L'OPINIONE DI ...

RIFLESSIONI al FEMMINILE

a cura di Laura Castiglione

OGNI TANTO UNO SGUARDO AL FEMMINILE AL MONDO CHE CI CIRCONDA

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Discrezione, invadenza, indifferenza, viltà, …

L’Angelo umano

Molti sono gli incontri che si fanno in tutta una vita; alcuni passano inosservati e si dimenticano, altri diventano amicizia o amore, ma uno solo, anche con un estraneo durato pochi minuti può lasciare il segno, essere determi­nante o cambiare tutta un’esistenza!

E’ capitato a tutti dire di qualcuno che se non avesse incontrato quel giorno o non si fosse trovato in quel posto quella persona, quasi ad attenderlo per aiutarlo ad attraversare la sua strada, gli eventi avrebbero preso un’altra piega o la sua vita sarebbe stata peggiore; oppure qualche volta si è stati sul punto di fare una scelta che avrebbe meritato una riflessione in più che non si è fatta ed ecco che un angelo umano, come piace a me chiamarlo, all’im­prov­viso ci ha fermati e fatto riflettere.

Oggi è difficile trovare qualcuno che ci fermi quando sbagliamo o ci faccia riflettere perché è diventato un vezzo dire di non essere invadenti, sapersi fare i fatti propri, e affinché il messaggio fosse chiaro e forte a tutti si è fatta anche una legge sulla privacy.

I genitori rispettano le scelte dei figli; gli amici quelle degli amici; i condomini quelle del dirimpettaio e restano sorpresi quando è derubato o ucciso perché i suoi rumori di sempre non sono familiari e quelli diversi non li hanno allarmati.

E’ discrezione, osservanza della legge, viltà, indifferenza, cos’è?

Si può restare muti a guardare, perdendo l’occasione di essere l’angelo umano di qualcuno, sia che stia a cuore sia che si incontri nell’ascensore? Certo non tutti accettano interferenze perché il rientro quasi forzato nei binari, anche se porta in salvo, umilia. Così com’è imbarazzante l’indecisione di aiutare qualcuno in difficoltà o di lasciarlo al suo destino.

Ma non è il destino che decide per noi o per gli altri, è l’angelo umano, è la giusta invadenza che è un pregio e non un difetto.

Non servono riflessioni per farsi largo nella mischia di coloro che si dichiarano discreti e per aprire le ali, e volare, e puntare chi senza saperlo ci invoca!

E chi resta ‘nda vita…!

Sol chi non lascia eredità di affetti poca gioia ha dell’urna” (Foscolo)

Buon lunedì dell’Angelo ai miei lettori.

La “buona” suocera mamma di figlia

Matrimonio d’amore o d’interesse?

Matrimonio d’interesse: i genitori, una volta, sceglievano a tavolino per la figlia un bravo ragazzo e la sua posizione economica. Lo accoglievano in casa ed erano tutti contenti, tranne gli interessati che lasciavano il cuore, straziato, altrove.

Matrimonio d’amore: due innamorati sfidavano l’ira dei genitori e andavano a vivere, poveri ma felici, in una capanna.

Entrambi i progetti duravano nel tempo.

Oggi non dura né l’uno né l’altro, però, la cosiddetta buona suocera, mamma di figlia, non vuol farsene una ragione e mette in atto una strategia che pare stia mettendo radici.

Naturalmente sono alcune di queste mamme, le altre per il momento stanno a guardare.

Mentre la buona donna pettina i setosi capelli dell’adorata figlia, pensa che nessuno la meriti e se non ci sarà lei a proteggerla, qualche stronzo la farà piangere. Riesce così a pianificare il matrimonio d’amore per trasformarlo in quello d’interesse per la figlia, sicura che duri.


Entrato in casa l’ignaro ragazzo, che ha deluso la sua famiglia nelle sue attese e si sente incompreso, la buona suocera gli offre conforto, gratificazione e non solo: farà di lui il marito ideale per la sua principessa e glielo cucirà addosso come un vestito attillato.

Egli è felice d’aver trovato una vera famiglia, si allontana dalla sua d’origine e si integra nella nuova.

Noi non ci soffermiamo sui dettagli, variano secondo l’estro, e ci limitiamo a riportare una frase comune a queste buone donne che dicono al giovanotto mentre gli consegnano la figlia come fosse una porcellana di Capodimonte: vedi, figlio mio, stiamo mettendo nelle tue mani il nostro tesoro più grande, il pilastro, ‘u cummu, (il colmo) della nostra casa!

E il poveretto, imbarazzato, non sa se posare la statuina sul comodino, farsi la santa croce e baciarla come un santino religioso prima di addormentarsi o se volendo, potrebbe, poggiarla qualche volta sul letto. Sa di certo che non deve fare colpi di testa, lui sposa la causa, altrimenti sarà causa dei suoi mali!

- Ma, me figghiu, chi nnicchi e nnacchi, con questa gente - si chiede la madre del giovanotto - e perché ci sta?

Noi non reagiamo a questa provocazione con una risposta ovvia, constatiamo solo che i tempi sono cambiati...

ma la musica è sempre la stessa.

Primi di aprile 2014

Il gigolo e la puttana

Cambia solo il suono

Dai ricordi di scuola, quando s’imparava il francese scritto, letto e poco parlato, rimangono i suoni. L’erre moscia, i dittonghi pronunciati con le labbra a mo’ di bacio come monamour, tutta una parola, differente dal nostro, amore mio, staccato.

Qualcuno sostiene che il francese sia una lingua partorita da una donna languida e sensuale, nulla a che spartire con la dura lingua tedesca, a meno che, in una coppia non si abbini un tedesco con una francese.

Ma è solo un’opinione! Tra le tante parole francesi il nostro orecchio cade su gigolo, maschile di gigolette; in inglese, sex worker, maschile e femminile; in americano, hustler, maschile e femminile; in italiano, puttana, ha solo il femminile perché neppure il dialetto siciliano, che affonda le sue origini nella lingua di tutti i popoli che si affacciano sul Mediterraneo, è riuscito a dare il genere maschile a puttana.

E’ discriminante, anche se non è poi così difficile porvi riparo! Se, alla maggior parte dei vocaboli, per cambiargli “sesso”, si muta la desinenza, presto è fatto e corretto: puttana, maschile puttano.

Gigolo, in francese, ha un suono che richiama un gioco di un giuggiolone, il contrario di puttana che ha il suono quasi di uno sputo.

Anche la sua definizione non suscita scandalo: il gigolo accompagna ricche signore. E’ galante, fa il baciamano, non è mai volgare, è discreto, anche quando accompagna gli uomini o il suo cantante preferito o il politico che segue dietro le quinte, quasi a volersi nascondere o a voler nascondere la sua giovane età che potrebbe mettere in imbarazzo.

"Il baciamano", di Rita Protopapa

Al contrario della giovanissima ragazza che accompagna un uomo di età! Ma perché, tanta riservatezza?

E’ un compagno che accompagna, è un gentleman, è un altruista che giocherella col suo Rolex e la sua decappottabile.

Non ama le case chiuse, vive all’aperto in piscina e ascolta “un’altra musica” mentre legge i giornali dove non si scrive male di lui, anzi, non si scrive: “un po’ dimenticato nel cono della notte…” anche se, cade anche lui nella rete di chi lo tiene prigioniero in una giovinezza che perde.

Gigolo o puttana non c’è differenza! C’è, invece: sta tutta nel languido e sensuale suono francese: jiigolòò!

21 Marzo 2014, è arrivata la primavera

Cari anziani, ancora peri peri siti?

Come recuperare 13 milioni… di posti di lavoro!

Oggi tutto scorre velocemente. Ma non proprio tutto!

L’ultimo modello di cellulare, dopo sei mesi, è superato; il computer di nuovissima generazione mette in crisi cu mègghiu si senti; non si fa in tempo a sposarsi che c’è pronto il rimpiazzo; i giovanili anziani, rimasti vedovi, assumono una polacca e subito si rinfrescano, in brontese, si mèntunu l’acqua ‘ncasza.

Gli economisti, che non sanno come creare posti di lavoro, alla vista dei disoccupati scappano veloci come furetti.

Noi che siamo, ancora per poco, fra coloro che vanno di fretta ci facciamo un giro. Entriamo in un ospedale per prenotare una visita? Scopriamo che gli anziani hanno preso possesso di tutto e bisogna aspettare il 2016 per avere una prestazione medica. Nell’attesa, si po’ mòriri! Andiamo in una struttura privata, sperando di avere fortuna? C’è già il numero chiuso dai soliti aventi diritto e quello aperto è a pagamento. In farmacia siamo al ventesimo posto, fisicamente fuori al freddo, mentre gli anziani, dentro e incuranti, fanno lunghe conversazioni col farmacista.

Nell’ufficio postale? Manco a farlo apposta è il 24 del mese e li troviamo in fila per due con l’accompagnatore.

In questi giorni di carnevale, non ne parliamo, sono tutti affannati a fare “chiacchiere” per prenotare dove andare a festeggiare.

Facciamo due conti?

I pensionati pagati dall’INPS sono 13 milioni? Esattamente, i posti di lavoro da recuperare!

L’INPS risparmia; gli ospedali hanno finalmente posti liberi; gli eredi si strìcanu i mani, rottamano le vecchie macchine, le rimpiazzano con le nuove e, la Fiat, non menti pullicini o suri e resta in Italia; le polacche tornano al paesello e fanno contenta la Lega.

Scanso equivoci, via anche quelle signore aspiranti alla reversibilità che hanno giocato solo a carte e si sono alzate tardi la mattina.

Ma non sarebbe una cattiva idea! E non è neppure nuova! Nel burrone del Taigeto sono stati rinvenuti scheletri di adulti buttati dagli Spartani. Che fossero i loro vecchi!

Non c’è niente di nuovo sotto il sole!

Oggi i giovani, appena incontrano anziani, educatamente li salutano: ancora peri peri siti? quandu vi ricugghiti i pupa?

Cari amici anziani, asciugatevi il freddo sudore: è uno scherzo di carnevale!

27 febbraio 2014, giovedì laddaroru

UOOmo!

Ma che invidia e invidia!

L’uomo si lecca le ferite sempre aperte che gli produce il suo difetto più evidente. E qual’è?

Uoomo… e ho detto tutto!

Le lettere in grassetto non sono un errore di battitura, indicano un suono prolungato, ironico ma senza goduria, imitando Totò che in “Miseria e nobiltà” dice: cuooco, che bella parola!

L’uomo come un cuoco che non è geloso, non ha segreti, è un libro di cucina aperto, sa dosare gli ingredienti, non brucia gli arrosti e non fa impazzire la maionese; eppure, le donne si bruciano e impazziscono per lui ma appena assaggiano i suoi manicaretti, ne vogliono cambiare le dosi e gli aromi.

Sarà perché nella stessa cucina due cuochi non riescono a convivere? Sarà perché la donna ama farsi del male e s’illude di poterlo cambiare? Da sempre ci tenta, ahimè, senza riuscirvi! E come un gattino che si guarda allo specchio e desidera essere un leone, la donna invidia l’uomo e, oggi, tenta un’ultima strategia!

Sarà quella buona? Virendu facendu!

E’ vero che “l’uomo fa molte cose per essere amato e fa anche di tutto per essere invidiato” (Mark Twain), ma l’uomo è proprio da invidiare?

La donna ha testa e sta perdendo la testa?

L’uomo, non avendo testa non perde la testa, non imita la donna e non la invidia. Oddio, qualcosa gliela invidia: le parti tonde, per averle sempre a portata di mano! Ma rimane fedele a se stesso. Mostra al mondo con orgoglio i suoi trofei; non si colpevolizza, non si chiede se sbaglia e se deve cambiare, anzi, è lui che cambia la vita della donna e quando non vuole perderla, la uccide in un raptus d’amore, dice lui, e mai si fa uccidere.

E allora? Camma ffari?

Accettarlo? Tenerlo fuori dalla propria cucina, abitare in due appartamenti uno di fronte all’altro e fargli un gesto di ringraziamento attraverso i vetri, il mattino dopo?

Portarlo a Lourdes e annegarlo nelle acque sacre? Niente paura: galleggia!

Sono le domande che spingono a fermarsi e a riflettere; ogni donna si dia le risposte che crede ma non metta in imbarazzo chi non trova proprio nulla da invidiargli, soprattutto, quelle piccole parti tonde che solo lui vede giganti.

Buon S. Valentino
ai pochi uomini che sanno amare!

Terapia d’urto

La soddisfazione di essere “stronzi”

Il termine stronzo qualifica un “signore” dal comportamento spregevole. Tutti lo sappiamo pronunciare col tono giusto, a voce alta o bassa; non ha sinonimi: è insostituibile!

Purtroppo non si può tracciare il profilo fisico dello stronzo perchè il suo aspetto non è modificato dall’ambiente né da fattori ereditari, anche se a volte si dice: tale padre tale figlio.

Fa la differenza se è istruito, ha titolo e soprannome: Dott. Tizio, detto stronzo!

E’ appannaggio del genere umano e lo è per le cose inanimate quando non funzionano. Ciò che accomuna gli stronzi è la soddisfazione che provano, altrimenti, quale altro motivo li spingerebbe?

Chi non lo è, mostra disagio se qualche volta lo è stato, si controlla per non ripetersi e non perchè sia una persona gradevole ma perchè non conosce gli effetti benefici che ne avrebbe! Si potrebbe considerare, anche, una forma d’arte da riconoscere e, perchè no, da emulare.

Sarà capitato anche a noi di ricevere questa qualifica e ritenendola, inappropriata oltre che offensiva, non ne abbiamo colto quel certo benessere.

Certamente per diventare stronzi non si può improvvisare ma si potrebbe osservare con attenzione il parente o il conoscente, maestro nel campo, che sa come agire con il minimo della fatica per avere il massimo del piacere. Ci vuole allenamento, a piccoli passi furtivi per non insospettire il professionista in agguato pronto a toglierci la scena.

L’obiettivo non deve essere quello di superare il maestro; restare “mezze maniche” gratifica ugualmente, né che diventi un’abitudine, ma farlo solo quando se ne sente il bisogno impellente per migliorare la qualità della vita, a puro scopo terapeutico!

Il nuovo comportamento deve essere meccanico, tà tà, e fare il contrario di ciò che si faceva per non esserlo.

Ci si sveglia un mattino con un certo “languorino” in testa?

Chiediamoci: da chi posso trarre, oggi, beneficio? Dal mio vicino di pianerottolo, dal fruttivendolo ladro o da quello stronzo del mio capoufficio?

Il capoufficio? Bisogna stare attenti!

Ma se proprio non se ne può fare a meno: o la va o la spacca! Male che vada, di fronte alla sua reazione, si potrebbe rispondere come il “padrino”: non è una questione personale, sono solo affari... di salute!

Fine Gennaio 2014

Le feste comandate

O tempora, o mores!

Siamo stanchi di queste feste e chi più anni ha, più ne ha viste: albero di Natale, presepe, regali inutili, bambini super eccitati, parenti e amici.

Telefonate e messaggini di auguri di pace, di serenità, di prosperità anche a chi non si frequenta da tutto un anno. Santa messa per i credenti, concerti di fine anno e “jòcu focu” (fuochi d’artificio).

Le tradizioni si devono rispettare! Ci si lamenta ogni anno di queste feste, non si vede l’ora che finiscano, si ricade nelle stesse abitudini ma alla fine, stravaccati sulla prima poltrona che capita, ci si augura di poterle rivivere l’anno che verrà.

Qualcuno se n’è sottratto, ha giocato d’anticipo e ha deciso di trascorrere il Natale nell’unico luogo dove non esistono presepi con i personaggi di terracotta, ma solo anime.

Ma perchè se n’è andato proprio il giorno di Natale? Sarà stata una coincidenza? O avrà semplice­mente pensato: quest’anno, non mi farò rompere le palle ...di Natale e non farò “fistìni e ‘nvitarìzzi?” (feste e inviti)

Per noi è interessante osservare come i giovani si pongono di fronte a queste tradizioni. Lasciano invaria­te quelle dei regali e dei messaggini mentre aboliscono i pranzi a base di baccalà, scacciate, crispelle, an­guille, lenticchie e zeppole. Realizzano pranzetti con stuzzichini, improntati all’estetica e alla raffinatezza.

Le forme variano per distinguerne i gusti: le quadrate al salmone, le tonde alla maionese, i triangolini e le stelline di pan carrè alla bresaola; le barchette di pasta frolla con robiola e patè di olive; gamberetti in pasta sfoglia; mozzarelline infilzate con i pomodorini; bignè alla crema di asparagi.

E per finire in bellezza, panettone al pistacchio di Bronte, accompagnato da un prosecchino dell’anno prima: d’annata.

I nostalgici del tradizionale pranzo di Natale, si limitano a mangiare gli stuzzichini, sperando nel prosieguo, ma delusi si rifanno col panettone e, della sua squisitezza, si complimentano con la padrona di casa.

Fra gli ospiti, e non poteva mancare, una signora non ha resistito a fare una battuta ironica: “o tempora o mores” che qualcuno l’ha subito capita e tradotta “alla lettera”: è tempo di more?

Non ha ricevuto risposta: a Natale è anche tradizione tacere e fare i buoni!

L'Epifania del 2014

L’angelo del focolare

Modesta, ritirata, tutta casa, chiesa, famiglia e al servizio del marito.

Nel De Agricoltura, Catone scrive: la massaia adempia i suoi doveri, non sia spendacciona, non gironzoli, lasci il focolare pulito prima di andare a letto.

Lo slogan fascista “la maternità sta alla donna come la guerra sta all'uomo” era scritto sulle facciate delle case di campagna e sulle copertine dei quaderni di scuola delle “Piccole Italiane”.

Virginia Woolf l’ha descritta come un fantasma che la perseguitava... non aveva mai un desiderio per sé, era infinitamente comprensiva e altruista, si sacrificava quotidianamente. Se c’era il pollo, lei prendeva l’ala; se c’era uno spiffero, ci si sedeva davanti lei; il pudore era la sua bellezza più grande e i suoi rossori il suo più bell’ornamento.

E’ difficile capire come la casalinga con questo fardello alle spalle, nell’arco di soli cinquant’anni, sia riuscita a scorticarsi dalla pelle le marchiature più vistose.

Forse ha capito che qualsiasi sacrificio faccia sia perduto, perchè oggi ognuno fa quello che più gli sta a cuore!

E’ sempre l’angelo del focolare; armeggia in cucina alla guida della Clerici; è dedita alla famiglia; è nonna part-time; e quando vien la sera, non dice ti sevvu o mi suszu”, ma educatamente augura la buona notte e si gira dal suo lato!

La stanchezza è la sua compagna fra le mura domestiche e fuori le mura gestisce il suo tempo secondo le inclinazioni: palestra, spiaggia, cinema, giocatina a carte con le amiche e con alcune, che la pensano come lei, va in crociera per i luoghi che non piacciono al marito, al quale è legata, ma non lo considera più come il “mare se non dà oggi, darà domani”.

Sbuffa quando lui si lamenta che conta po­co in casa sua, che non viene ag­gior­nato in tempo sul  nuovo ragazzo della figlia che trova seduto a tavola con in bocca la sua coscia di pollo.

Lei non ascolta il grido di solitudine di
questo povero uomo che al rientro dal
lavoro trova la casa vuota di lei.

Ma non importa! L’aspetta, lui, seduto davanti al focolare...

e gliela canta pure:

a chi sorriderò... a chi se tu non sei qui... a chi io parlerò se non a te...

Natale 2013

“Chi vola vale, chi vale e non vola è vile”

Il collega... speciale

Queste parole Italo Balbo le diceva agli aviatori per incitarli a combattere.

Noi possiamo farle nostre e indirizzarle a quelle persone intelligenti e con potenzialità lavorative, sostituendo la parola “vile” con “non vogliono mettersi in gioco”.

Tracciamo il profilo di un giovanotto che prende una laurea a ventidue anni e vince subito un impegnativo concorso statale. Entra il primo giorno in ufficio e si sente già smarrito.

Prende posto accanto ad un collega, il quale, lo guarda diffidente e pensa: - questo è bravo e purtroppo mi darà tanto filo da torcere! - Ma quando mai!

La mattina arriva in ritardo in ufficio e sarà il primo ad andarsene. Tiene stretta la sua sciarpa al collo per proteggersi dagli spifferi e starnutisce, allergico, alle polverose pratiche. Diventa amico di tutti e specialmente di chi timbra per lui il suo cartellino d’ingresso.

E’ abile però nell’ascoltare con pazienza il collega vicino di scrivania che si lamenta d’essere stressato dal capo ufficio, dagli straordinari fuori paga, dai rimproveri della moglie che lo vorrebbe più presente con i figli o almeno presente e, soprattutto, è assillato dalla presenza di un collega, in lizza anche lui, nella corsa verso i piani più alti.

Ma perchè - pensa il nostro sfaticato impiegato - tanto stress e tante rinunce? Ma chi glielo fa fare? Per dimostrare che solo chi vola vale?

Ma anche il nostro giovanotto vale perchè con la sua pigrizia mentale spiana il cammino all’ambizioso collega verso la vetta e non solo, gli porge anche la sua spalla sulla quale egli poggia la testa sconfortata.

Chi fa carriera, si sa, non sempre ha meriti speciali ma di sicuro qualche volta ha un collega speciale a cui non interessa dimostrare le sue capacità nè di amare il lavoro, detto in siciliano “u travàgghiu”, lavoro duro e faticoso.

Questi due impiegati sono tanto vicini di scrivania e tanto distanti nel realizzare quello che più sta loro a cuore: l’uno con l’ambizione fa girare il mondo e l’altro con la sua apatia ferma il mondo, almeno, il suo di certo! E diciamo la nostra opinione: è un peccato!

- Mortale? -

E perchè no: i peccati mortali sono quelli contro noi stessi!

Primi di dicembre 2013

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