi pensieri facendolo sentire anche un diverso.

Ma sarà valutato sempre come un diverso finché qualcuno non vorrà aprire la sua porta per essere pervaso dalla calda luce che è la ragione dell’altro, con i suoi desideri, le sue aspettative tradite o future che potrebbero sembrare, o sono, solo sogni, ma se condivisi arricchiscono. La sensibilità è la misura di chi sa ascoltare e c’è chi ne è dotato e chi la disconosce, chi si ferma e sa aspettare e chi sfugge e fugge.

Facciamo qualcosa per chi si sente solo: diamogli un ascoltino o facciamogli, almeno, gli auguri di Buon Natale!

Buon Natale 2011 ai miei lettori e spero di aver fatto loro compagnia, così come loro, che mi hanno capita, non mi hanno fatto sentire sola!

Auguri! Auguri! Auguri!
Laura

Il Bugiardino o “a Cartuzza”!

Ci troviamo nella sala d’ attesa di un reparto di cardiologia e ascoltiamo lo scambio di opinioni di chi ci siede vicino: - Il professore è bravo, ma è troppo impegnato. E’ da due ore che aspetto!

- Cu vòri u piacìri su paga!

- La visita è 200 euro e li vale, però, bisogna sentirsi male quando lui è in ospedale, altrimenti si va al pronto soccorso e a cu trovi ti pigghi!

- Ah! Buono a sapersi!

- Il suo cuore è a posto - mi ha detto nell’ultimo controllo, sono i dispiaceri, purtroppo, e quando mi agito “si isa a pressioni” e mi ha dato la pillola.

- E funziona?

- Mah! - E’ una pillola nuova, e dice che agisce meglio, ma meglio per chi?

Ho letto la cartuzza e dico io e lo dirò, oggi, al dottore: com’è possibile che una pillola cussì nica, aggiusta a pressioni e provoca tanto danno? C’è scritto, ma, nicu nicu, che può portare depressione, insonnia, cefalea, vertigini, palpitazioni, tosse, bronchite, vomito e, leggi leggi, anche impotenza. Mah! E meno male che mio marito a pressioni va fotti e non ha bisogno della pillola, allura c’era ri chi cuntàri!

Lo stridio di una maniglia interrompe il racconto e un medico grassottello e basso cede il passo al suo primario e lo segue, a prudente distanza, con passi brevi e lesti.

Un sospiro di sollievo e di meraviglia invade la sala alla vista di un signore alto e magro, capelli lunghi bianchi che si miscelano al camice fresco di stiro perfetto. Un’apparizione!

Incède a pelo di pavimento come un Gesù che cammina sulle acque e l’espressività del viso dei presenti sembra dire: “sei tu o Signore”?
Il primario sorride compiaciuto, china appena il capo e sembra rispondere agli apostoli: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”.

La signora accanto a noi si raddrizza, solleva il lato cuore ed entra per prima; dopo poco esce, ma non lascia in ansia chi attendeva una risposta accademica al quesito cartuzza e con zelo apostolico: «il professore così mi parlò, “donna di poca fede, perché hai dubitato? In verità ti dico … ma a lei, cu ccià potta a liggìrisi a cattuzza”?»

- E la folla con plauso: è bravo, veramente! Ha una risposta a tutto!

- Ca, pi’ nnènti è prufissuri, alluura!

Dicembre 2011

Il mestiere più gratificante: l’Opposizione!

Opporsi e, poi ..., lavarsene le mani

Vi sono politici dai quali, per la mia formazione, mi sarei aspettata più di una battuta o di un intervento che avrebbero potuto tacere, ma costoro rivestono un ruolo.
Si convincono, e pensano di convincere, che siano la guida sicura che ognuno dovrebbe tenere sul proprio comodino, come abat-jour, ad illuminarlo nelle notti insonni della sua oscurità politica! Sono colti dallo sconforto per le scelte democratiche altrui, di cui non sentono avere alcuna responsabilità ma l’insostenibile peso! E in questi giorni hanno dato dimostrazione del loro intendere democratico! Io riscontro in loro un’istigazione all’odio e quando una certa folla canta bella ciao “fuori tempo” non si dissociano e brindano.
E’ un odio solo intellettuale, politico o personale? Odio, un orribile sostantivo che trapela dal linguaggio politico e non maschera un’avversità fisica. I loro volti esprimono un costante desiderio di nuocere, uno stato d’insofferenza per chi lo prova e di sofferenza per chi lo riceve. Certamente, se lo tenessero per loro dimostrerebbero, almeno, di avere pudore e memoria, ma sono due parole in disuso, ormai, sia nella vita che in politica! E scelgono di mostrare la parte meno nobile: la contraddizione, nei modi e nei tempi, col loro curriculum vitae.

Dimenticano di essere cresciuti liberi sotto lo stesso tricolore, sfruttando gli appoggi giusti del momento e con arroganza, sfrontatezza e cinismo hanno soppiantato rivali meritevoli del loro stesso partito. Oggi esultano, è arrivato il momento tanto atteso: la liberazione!

Ma per dimostrare quanto valgono, annunciano un programma riservato a pochi intimi, si scambiano le responsabilità dei successi e imputano ad altri quelle delle ingiustizie sociali.

Chiediamoci: ma sono proprio quei politici che sono stati compartecipi e complici dei governi a cui hanno retto il sacco e di cui, dicono, di non avere memoria perché portavano i pantaloncini corti? Si, sono gli stessi, ma io non ho perso quella memoria che me li fa rivedere con i pantaloni lunghi, i baffetti, mentre facevano il filo alle ragazze.

E diciamolo, ma che c’è di meglio nella vita se non fare la professione più gratificante e più antica del mondo: opporsi e, poi, lavarsene le mani?
Io non me ne sto “a pettinare le bambole”, un programma ce l’ho: non li considero politici ma portatori di odio e, in uno stato sociale democratico giusto, che dà tutto a tutti, propongo per loro un altro beneficio: una pensione d’inettitudine!

Ma subito, oggi stesso, prima che il Monti frani e li travolga!

Novembre 2011

L’obiettivo subdolo

Viziare un uomo!

Non sempre la donna è generosa nel riconoscere la superiorità di un uomo e sceglie di combatterla o emularla e raramente l’accetta standosene in ombra perché lui risplenda di luce propria e della luce di lei. Cogliamo un altro aspetto, forse inconsapevole o subdolo da confessare, quello di viziare un uomo.

Era un’abitudine radicata nel secolo scorso viziare l’uomo, che incarnava ciò che era negato alla donna: l’autonomia economica, di pensiero e quella di azione e di decidere per sé e per gli altri. La madre, le nonne, le zie, le sorelle e la moglie, invidiandolo, mostravano il loro amato alle amiche esaltandone i vizi, anche quelli che riguardavano le donne, dimenticando la solidarietà.

E chissà che non sia stata proprio una madre o una zia a coniare il famoso sostantivo sciupafemmine!

Questa consuetudine rendeva l’uomo sicuro di sé perché accudito e coccolato, e la donna non aveva altre frecce al suo arco se non quella di renderlo dipendente da lei e dalle quisquilie: attaccarsi un bottone, sbucciarsi una pera, stirarsi una camicia.

Ipotizziamo che la donna avesse un progetto: viziare per rendere inferiore e tanto più debole fosse lui, tanto più forte sarebbe stata lei. E fino a che punto ne fosse cosciente non ci è stato confidato, ma sta di fatto che, giorno dopo giorno, insinuandosi, si faceva strada nella mente del “maschio angioino” una sconcertante certezza: era dipendente, nientedimeno da una donna e non poteva vivere senza di lei!

E qui le statistiche ci darebbero ragione: l’uomo del secolo scorso viveva meno della donna!

Oggi è anacronistico questo modo di “servire” il suo uomo, non solo perchè non si ha il tempo che avevano le nonne, le zie e le mamme di ieri, ma anche perchè la donna si è conquistata un posto al sole in modo diverso e con altri mezzi, dunque: si è tolta il vizio di viziarlo!

E tanto per arrovellarci il cervello chiediamoci perché, ancora oggi, l’uomo non sopravvive alla donna? Non è che qualcuna abbia “ripreso” per buono il vecchio metodo di “viziare per indebolire”?

Mah! Così è, o così pare?

Ad ogni buon conto sarebbe conveniente per l’uomo non farsi viziare e se vivrà vedrà!

Novembre: mese dei “morti” che camminano!

Le verginità

L’olio d’oliva? S’è vergine è gay!

La verginità è la condizione di chi non ha sperimentato rapporti ses­suali; quando lo si fa, si entra in una nuova condizione e non se ne esce più.
La madre chiesa, che ha una certa esperienza, predica ai suoi fedeli che la verginità è la virtù della rinuncia, tranne nei casi in cui si vogliano met­tere al mondo figli di suocera e figlie di mamma.

Esistono altre forme di verginità oltre quella fisica. C’è la verginità dell’olio di cui nessuno dubita: un pene, per quanto piccolo non riesce a deflorare un’oliva e l’olio è vergine, anzi, extravergine.
E non basta, il sostantivo “olio” è maschile e gli viene associato l’agget­tivo “vergine”, femminile: è gay!

C’è la verginità del segno zodiacale che oscilla nel periodo che va da agosto a settembre; le nate sotto questo segno non sempre restano vergini anche se lo dichiarano senza pudore quando leggono il loro oroscopo.
Quella politica: che si ha o non si ha e quando si perde si può e si fa ritrovare e, male che vada, la si può acquistare al mercato nero.

Dulcis in fundo c’è la verginità dell’uomo, nulla da deflorare, è solo nel suo cervello che manife­sta indole moralista, parsimonioso nei piaceri della carne, la passione lo spaventa anche se la invidia in altri.

Questo profilo di uomo vergine calza a pennello per alcuni politici di sinistra, nati in settembre, ma si adatta anche ad una loro collega che, pur essendo nata in febbraio, è vergine, anzi, “virginuna”.

C’è un’altra verginità che alcune donne dichiarano di avere ed è la conseguenza di una scelta o del senso dell’onore o non amano l’avventura o non hanno coraggio o non sono “femmine”: è la fedeltà verso il partner e rimpiangono per essersi fatte sfuggire occasioni d’oro!

E’ a loro che dedico questo pezzo. Qualcuno ha detto “non voglio morire democristiano” e se qualche signora è ancora in tempo accetti un consiglio spassionatissimo: «Ma vàiaa, lasciate i rimpianti, non si deve e non si può morire vergine, “conoscere” un solo pene è un “piccatu”!»

Ottobre 2011

Supplemento

Giiòia, u sà zzoccu a ffàri?

Il “pezzo” sulla verginità è certamente ver­gine da conformismo e serve a rimar­ca­re che è un valore opinabile, contro­verso e indiscreto che, fin dall’adolescen­za della donna, ha messo i puntini sulle “i” nel rap­porto con l’uomo che vuole essere sempre il primo anche su ciò che non gli ap­partiene per legge, né per te­stamen­to, né per sem­plice diritto.

La verginità ha fatto parte attiva in una tradizione iniziata e perpetrata dall’uomo.

Oggi si sono perse molte delle tradizioni che offendevano la donna e la verginità ha se­gui­to la stessa sorte, anzi, con la sua dipar­tita e in mancanza di eredi legit­timi, la sua eredità è stata distribuita in parti uguali fra tutti gli uomini: volenti o nolenti.

Ma c’è stato, anche, un repentino cambio di rotta: alla donna non importa che l’uo­mo scel­to pretenda di essere il primo per­ché è lei ad esigere che sia il primo all’altezza.

E se i preliminari non la convincono, inter­rompe l’avanzata: “amore, non ti ha detto niente la mamma?”

Traduco in lingua brontese:

- Giioia, u sà zzoccu a ffari? (LC)
 

L’altruismo? È nel DNA!

Ma è meglio mutarlo in FCT

L’altruista è chi pone la generosità alla base del proprio operare. Ha intùito e, al pari del cane, riconosce l’arrivo del suo “padrone” prima che suoni alla porta. Interpreta i desideri di altri: va e fa, per rendere sereno chi deve e chi può!

La sua non è una missione, è un modo d’essere. Non nasce in una classe sociale definita, la cicogna lo abbandona per strada come un figlio di nessuno che chiunque può adottare.

Sa starsene in ombra e simula l’impegno che gli costa e, per alcuni, è un artista che interpreta un personaggio e, finita la sua rappresentazione, attende un applauso; ma per lui non arriva, perchè il suo pubblico si aspetta altro o di meglio.

E l’artista, deluso, si ritira nel suo camerino, si toglie il costume di scena, si strucca, si guarda allo specchio: quanti pensieri rifullìanu(1) nella sua mente, si scontrano e si schivano, non trovano quiete e hanno il solo diritto di farlo sentire infelice.

E chi scruta il suo viso riflesso, il labbro serrato e il sopracciglio tremulo, legge la sua sofferenza, l’inutilità di enumerare ciò che ha fatto, i perché dell’ingratitudine senza risposte.

Egli, purtroppo, è un rompiscatole per il beneficiato che vuol realizzare a modo suo i propri desideri o lasciarli a sopire se hanno perduto mordente; per esempio se acquista un “giocattolo” che poi si rompe, pensa di comprarne uno diverso e se lo ritrova riparato dall’altruista, ci resta male ed è costretto a giocarci fino alla noia.

Dovrebbe dirgli anche grazie? Non è un ingrato, gli è stata tolta l’opportunità di conoscere i suoi tempi e la sua unità di misura. Non gli serve protezione: vuole sbagliare e pentirsi, soccombere o superare lo stress, non teme d’essere lasciato solo, vuole essere libero.

Fra i due, però, l’altruista soffre di più! Se vuole salvarsi, l’unica via d’uscita è di entrare nel suo DNA e mutarlo in FCT: Fatti i Cazzi Tuoi! “Sono tre parole” insostituibili, anche se abbassano il livello!

Con la solita, bonaria ironia,
la Signora Laura sot­tolinea come sia diven­tata normale, al gior­no d’oggi, la presenza di rife­rimenti solipsistici: si considera l’univer­so circo­stan­te co­me semplice rappresentazio­ne della pro­pria co­scienza. Ciò è l’esatto contrario della visione dell’altrui­sta, che agisce senza quel “riful­liamen­to” mira­to alla ricerca di ricom­pense, mate­riali o morali.
Personalmente preferiamo l’antico DNA al nuovo “FCT”.

Mario R.
20 Settembre 2011

Ho letto l’ultima riflessione
di Laura Castiglione e trovo che è intrisa, come qual­che altra prece­dente, di pessi­mismo.
Non dico che non ci sono sufficienti mo­ti­vi per esser­lo, ma da Lei ci aspettiamo quella sua nota carat­teristica di alle­gro e salace ottimi­smo, ten­dente a fare meglio e di più.
Si riprenderà? Lo spero e, con questo au­gurio, sa­luto tutti.

Nicola Lupo
18 Settembre 2011

Settembre 2011

(1) Rifullìanu (girano in un vortice)

Chiamiamolo Eròma e non Amòre!

Si ama, ma si sa amare?

Ci sono modi diversi d’intendere l’amore e chi ha esperienza diretta o legge romanzi o ascolta canzoni napoletane che esprimono al meglio lo struggimento dei sentimenti, si è fatta una sua idea.

È na passione più forte e na catena … I’ te parlo e me tremano ‘e mmane … M’è venuta na voglia ardente ‘e te vasà …‘Stu bbene me fà dannà, st’ammore murì …

E’ chiaro che si vive un sentimento forte, dove c’è il tutto e il di più: amare, essere corrisposti o infelici. Ma soffermiamoci.

Si ama: ma si sa amare? Si dona amore: ma è quello che l’altro si aspetta o si vorrebbe ricevere per sè?
Molti improvvisano e, solo alcuni, hanno l’intendimento di saper amare.

Nel rito del matrimonio della chiesa cattolica c’è una frase espressa con la semplicità del linguaggio e senza il contrappunto del mandolino strappacore: Io, accolgo te, come mia sposa/o, prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Chi l’ha ripetuto senza convinzione ed, emozionato, è inciampato pronunciando il testo, non ne ha colto il profondo significato.
Indica come si deve amare, non in modo miracolistico ma reale, concreto, porgendo la mano in una stretta sicura quando l’altro si distrae e senza che la passione “ca nun ti fa dummì” faccia smarrire.

Si suole dire che l’amore nella convivenza inizia a scemare, trova la sua tomba e cede il posto ad altri sentimenti che resistono nel tempo.

Ma, allora, che amore è?

Non chiamiamolo amore, è un’altra “cosa”.

E a questa “cosa” le vogliamo dare un nome con cui definirla? Facciamo un giochino di parole, utilizziamo le sillabe di amore e le invertiamo in “eròma” con cui chiamiamo il prima e usiamo “amore” per il dopo.

Per essere incisivi, facciamo un esempio, facile facile, un ipotetico dialogo:

- Eròma, mi fai impazzire così, nuda come una venere!

- Amore, prendi freddo così, nudo come un verme!

Eh! chissu è l’amuri? Ma vàia!?!

Settembre 2011

("Ma vàia!" = ma davvero? dici sul serio?)

L’estate

Amori improvvisi e... delusioni!

La delusione è il fallimento delle proprie aspettative inappagate. Si crede di conoscere bene qualcuno, ci si approccia in un rapporto d’amicizia o d’amore, s’inizia un cammino di convenienza affettiva, si spera in un rapporto duraturo e, a volte, ad un bivio ognuno imbocca una strada diversa: tutto finisce in una, o per una, bolla di sapone.

Subentra uno stato di prostrazione impotente, in cui entrano in campo “giocatori” che si tallonano: l’onestà e la scorrettezza, la sincerità e la menzogna, la solidarietà e l’egoismo, la lealtà e l’infedeltà. Capita di frequente quando ci s’innamora all’improvviso, travolti dall’entusiasmo si vedono i pregi trascurando i difetti che solo un occhio estraneo se ne sa spiegare il motivo: l’amore è cieco! Uomini e donne si accecano e poi tornano a vederci chiaro e quando, ormai, è troppo tardi, l’unica cosa che riescono a dire è: “sono deluso”.

Sarebbe meglio dire “mi sono sbagliato” perché non si è voluto leggere dentro e fuori di sè, per superficialità o determinazione. E al contempo, l’altro, dirà anche lui d’essere stato deluso e non che si sia sbagliato.

Ma si può essere delusi da chi si è accettato tutto facendo un salto nel vuoto lasciando chiuso il paracadute? Si può considerare un gioco d’azzardo delle parti che puntano su un numero a caso della roulette della vita? Siamo sicuri che non si possa fare qualcosa prima di infliggere la delusione o subirla? Fa parte della seduzione prendersi in giro mostrando solo ciò che si ritiene migliore?

Ma è anche vero che sui sentimenti è difficile agire perchè, anche se si avverte un gusto amaro, travolgono con quell’ingannevole senso di benessere!

Credo che invece di rischiare occorra avere coraggio e mostrare anche quella parte di se stessi che non si ama e confidare nell’altro che possa ritenerla un amabile pregio!

L’estate: la stagione degli amori improvvisi!

La prostata?

Prostra!

Prostata, sostantivo femminile, definizione: è la ghiandola maschile a stretto contatto con gli organi sessuali. Ha una funzione importante per la procreazione, rende fluido lo sperma ma, all’uomo, poco importerebbe se non fosse stretta nella sua capsula da un groviglio di terminazioni nervose che la collegano all’erezione.
Ha la forma di una castagna, ma non toglie le castagne dal fuoco, anzi, fino ai cinquant’anni se ne sta silenziosa ‘nda so ‘ngona , in seguito rompe i cosiddetti e sono guai amari.

Il pisello, si sa, serve per fare pipì e tante altre belle cose ma, con l’avanzare dell’età e anche a causa della prostata che si gonfia, trascura le belle cose e fa solo pipì.

E’ un evento naturale! Ma l’uomo non lo accetta come tale, egli pensa che non sia tanto il fatto in sé di fare sesso quanto il non poterlo fare.
Escludendo i casi in cui la patologia necessita di intervento chirurgico radicale, avendo salva la vita, guardiamo al comportamento di chi, diffidente e poco informato, crede che se un chirurgo ci mette mano per non fargli fare la pipì addosso, è un uomo finito.

Consulta i migliori specialisti e opta, omertoso, per quello che opera il più lontano possibile dalla sua città, caso mai si venisse a sapere. E con lo psicologo al capezzale che lo rassicura entra in “sala parto”.

L’intervento riesce, il decorso post-operatorio è normale ma l’ansia e l’attesa di “sapere” lo logorano, firma e si fa dimettere.

Un mese di attesa? E’ troppo!
Al settimo giorno si mette alla prova e il suo pisello risponde con voce convalescente: “ecco, lo sapevo, non mi dovevo fidare, non sono più io”.

“Ma no, si auto rassicura, forse è troppo presto e, anche quando, nè tu il primo né tu l’ultimo, non ci fare caso”!

Caso? E’ un caso da studiare e, in questi casi, il tempismo è un cattivo consigliere.

Ma l’uomo è fatto così: perde il lavoro e ne cerca un altro; la moglie lo lascia e ne trova una più giovane; sfrattato, dorme in macchina. Ma se gli toccano la prostata si scava la fossa!

Luglio 2011

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