L'OPINIONE DI ...

RIFLESSIONI al FEMMINILE

a cura di Laura Castiglione

OGNI TANTO UNO SGUARDO AL FEMMINILE AL MONDO CHE CI CIRCONDA

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La partita a scacchi

L’aggettivo... dispregiativo

Un uomo e una donna giocano la partita a scacchi della vita. La donna ne esce in alcune mosse perdente e non staremo qui ad elencare i perchè e le strategie nella lotta per la sopravvivenza. Non si vuole commiserare o incoraggiare la donna a sperare in un futuro migliore, né colpevolizzare l’uomo a prescindere.

In questa pagina ci si sforza di porsi in una posizione di osservazione ai comportamenti differenti o uguali, ma soprattutto come vengono giudicati dalla gente comune, nei modi di dire, negli aggettivi che accompagnano maschio e femmina dove il tono ha anche la sua importanza.

Oggi, essendoci già occupati in un precedente pezzo (Uno spruzzolo di fiori d’arancio) dell’aggettivo “buttana” che accompagna la donna, per un diritto che non si vuole e non si deve negare all’uomo, analizziamo l’aggettivo in uso per lui: coglione.

L’uomo lo possiede da sempre, nasce con lui e senza frontiere se ne trova la definizione nel vocabolario italiano che riteniamo incompleta: balordo, stupido, sprovveduto. Si usa sempre al maschile e chi lo applica al femminile forza la mano perchè una vera donna non anela possedere “pendenti” che non le donano.

Noi siamo colpiti però dall’uso dispregiativo che se ne fa in ogni situazione anche quando si riferisce ad un uomo intelligente e in gamba che occupa posti di responsabilità. Chi di noi non si è trovato di fronte una situazione d’imbarazzo nel dare un giudizio solo positivo su una persona che messa di fronte a situazioni di forte tentazione non ne abbia approfittato.

Con una battuta, ma non ironica, e con un tono di delusione si pronuncia il verdetto: “si, è una persona onesta, non ci sono dubbi, gli sono passati tra le mani tanti milioni e non se n’è messo in tasca uno! Nemmeno 10 mila euro per farsi un viaggetto?

Quel posto è sprecato per lui: è un coglione!” Poi se si vuole essere benevoli si potrebbe dire: è un po’ coglione, è mezzo coglione, ha pure la faccia da coglione... insomma, chi più ne ha, più ne metta.

Noi non vogliamo perdere l’occasione e con una certa soddisfazione ci mettiamo la nostra: coglione è stato? E... coglione resta!

Maggio 2013

Smettere di fumare?

Non in primavera!

Ci sono diversi modi per smettere di fumare e ne suggeriamo uno, se non da realizzare, almeno da tentare, ma al nord in inverno e sotto zero, in occasione di una visita agli emigrati figli.

Ci si veste a strati: doppi pulloveri, giubbotto, passamontagna, guanti, calzamaglia, stivali alla coscia.

Si esce rigorosamente all’aperto perchè il fumo in casa uccide i nipoti!

Si cerca furtivi un angolino dove appartarsi, ci si sfila un guanto e il freddo subito congela la mano; il pollice e l’indice stentano a estrarre la sigaretta dal pacchetto e la portano alla bocca centrando il piccolo foro nel passamontagna.

Si cerca affannosamente l’accendino nella borsa che “seccato” non vuole funzionare e si pensa che sia per il gelo, e pare che il gas dallo stato liquido sia passato allo stato solido!

Non si è certi di questa tesi ma l’astinenza aguzza l’ingegno: ai sempre fortunati uomini viene “ri scinduta” mettere l’accendino al caldo mentre alle donne “ri cchianàta” attraverso i vari strati per raggiungere il loro posto più caldo.

L’accendino dopo una sincopata accensione dà fuoco alla sigaretta che a breve si spegne a causa di qualcuno che ha inventato la sigaretta autoestinguente per salvaguardare gli anziani che si addormentano con la sigaretta accesa e potrebbero morire nel rogo delle loro coperte.

Io mi chiedo: scrivono sul pacchetto che il fumo uccide? E’ una condanna a morte? Se qualche rincoglionito desidera fumare l’ultima sigaretta, prima di prendere a fuoco, perchè negarglielo?

Se questo genio della sigaretta che si autospegne volesse migliorare la sua invenzione, mentre c’è, perchè non programma una sigaretta che prima di spegnersi dà la buona notte e spegne anche il televisore?

Eravamo rimasti alla prima boccata sicuri d’avercela fatta ma il fumo trova insufficiente il foro d’uscita e cerca un’altra via attraverso il passamontagna: si soffoca, si tossisce, si lacrima, il nervosismo dell’astinenza aumenta e si inveisce.

Bisogna iniziare tutto daccapo: sigaretta nel foro, accendino al caldo, accensione sincopata, aspirazione, espulsione del fumo in parte fuori e all’interno del passamontagna... e passa ’u piacìri!

Al nord e sotto zero si potrebbe smettere di fumare!

Ma noi restiamo in Sicilia dove il freddo non è freddo!

Primavera 2013

L’uno e l’altro appassionatamente!

Ci siamo imposti di non scrivere di politica per non disturbare chi non ama il confronto e non sente “ragioni” altrui. Ma chi, come me, non resiste alle sollecitazioni della penna e vuole condividere con altri il suo prurito, cerca almeno di sdrammatizzare alcuni avvenimenti politici.

In questi giorni i due leader dei partiti di maggioranza s’incontrano ”pi scioriàrisi i mussi” e cercano d’intendersi su come poter convivere in un futuro migliore.

Ci ricordano una coppia di separati che cerca di salvare o meglio di tornare indietro da un divorzio doloroso anche se continuano a rimproverarsi a vicenda.

L’uno fa all’altro accuse sui suoi trascorsi indecenti e l’altro imputa ai mal di testa dell’uno se ha frequentato compagnie più disponibili.

L’uno lo incita a comportamenti ineccepibili per il futuro se vogliono stare insieme e l’altro si giustifica che così “fan tutti”.

L’uno vuole tagliare le spese per portare avanti la famiglia e l’altro è per scialacquare.

L’uno preferisce la compagnia dei gay e l’altro, neppure a parlarne, gradisce quella delle donne.

L’uno cerca di dialogare con i propri irrequieti figli e l’altro sa tenere a freno i propri.

L’accordo sembra irraggiungibile quando, all’improvviso, di fronte ad un piatto di spaghetti con aglio, olio e peperoncino, si potrebbero appianare le divergenze e l’altro, che conosce bene uomini e cose, propone una cena nella sua famosa villa.

L’uno è indeciso se andare a ficcarsi nella tana del lupo ma l’altro lo rassicura che sarà una cenetta a due e al lume di candela.

Quasi all’insaputa dei figli e furtivamente l’uno si reca ad Arcore: una musica melodica e rassicurante lo pervade mentre sale la scalinata in marmo pregiato di Carrara che quasi sfiora, impacciato, al calpestìo.

Un maggiordomo lo introduce in un grande salone dove luci sommesse illuminano tavole imbandite con ostriche, caviale, champagne e stuzzichini vari di avvenenti ragazze con tutù di frutta esotica.

L’uno, contrariato dall’inganno, non muove ciglio, non trova parole, è in difficoltà, tiene serrato il sigaro fra le labbra, non riflette più, va

incontro all’altro e con slancio improvviso lo abbraccia:

 - Amico! Altro che pettinar le bambole! Qua si “balla”!

 - Musica! Maestro!»

Aprile 2013

L’inappetenza

Il bambino che vuol crescere in fretta

Il sole si nasconde fra le grigie nuvole: è un giorno d’inverno. Ciccio vuole andare presto a scuola, la maestra e i compagnetti lo aspettano e come tutte le mattine fa i capricci: guarda schifato la tazza di latte e biscotti.

Non è anoressico ma inappetente, come tanti bambini, mangia a piccoli bocconi e beve a piccoli sorsi; la sua colazione, come i suoi pranzi, non arrivano mai alla fine e sopporta a stento qualche stuzzichino mentre è concentrato nei suoi giochi.
Il cibo sul piatto lo scoraggia, esiste solo ogni tanto e se gli va; non è attratto dai suoi colori nè dai profumi e potrebbe lasciarlo sul tavolo per ore, finchè qualcuno lo mangerà per lui o lo butterà.

La sua mamma pensa che sia anoressico o geloso della sorellina, ma non è questo il suo caso, dovrebbe invece osservarlo con più attenzione nelle cose che lo interessano per scoprire il mondo di relazioni che ha con gli amici, la scuola e il gioco dove predilige quello inventato che stimola la sua creatività e l’intraprendenza.

Certamente è un bambino che vuol crescere in fretta, la sua mente sa già distinguere le cose importanti che gli danno pienezza da quelle che ritiene banali come quel cibo che entra e poi esce puzzolente. Egli non potrà sottrarsi alle leggi della sopravvivenza a lungo, le calorie gli daranno più energia ma per lui non hanno tempo nè orari, agiscono se si lasciano libere.

Ciccio acquisterà il gusto per il cibo quando avrà vinto le sue piccole battaglie, fatte anche di ricatti, e presto da quel piccolo scricciolo verrà fuori un ometto che sa pensare.

- Si vuol sostenere che è un intellettuale? -

E perchè no! Si nasce intellettuali e l’inappetenza è il primo sintomo: il cibo soddisfa molti bambini ma non Ciccio che chiede sempre qualcosa di diverso da quello che gli adulti gli offrono e scambiano per fastidiosi capricci i suoi pianti!

Se qualcuno dei miei lettori ha in casa un bambino che gli somiglia, per la prossima festività, non gli regali un grande uovo di pasqua ma un ovetto e con una sorpresina da costruire!

Buona Pasqua 2013

’A gallina si pinna motta

Il cuscino della consuocera

Molte signore diventano consuocere: la mamma del figlio con la mamma della figlia.

L’una entra nell’intimità dell’altra e non sono conoscenti nè amiche, si ritrovano “parenti” perchè i loro figli si sposano. Entrambe si scrutano e non scoprono tutte le loro carte finchè non scatta l’ora ics: la data delle nozze.

Le ostilità hanno inizio e non, come si pensa, a causa della mamma del figlio, “a mala soggira”, ma della mamma della figlia che cede alla metamorfosi. Lei parla per aforismi, “non è tutto oro quello che luce”, e se ha anche figli maschi, “quello che si dà alla femmina si dà al maschio, i figli sono tutti uguali”; insieme alla figlia, crea un clan in cui nessuno riesce a infiltrarsi, i suoi progetti li realizza senza trovare ostacoli e mira a prendere due piccioni con una fava: genero e mamma del genero.

Prende in mano l’organizzazione: vestiti, fiori, lista di nozze, catering. Conosce bene i tempi per quando dare un ritocco alla sua opera: l’appartamentino del genero è bello, per carità, ma è piccolo... se arriva un bebè dove lo mettono?

“Mah! camma ffari chi coszi c’avimmu – ripete - Vendiamo e diamo!”

Il pluralis maiestatis per lei non è un vezzo, ma un convincente incoraggiamento a chi venderà che non sarà lasciato solo nel dare!

La consuocera di questa signora tenta di districarsi dalla trappola, spera nell’aiuto del figlio... non vuole perderlo... ma già l’ha perso! Il piccione vende l’appartamentino, i suoi genitori danno ancora una volta fondo ai loro risparmi, ne compra uno più grande e per non dispiacere la moglie, la nomina proprietaria al 50% e lei, per ricambiare la delicatezza e per correttezza, partecipa all’arredamento.

La mamma della figlia vince così le prime di tante future battaglie e diciamolo, senza alcuna ironia, che è proprio in gamba: è ‘na bbuttàànaa! (mi raccomando il tono, che sia quello giusto!).

Qualcuno si starà chiedendo se le cose vadano proprio così! Non sempre! Le eccezioni esistono ma nei casi in cui la mamma del figlio sia previdente e metta in pratica un paio di aforismi!

-E se non li conosce?-

-E noi perchè ci siamo? Glieli suggeriamo:

’A gallina si pinna motta” e

“Ci lassu 'u furrìzzu a ccu mi viu o capìzzu!”

("La gallina si spenna dopo morta". "Lascio i miei beni a chi vedo al mio capezzale")

Marzo 2013

Non il voto ma… pedate

Fuori dalle palle: noi ci amiamo così come siamo!

E’ tempo di elezioni: tutti in tv e davanti alla tv! Ci facciamo prendere per il... oppure riflettiamo?

Qualche politico si è rimboccato le maniche per lavarsi le mani che ha tenuto in pasta e dice di voler cambiare il tozzo stivale Italia perchè col tacco dieci farebbe moda! Espone con ènfasi il suo programma: i marinai devono imparare a sciare e i montanari a nuotare.

Convinto di fare presa, gira per l’Italia e mentre si trova vicino al confine fa un saltino all’estero: non conosce le lingue e poco importa, sa usare però con destrezza il linguaggio bancario e “fa un viaggiu e du suvvizzi”. Sostiene di essere stanco di questa Italia provinciale che non cresce, elogia i comporta­menti dei francesi e dei tedeschi mentre indossa la maschera della tristezza perchè ha perduto la voglia di cantare la sua canzone preferita: “basta ca c’è ‘o sole, basta ca c’è ‘o mare.”

Ma mi faccia il piacere! “Cu ha avuto ha avuto e cu ha datu ha datu, scurdammuce o passato”.

Si tolga dalle palle, vada all’estero, dove gli insegneranno come ci si comporta, ammesso che, sia in grado d’impararlo!

La gente comune se ne frega dei confinanti stranieri: le tasse non le vuole pagare; l’abusivismo dà soddisfazione; gli ospedali affollati servono per socializzare; la spazzatura non la considera una natura morta: le dà forma secondo l’estro e la stagione, crea il postmoderno facendo invidia al tedesco che non è figlio d’arte e arrabbiato la brucia!

I giovani pregano per mammina e papino “che il Signore ce li conservi a lungo”: affinchè tolgano loro le castagne dal fuoco!

Siamo italiani e ci amiamo così come siamo: santi, poeti, navigatori, puttanieri, giustizialisti e tolleranti... disorientati si, ma non cretini e vorremmo cambiare purchè inizi a farlo il nostro vicino di casa!

Non perdiamo di vista questo politico e chi, come lui, si prodiga in consigli sul comportamento altrui senza però applicarli nella propria condotta. Non diamogli il voto, anzi, meglio, prendiamolo a pedate subito e con fermezza, non con lo stivale ma con uno zoccolo duro dove batte il sole e, con sadica persistenza, dove non batte!

Ma se ci amiamo così come siamo...!

Elezioni 2013

L’outlet

Gli sconti stagionali sono attesi da tutti e qualcuno, convinto che l’attesa metta in agitazione, ha inventato l’outlet per avere prezzi ridotti tutto l’anno. C’è l’outlet di ogni articolo: dall’abbigliamento agli elettrodomestici... serve qualcosa in particolare?

L’azienda dell’outlet lavora per te!

Molti si fanno prendere dalla frenesia dell’acquisto e non importa se i punti vendita siano sotto casa o fuori provincia e per raggiungerli ci voglia un pieno di benzina: indossare un capo Valentino, Max Mara, Dolce & Gabbana, a soli 150 euro, è una soddisfazione!

Vasti locali accolgono i clienti che passano da un reparto all’altro come cercatori di pepite d’oro!

Le targhette con le grandi firme sono a volte mimetizzate, perchè gli stilisti vogliono mantenere l’anonimato e mettere alla prova i clienti che, al pari del sommelier, annusano il tessuto, lo stropicciano fra le dita per verificarne la qualità, emettono il responso: è di annata, un Armani del ‘70!

Il trucco c’è, ma è difficile scoprirlo, mentre si può avanzare l‘ipotesi dell’inganno nell’originale outlet pubblicizzato sulla linea della metropolitana di Milano: “Outlet del funerale”. Nella locandina c’è descritto ogni servizio, dalla vestizione ai viaggi low cost e all’assistente di conforto ai familiari caldamente consigliato.

Quello che più darebbe soddisfazione sia alle signore sia ai vanitosi signori è la tànatoeste­tica: un’estetista con lieve massaggio distende le sopracciglia corrugate, a ragione, del defunto; traccia una linea di matita per sollevare le labbra a mo’ di sorriso, dà una pennellatina di fard qua e là con professionalità, anche se sa di perdere il cliente. Un addetto al catering elenca il menù leggero o rinforzato, a buffet o al tavolo: dipende dagli impegni presi dai parenti.

Non sono comprese nel preventivo le fillette di Bronte ma chi le vuole se le fa spedire con discreto anticipo, altrimenti ammuffiscono.

Alcune domande sorgono spontanee: perchè l’azienda l’ha chiamato “Outlet del funerale” se offre sarcofaghi con la solita effigie di papa Giovanni e padre Pio? Non dovrebbe esserci anche l’immagine di Ferrè e di Versace?

L’outlet del funerale milanese si attiverà per dimostrare, dopo questa segnalazione, che non c’è inganno?

Ne siamo certi: Milàn l’è un gran Milàn!

Tutt’al più, se l’immagine dello stilista preferito non fosse in pronta consegna, converrà prenotarla e farsela mettere da parte, tranne che, si preferisca il fai da te!

Febbraio 2013

Il mammicidio

La donna è diversa dall’uomo e si scorge al primo sguardo: lei ha folti capelli che nascondono tutto un universo, lui li ha radi che mostrano la fronte alta, spaziosa; tutto un mondo. Noi li guardiamo dentro, per capire in cosa si differenziano e per chi lottano.

La donna è programmata alla responsabilità e uno dei momenti in cui lo dimostra è quello in cui mette al mondo un figlio e sa, da subito, come dargli sicurezza: lei c’è sempre e per sempre!

Per i primi quindici anni o meglio, oggi si sono accorciati i tempi, finchè non saprà alzarsi da solo le mutandine per il figlio esiste solo lei, la mamma, che lo ricambia e in contemporaneo, quasi fosse consequenziale, trascura il suo compagno che non è più al centro della sua attenzione, anzi, lo scansa:
- “giovanotto, spostati dalla “singa” (linea di demarcazione) e lasciami lavorare”.

A causa di ciò il compagno vede il figlio come rivale, piccolo ma seducente e forte che lo lascia disarmato.

Qualche papà di oggi, se la donna lavora, partecipa alla condivisione dei ruoli, si sveglia la notte per cullare suo figlio e stenta ad addormentarlo mentre tiene strette a sè quelle braccine protese che chiedono della sua mamma. Non gli pesa farlo e scopre che è bellissimo; si chiede perchè suo padre non l’abbia fatto con lui mentre si lega al figlio sempre di più e da padre impara a fare anche la mamma: teme come lei di perderlo.

Il gene della responsabilità sta prendendo forma, ha bisogno di tempo per imporsi e non arriveremo certo a dire che “l’uomo partorirà con dolore e la donna lavorerà col sudore della fronte” ma osserviamo che sta mutando al di là di ogni prevedibile aspettativa. La supremazia materna non è in discussione: la mamma è la mamma! Ma un figlio, può considerarsi una “preda” da difendere dal padre o appartiene anche a lui?

E’ questo un altro movente che spinge alcuni uomini alla violenza?

Il femminicidio è solo l’effetto della debolezza e della follia di alcuni ex che non accettano di essere lasciati? O esiste anche il mammicidio di alcuni padri che non vogliono perdere quel figlio che anche loro hanno cresciuto?

Gennaio 2013

Uno sprùzzolo di fiori d’arancio

...per una sgradevole parola!

Nella nostra bella Sicilia ci sono parole che nell’uso comune si prestano a diversi significati e sfuggono alla giusta interpretazione se non si è del luogo. A chi dalla Toscana, madre della lingua italiana, volesse scendere in Sicilia sprovvisto delle dovute informazioni, offriamo una lezione di dialetto siculo brontese che più del concetto esprime il sentimento.

Il modo, il tempo, lo sguardo, la gestualità, il tono della voce sono indispensabili perchè un sostantivo assuma il significato che gli si vuole dare.

I siciliani siamo così, di poche parole, la stessa parola la ricicliamo più volte e oggi ci occuperemo solo del quando e del tono in più situazioni.

Diamo uno sguardo al femminile sul sostantivo “bbuttana” il cui uso e tono nel territorio nazionale sono conosciuti per merito del film “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi.

Ma se al termine “buttana” si imprime il tono di apprezzamento, perde il significato spregiativo e acquista quello di ammirazione per una signora capace ed efficiente che non ha nulla a che vedere con i costumi impropri.

Il “buttana” può sostituire anche il nome proprio, per esempio quando si chiedono informazioni a un amico:
- “Chi ddìci, ‘a bbuttana 'i to soru?”

Il tono è confidenziale ed esprime solidarietà quando è riferito a persona seria che conosce il solo mestiere di rompere i cosiddetti. Ad un orecchio fiorentino suona offensivo e lo sarebbe se chi pronuncia la frase non avesse una sorella con le stesse attitudini a rompere.

Si conferisce lo stesso titolo anche alla figlia e alla moglie, mai alla madre, tranne il caso in cui si riferisca alla madre del figlio di “buttana”, giudicato molto intelligente e furbo:
- “E’ intelligenti... (pausa) stu figghiu 'i bbuttana!

Concludendo, ogni tono ha le sue variazioni: di disprezzo, di ammirazione, di solidarietà, di affetto (bbuttanella: quando si ha una gracile costituzione fisica) e perfino di imprecazioni (“a motti bbuttana …!", "ma... bbuttana ra miseria!").

Ma è mai possibile che la donna con un tono o con un altro sempre puttana è?! Una signora se ne farà una ragione?

A ragion veduta e a maggior ragione c’è chi picchia di santa ragione e c’è chi tace ma non acconsente!

Iniziamo bene il 2013

L’amicizia “sbintata”

Dare un’altra definizione dell’amicizia non è l’obiettivo che ci si prefigge perchè ce n’è una per ogni tempo e per ogni cultura, come quella totalizzante ed esclusiva che dà Orazio per Virgilio: animae dimidium meae, la metà della mia anima.

L’amicizia è uno dei sentimenti più delicati e allo stesso tempo forti che quasi tutti provano nella loro esistenza ma non tutti sanno gestirlo come meriterebbe e lo fanno durare lo spazio d’un mattino.

La fiducia è indispensabile e la complicità non è incondizionata, non include il favoreggiamento. Accomuna la stessa educazione ma non è stata impartita dagli stessi educatori; si condividono molti interessi ma non necessariamente tutti.

Si possono confidare i propri segreti ma non quelli veramente intimi. Si partecipa agli stati d’animo dell’altro da sentirli come propri ma ci si distrae perchè non sono i propri; si dissente sulle contraddizioni e qualche volta si tace per non ferire. Ci si può tuffare in un mare dove “l’acqua è più blu” ma uno dei due ha freddo e si scalda al vecchio tranquillo sole.

Si possono fare anche gli stessi sogni ma al risveglio ognuno racconta a se stesso il proprio e a bassa voce. Queste considerazioni non portano ad una sola definizione dell’amicizia ed esprimono un’opinione su ciò che non dovrebbe essere o non si dovrebbe fare se si vuole restare amici di qualcuno.

Osserviamo con sguardo incredulo ma attento il rapporto fra due individui e ci chiediamo perché si ritengano amici pur nel frastuono delle loro contraddizioni: vivono gli opposti che oggi si respingono e domani si attraggono in una diversità quasi inaccettabile; uno è ragionevole e l’altro avventato; uno intento a tessere strategie e l’altro va alla carica disarmato; uno impenetrabile e l’altro espugnabile; uno ponderato e l’altro istintivo.

In questo caso non si può dare una o una qualsiasi definizione perchè la meraviglia che accompagna il “mah!” l’impedisce; ci vuole di più per il nulla in comu­ne che faccia capire il perchè stiano insieme.

Ci viene in aiuto l’abate Meli nel suo dialetto siciliano più espres­sivo:
chissi hanu 'a testa sbintata”.

Non possiamo che dargli ragione: hanno perduto la testa perchè si vogliono solo bene!

Natale 2012

La giovinezza si dilapida...

...e la vecchiaia prende di sorpresa

La giovinezza è un turbinìo di sentimenti: ne fa parte l’intemperanza, l’arroganza, la spavalderia, le passioni d’amore, l’incoscienza, la ribellione alle ingiustizie personali e sociali.

Solo nella giovinezza si sfida la morte come se non appartenesse; la droga e l’alcol seducono chi non intravede una via diversa da seguire.

I figli, chi più chi meno, contestano i genitori nel desiderio di volerli amici, complici, educatori, purchè non li condizionino e, solo nella maturità, impareranno a conoscerli, capirli, giustificarli e raramente li perdonano. I fratelli si vedono come nemici e gli estranei sono i veri amici fidati.

I giovani credono che tutti siano contro di loro e si sentono incompresi, ma gli adulti non sono contro ma per loro nel volerli proteggere da scelte sbagliate che li farebbero cadere nei ripensamenti, nei rimpianti e nelle frustrazioni in cui loro stessi sono incappati.

L’invidia per i giovani che qualcuno si fa venire rispolverando il vecchio detto ”u Signuri runa ‘i biscotti a cu n’avi renti” è un sentimento che non ha motivo di esistere, la giovinezza è un cammino comune che tutti fanno e ognuno lo personalizza.

Ci si prepara da bambini all’adolescenza, scoppia in faccia un brufolo e subito si è adulti, ci si sforza di esserlo e già la vecchiaia prende di sorpresa proprio quando non si vorrebbe.

Purtroppo, la giovinezza non è così generosa come vorrebbe far credere, si piazza nel tempo sbagliato e nel posto sbagliato, si concede per poco tempo e poi proietta tutti fuori dal suo vortice senza dare il tempo di assaporarla e gustarla.

Forse è per questo che i giovani si sbandano e la dilapidano!

Il sogno di chi ha perduto da tempo la giovinezza è di farla rivivere nella maturità ma non basta, ci vorrebbe un’azione spregiudicata: traslare la giovinezza, dai giovani agli anziani, per avere l’utile massimo.

- Bellu fussi! Mì..zzica! -

- Ma non è megghiu lassàri i coszi commu sunu, primma cu gallu e a gallina ci làssanu i pinni? -

Aspettando la neve!

Il canto delle sirene

Separarsi senza un apparente motivo. Proveremo a capire e a trovare un perchè, senza rifletterci molto, a pelle, quasi ovvio e visto dalla parte di una donna che, giovanissima, s’innamora di un coetaneo, un compagnetto di scuola, un bravo ragazzo: è il suo ragazzo e con lui attraversa tutte le tappe dell’amore adolescente.

Fattasi donna inizia a sentire e, poi, a pensare che qualcosa sia cambiata: non è più tanto sicura d’amarlo!

Ma come farà a deludere la sua famiglia che lo vede e gli vuol bene, come un figlio? Lui è sempre in giro per casa, a pranzo, a cena e, quando va via, come un fratello, dà alla sua ragazza il bacio della buona notte.

Non restano più da soli come prima e parlano del meno e non del più, mentre tutti si affannano a progettare una casa e il matrimonio: il loro futuro è già segnato.

Lei si sente stretta in una morsa senza avere la forza e il coraggio di districarsi. Entra rassegata, vestita di bianco, nella carrozza del suo prin­cipe azzurro che ormai tanto azzurro non vede: è una sirena! Guarda stupita la commozione di tutti e spera che col tempo l’amore tornerà! Chissà, forse le cose cambieranno!

Forse? Ma vive accanto a quel ragazzo che la tiene prigioniera di un sogno d’amore spezzato e sente che sta sprecando la sua vita. E’ andata così!

Ma compiuti i quarant’anni, prima che sia troppo tardi, intraprende la via del conflitto perchè lui non la sa ascoltare, non la sa capire e non vuole lasciarla andare. Così lei trasferisce su di lui l’errore commesso, le sue ambizioni deluse, le illusioni, le speranze e gli imputa colpe che lui pensa di non avere e che magari non ha o non immagina d’avere. Lo punisce, lo allontana da sè e dai suoi figli, non vuol saperne più nulla di lui e s’impegna a distruggerlo.

Così crede di aver ritrovato finalmente se stessa in un riscatto di cui andar fiera e con determinazione dice a chi l’ascolta, stupito e incredulo, che non ha che farsene di quel ragazzo che non ha saputo crescere insieme a lei, e merita un uomo, un vero uomo.

Ma come sarà questo immaginario uomo, un principe azzurro o un’altra sirena? E come Odisseo si farà legare all’albero della nave delle responsabilità per difendersi da se stessa?

Novembre 2012

I politici “sprovveduti” ed i loro uomini “...di fiducia”

Solo un’ostrica... tanto per gradire!

Corruzione e concussione sono due vocaboli che hanno un denominatore comune: ladro. Il personaggio del ladro, nei films, è interpretato da attori belli e prestanti come Jacques Dutronc, Sean Connery, Cary Grant e Paul Newman che per la loro bravura ci coinvolgono facendoci partecipare alle rapine. Insieme a loro entriamo furtivi nelle banche, ci contorciamo per schivare i raggi infrarossi che proteggono le camere blindate, facciamo scattare la combinazione della cassaforte e le banconote, strette nelle loro fascette, ci adescano con la loro seduzione.

Riempiamo le valige e una rocambolesca corsa ci fa sfuggire appena in tempo ai poliziotti; un aereo, direzione isole Hawaii, decolla. E mentre i titoli di coda scorrono beviamo un drink a base di maracuja, il frutto della passione, in compagnia del fascinoso di turno, appagati e orgogliosi di aver partecipato al colpo del secolo.

Tutta un’altra storia è quella degli uomini di fiducia di “sprovveduti” politici che non sono nè belli e nè prestanti ma brutti e grassi e con la faccia tipica per il loro ruolo: insospettabile!

Sono abili nell’acquistare costose case in centro, ville al mare e all’estero dove i loro “ignari” datori di lavoro accettano, tanto per gradire, solo un’ostrica e un flute di Dom Pèrignon.

Noi, al contrario di ciò che proviamo quando andiamo a vedere un film, non partecipiamo alle loro rapine, non siamo invitati al catering d’inaugu­razione riservato ai soli intimi, e siamo obbligati a sostenerne i costi.

Questi “soliti ignoti” per sfuggire alla polizia non cambiano i loro connotati, non falsificano i loro documenti come Arsenio Lupin anzi si mostrano in tv senza vergogna provocando in tutti una voglia matta di frustarli senza pietà.

Non contano i milioni di euro, non fanno mucchietti più alti e più bassi come a creare una veduta dei grattacieli di Manhattan, non èmulano Paperon de Paperoni che si faceva il bagno nei dollari, perchè?

Perchè non amano il vile denaro nè il suo tintinnìo ma tutto ciò che si può comprare con il denaro! Sono dei ladri atipici: vogliono restituire il denaro ai loro partirti perchè altri facciano un altro giro di danza.

Noi ci opponiamo: vogliamo le “nostre” ville e con piscina, dove a turno e senzambuttàri*, possiamo trascorrere il fine settimana per rinfre­scarci le idee!

Autunno caldo 2012

*senza ’mbuttàri (senza spingere)

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