L'OPINIONE DI ...

RIFLESSIONI al FEMMINILE

a cura di Laura Castiglione

OGNI TANTO UNO SGUARDO AL FEMMINILE AL MONDO CHE CI CIRCONDA

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L’estate è come un film

Il leone e la signora

Ma cu mi ci puttà ndi stu lidu?

Deve venire l’estate per vedere alcune persone, sia dentro sia fuori, come madre natura le ha fatte.

In inverno, per nascondere i difetti, le donne indossano body contenitivi, vestiti scelti con cura, trucco correttivo e fanno conversazioni controllate del più e mai del meno.

In spiaggia si stenta a riconoscerle! In due pezzi, anche ad un’età sfiorita, mostrano le pance chiare con la speranza che il sol leone le tonifichi e stese sulla sdraio ad occhi chiusi, come dallo psicanalista, parlano di sè, con te e degli assenti.

Spacciano le stesse cose dell’estate precedente confidando nella poca memoria di chi le ascolta e di attirare interessate attenzioni.

Hanno letto l’ultimo libro in stampa, visto l’ultimo film in programmazione, se sono insegnanti, hanno promosso i loro alunni per fare contenti i genitori e frequentano un ristorantino gestito da una coppia gay che va per la maggiore.

Ferragosto lo passano fuori e chi rimane in spiaggia assapora finalmente un meritato riposo mentale.

Rivolgiamo lo sguardo agli uomini: i giovani tatuati e depilati, pensano solo all’abbronzatura.

Gli altri, in apnea, per ritrarre la pancia e fare avanzare i molli villosi pettorali, sperando di recu­perare quelle occasioni invernali perdute!

Il leone che è in loro scuote la criniera, punta la gioventù ma soprattutto chi ormai l’ha persa.

Una signora stesa al sole, è insofferente col marito irrequieto che scivola fra gli scogli!

Il leone, suo vicino di sdraio, non perde l’occasione, ruggisce, ci prova: bella signora, detto “antre…nèss” perché non lo lasci?

La signora, perduti anche lei, i freni inibitori invernali: detto “antre nu” non mi conviene, ha un’ottima pensione! E tu, dimmi, che pensione hai?

Il leone: io non sono per i beni materiali, per me, il romanticismo è il motore della vita e dei rapporti veri “intrigati” di sentimenti!

La signora: ma questo tuo motore è di una Fiat o di una Ferrari?

Il leone: non sottilizziamo sulla potenza, basta partecipare!

La signora: ma non ti porta a vincere!

Il leone: però, va dove ti porta il cuore!

La signora: conosci Susanna Tamaro?

Il leone: non ho avuto il piacere! E’ qui? Indicamela!

La signora lo guarda dal basso in alto, si alza e lo saluta: bel amì, anscianté!

Ma cu mi ci puttà ndi stu lidu?

Settembre 2015 (l'estate è già finita...)

Training autogeno

Alcuni, di fronte ad episodi sgradevoli non riescono ad affrontarli e di conseguenza a metabolizzarli.

Come soluzione si auspicano di perdere la memoria, chiudono gli occhi, si concentrano e imitando i prestigiatori, con un “abracadabra” immaginano di fare sparire persone o cose che li hanno fatti soffrire.

In termini scientifici e fuori dai riti magici, si definisce training autogeno o tecnica di rilassamento che, dicono, sia utile conoscere e mettere in pratica al bisogno, per affrontare e sopportare ogni avversità.

Ma viene spontaneo chiedersi: chi reca fastidio o danno, possiede una naturale predisposizione a rompere gli altrui equilibri o si esercita nella tecnica del rilassamento per meglio colpire?

A tal proposito, riportiamo un episodio arrivato alle nostre “sensibili” orecchie.

Una signora matura ma ben portante che fa la sua bella figura, tanto da spacciarsi per cinquantenne, durante una crociera con amici, ispirata dall’atmosfera e affascinata dalle divise dell’equipaggio, decide di saltare la “staccionata”, anzi trovandosi sulla nave, la balaustra.

Purtroppo, per lei, è scoperta dal suo compagno che non la prende bene, anzi, sotto l’effetto della sorpresa, dei perché e per come sia potuto accadere, preso da rabbia, la prende a bastonate sulla prua e sulla poppa.

Questo signore, prima di agire, avrebbe dovuto fare un training autogeno?

Ma, dipende!
- E da cosa? -
- Dalle risposte che il pover’uomo ha ricevuto! -

In tempi passati quando l’uomo veniva scoperto col muso imbrattato di marmellata di “more o di bionde”, spergiurava che la “marmellata” l’aveva voluta solo assaggiare, non gli era piaciuta, e preferiva di gran lunga quella fatta in casa.

Giustificazione che lasciava uno spiraglio aperto per essere creduto, perdonato e, l’episodio, con tanta buona volontà della donna dimenticato.

La signora, non è ricorsa alla banale e sfruttata attenuante ma ha esordito con elucubrazioni di rivendicazioni di parità, tanto che il pover’uomo smarritosi nel complesso mondo femminile, sprovvisto del fatidico filo di Arianna, non ritrovando la strada ha reagito come ha potuto.

In questo caso, la signora ha fatto un training autogeno di rilassamento!

Il suo compagno, con un abracadabra fatto in casa avrebbe tentato, senza riuscirvi, di perdere la memoria, mentre col training autogeno si sarebbe adeguato ai tempi!

Quando si dice: i miracoli della scienza!

E’ l’ultima decade di Maggio, tra 10 giorni si vota

Quest’estate mi fermo, forse, riprenderò a settembre.

La donna portava la dote

Mundu ha statu e mundu è!

Chi vuole insieme a me confrontare le differenze dei costumi di ieri con quelli di oggi, non perché se ne abbia nostalgia, mi segua.

In molti matrimoni dell’800, per garantire agli sposi un futuro economico e un rispetto reciproco, entrambe le famiglie seguivano alcune regole e per avere la cer­tez­za che sarebbero state rispettate erano redatte dal notaio, con atto pubblico secondo “l’articolo 1389 del codice italiano.

La donna “portava” la dote che comprendeva oltre il corredo, la casa e la proprietà.
L’uomo “portava” la biancheria personale e di un letto singolo, i mobili e la proprietà.

Il corredo doveva contenere: biancheria da tavola, da letto a quattro letti, a dodici, a ventiquattro, secondo le possibilità, e quella ricamata per le ricorrenze, le nascite e i battesimi. Una trapunta (cuttunìna) e una coperta dipinta da stendere sul balcone al passaggio del Sacramento o del Santo Patrono.

Nelle trattative si entrava nei dettagli e nel merito, tanto che, per la qualità o il numero che si pretendevano, sia per un tumulo di terreno sia per una coperta si annullava il matrimonio, mettendo in atto un vero e proprio ricatto, anche a pochi giorni dalla celebrazione, con la conse­guente restituzione dei regali di fidanzamento.

A tal proposito merita riferire di una ragazza di Bronte, contrariata perché lasciata quasi ai piedi dell’altare e dopo essere stata matuniata(*), non restituì il brillante “a nsinga” di fidanzamento e così rispose all’ex fidanzato: “l’ho portato alla Madonna per avermi fatto la grazia di non averti sposato”.

Risposta spregiudicata ma geniale: la Madonna non rilascia ricevute!

Accadeva anche, però, che il futuro sposo pur di ottenere ciò che pretendeva dal padre della ragazza, d’accordo con lei, minacciasse di lasciarla, il ricatto raggiungeva lo scopo desiderato e finalmente: l’uomo non separi ciò che Dio unisce.

Ormai questi episodi restano nei ricordi dei pochi sopravvissuti e nei documenti custoditi negli archivi notarili. Ma anche oggi alcuni matrimoni falliscono alla vigilia delle nozze anche dopo anni di fidanzamento e con la motivazione che lo sposo non si sente pronto per il grande passo, ma in realtà il suo interesse è per un’altra o per un altro e non certo per una coperta.

27 Aprile, Maggio si avvicina a grandi passi

(*)Matuniàta: palpeggiata, perché non erano in uso i rapporti prematrimoniali.
   ‘Nsinga: mettere il segno (anello) di proprietà.

La buona malafede

Troppe domande... senza risposte

Gli affetti più vicini e soprattutto quelli familiari che ricolmano la vita di ciascuno, danno gioia ma anche sofferenza. C’è uno scambio d’amore, certamente, ma che a volte fa agire d’istinto nel volere i propri congiunti migliori.

I figli, in buona fede, dicono ai genitori che se li erano immaginati diversi, in quel luogo buio prima che venissero alla luce; i genitori in buona fede dicono ai figli che non se li aspettavano scuri, ma biondi e con gli occhi azzurri. Mentre ognuno cerca una strada, e non la strada, da percorrere insieme all’altro, si infligge e infligge disagio a causa e in nome della buona fede.

Sembra un controsenso che questi legami, pur uniti dallo stesso legame di sangue rosso amore, anche se irrora facce, occhi e nasi diversi, siano vittime e oppressori al tempo stesso. Legami che stanno stretti, si tengono stretti e si rischia di perderli nella certezza che qualsiasi cosa si faccia non potranno venire meno. E’ solo un modo di dire “non ha agito per male”?

Si potrebbe considerare che ci sia mala fede anche nell’amore paterno, materno, filiale e fraterno? Sono le limitate capacità di riflessione, di sensibilità, di accortezza verso chi non si dovrebbe far soffrire perché è parte integrante di noi stessi?

E’ un egoismo senza freni, nell’illusorio progetto di agire per il bene delle persone che si amano e ci amano? Progetto accettabile, ma, una tantum! Chi si trincera con perseveranza dietro la buona fede, si potrebbe considerare che abbia, invece, una cattiveria di fondo? Se la cattiveria, della mala fede, negli estranei si riconosce e non si perdona, perché quella dei familiari non si riconosce e addirittura si giustifica? Perché in amore tutto è concesso o perché non si accetta che si può amare con cattiveria e non con amore?

Troppe domande che restano senza risposte ma aiutano a riflettere.

Cesare Pavese ha scritto che “amare un'altra persona è come dire: d'ora innanzi questa persona penserà alla mia felicità più che alla sua”.
Ma lo farà in buona fede?

Solo a questa domanda si può dare una risposta: - no, grazie, preferisco in mala fede, almeno, la riconosco! -

Siamo ad aprile

A chi leggendo è venuta l’emicrania, consiglio un Doradol, a me ha fatto effetto!

Ah, se Marino avesse avuto testa!

La Barcaccia

Pittùzsu cchiù, pittùzsu mènu

Benito Mussolini definì gli italiani popolo di santi, artisti, eroi e navigatori. Sarà forse perché l’Italia è come la Rinascente dove si trova di tutto? Sarà che nel DNA degli italiani c’è un po’ di tutti gli stranieri che sono venuti in Italia per bastonarli e di quelli che dopo li hanno voluto consolare?

Gli italiani tentano di integrarsi ai francesi, tedeschi, spagnoli e inglesi ma alla fine, i conti non tornano e non tornano neppure a chi li osserva.

La Barcaccia di Bernini è stata presa d’assalto dai tifosi del Feyenoord e la scalfittura ha richiamato subito l’attenzione del mondo intero. La città eterna e stata ferita ma essendo eterna, per fortuna, sopravvivrà: pittùzsu cchiù, pittùzsu mènu (*).

Erano migliaia di ubriachi, violenti e allegroni a saccheggiare negozi e a danneggiare monumenti, guardati a vista dalla polizia che aspettava il momento giusto per difendersi senza lasciare morti. Ma quando una bottiglia di birra è arrivata in faccia ad un poliziotto che ha reagito a manganellate gridando: “questo… non lo dovevi fare” si sono aperte indignazioni e polemiche! E come accade spesso, chi non sa tacere non sa agire.

Il Sindaco di Roma, in stretto contatto col Prefetto, col Questore e con l’Ambasciatore d’Olanda batte i pugni sulla Barcaccia: non finisce qui, chi rompe paga!

L’ambasciatore, pur vergognato per l’accaduto ma stupito dalla richiesta, avrebbe voluto pagare ma la sua Regina pretendeva i cocci.

Marino non c’è stato e ha raggiunto un geniale accordo: sarà attivo il punto di raccolta di piazza delle Canestre; ai tifosi sarà consegnato il biglietto d'ingresso allo stadio, dove saranno scortati con pullman navetta; dopo la partita saranno accompagnati all’aeroporto e, finalmente, tutti fuori dalle balle anche i vent’otto ultrà arrestati e processati per direttissima.

E’ stata una soluzione!

Ah, se Marino avesse avuto testa! I conti gli sarebbero tornati e non sarebbe stato difficile! Infilava gli ultrà violenti, in un carro bestiame per un lungo giro turistico, fino a completa soddisfazione dei tori.

Poi, per non esagerare, dopo il previo risarcimento dei danni arrecati, avrebbe consegnato “i cocci”, giustamente pretesi, alle rispettive famiglie in attesa di infliggere loro, ulteriori e soddisfacenti ferite.

Questa si che sarebbe stata la soluzione!

21 marzo 2015 (è arrivata la primavera ed anche un’eclissi di sole)

(*) Pittùzsu = buco, foro.

Donne che sono state amate

La pianificazione della vedovanza

Ho scritto, in altre occasioni, di uomini che amano ma non come le donne vorrebbero essere amate. Non è sempre vero, alcuni uomini, sanno amare le donne.

Ho anche scritto che alcune vedove si sanno organizzare nella vedovanza. Mi devo ancora ricredere: sono alcuni uomini che pianificano la vedovanza delle loro mogli. Azzardo un’ipotesi, ricordando agli smemorati che sono minuta!

C’è un uomo che, magari, non è stato un marito perfetto: qualche scappatella non se l’è fatta mancare. Non ha amato come avrebbe dovuto, anche se, si è sforzato di dare quello che ha voluto, saputo o potuto.

Quest’uomo, però, superata l’età della “sregolatezza” si è messo in testa che sia giunto il momento di ritrovarsi, di amarsi, di non poter vivere l’uno senza l’altra e vuole dimostrarlo dando il meglio di sé.

Impersona la parte del marito, moglie-dipendente, bisognoso di continue attenzioni. Le ripete, fino allo sfinimento, come farei se non avessi te … e quanto ti amo! Anche quando lei va alla toilette, il silenzio che nasce intorno a lui lo fa sentire solo.

Ha le sue abitudini, le sue cataratte, la sua personale prostata e ogni spiffero o piccola avvisaglia di malessere, ogni novità o contrattempo di chi che sia o da “chi che cosa”, gli mettono ansia, sconvolgono il suo quieto tran tran e lo fanno sentire come un fiume che va verso la fine.

Perfino lui si meraviglia di questo amore tardivo, riscoperto, ritrovato e, costi quel che costi, con abnegazione mette in atto, giorno dopo giorno, la sua strategia. Almeno, così pare!

Fa di tutto per lasciare alla sua compagna un cattivo ricordo di sé che possa sciogliere quel nodo d’affetto che potrebbe stringerla o vincolarla, con struggente nostalgia, impedendole di ricominciare a vivere senza di lui, dopo di lui.

Per il dopo, ormai in agguato, vuole essere cremato, le sue ceneri sparse e non in un giorno di vento: potrebbero tornare in faccia alla sua amata. Vuole che lei non abbia un posto al cimitero da infiorare, visitare, e così, si potrà di lui scordare!

Caspita! Come lui, nessuno al mondo ha amato mai!

- Ma, un momento, non era solo un’ipotesi? La vedova è già a fare baldoria? -

E’ la festa della donna e ne ha avuto facoltà!

4 marzo 2015, l'8 si avvicina

Se potessi rinascere …

Desiderio di… tutt’altri genitali

“Se potessi rinascere, vorrei essere un uomo!” Questa frase, cinquant’anni addietro, aveva senso perché esprimeva un desiderio di rivalsa, di riscatto, di libertà e oggi è ormai fuori tempo e fuori luogo.

Eppure, c’è qualche donna, proprio oggi che molto è appannaggio delle donne e non più solo degli uomini, che la usa senza riflettere. E questa mattina, con mia meraviglia, ho colto al volo la stessa frase ma detta da un uomo: se potessi rinascere, vorrei essere una donna.

Certamente, la ragazza di ieri aveva tutti i motivi per desiderare di volere tutt’altri genitali: stava in casa a preparare il corredo, imparava a cucinare, ad essere prudente e silenziosa mentre, paziente, nell’attesa del principe azzurro studiava quanto bastava per non fare brutte figure in società.

Stava a guardare quanta libertà i suoi genitori davano al fratello mentre a lei era preclusa e negata. Invidiava gli uomini di casa che tornando dal lavoro erano, dalle donne di casa, serviti, viziati, perdonati per i loro errori, purché la sera si coricassero nel loro letto riscaldato.

- Caspita che bella vita! - pensava.

Poter rinascere uomo non era, per lei, un semplice desiderio o un capriccio che veniva dal capello riccio ma un’esigenza. E perfino quel santo a cui si rivolgeva per ottenere il miracolo non la esaudiva, però, l’ascoltava e le rispondeva per bocca dei suoi devoti: in verità ti dico, ragazza mia, non è tutto oro quello che luccica!

Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza e fra i suoi maggiori pregi gli ha donato la pazienza per ascoltare le stronzate che dicono le donne.

Certamente, dare consigli a una donna non era e non è facile e farla sentire in colpa era geniale!

Come del resto sarebbe difficile dire cosa fare ad un uomo che dice di desiderare di rinascere donna per essere al suo posto quando viene redarguito perché nulla a lei sta bene, sia che pensi, sia che taccia, sia che parli, sia che agisca: “la donna vuole tutto da un solo uomo, mentre l’uomo vuole una sola cosa da tutte le donne”.

Noi, però, non ci scoraggiamo, ci proviamo e senza essere geniali per farlo sentire in colpa, lo accompagniamo amorevolmente e spingendolo fuori dalla nostra parrocchia gli diciamo: ma, va fffa … !

12 febbraio 2015, gioveddì laddaroru

L’onore e la vergogna

Il concetto di onore è cambiato sia riguardi l’uomo sia la donna.

L’onore è un valore di moralità, onestà, integrità, rispetto della reputazione propria e altrui. E’, e deve essere meritato, guadagnato in un percorso di responsabilità intimo ma anche pubblico.

La sua trasgressione ha come conseguenza il sentimento di vergogna, d’imbarazzo, di pudore e che oggi pare sia venuto meno: è desueto.

Se si sente dire “tutto è perduto fuorché l’onore” qualcuno crede che, almeno, qualcosina sia rimasta; oppure, “te lo giuro sul mio onore” pensa che “onore” sia il nome di un congiunto passato a miglior vita.

Perfino la mafia che in nome dell’onore giustificava i suoi efferati delitti, lo ritiene inutile ed elimina anche donne e bambini.

A conferma di ciò ascoltando le interviste di alcuni politici o burocrati ci si chiede se siano consapevoli di quello che affermano senza la necessaria vergogna che merita l’evidenza dei loro comportamenti disonorevoli.

Chi è ladro non ha onore e Arsenio Lupin è un personaggio di fantasia! Chi ha occupato posti di prestigio facendoci credere di essere senza macchia ci fa provare disgusto e siamo delusi, soprattutto da noi stessi, che abbiamo capito troppo tardi questi “quaquaraquà e ominicchi”.

Nelle sconfitte non si ritirano a occhi bassi ma sfidano con arroganza e sparano col loro vecchio fucile credendo che ancora funzioni: sono gli altri che a loro insaputa li circuiscono, li sfruttano, stuprano la loro diamantina verginità e al contempo patteggiano la pena.

Potremmo far capire con armi improprie cos’è l’onore, invece, lo facciamo a modo nostro con un esempio conciso, una metafora, adatta alla loro limitata capacità di apprendimento.

Due giovani si amano, si sposano. Lui ha tutto ciò che una donna sogna di trovare in un uomo: è generoso, maturo, responsabile, un vero uomo.

Dopo qualche mese sotto lo stesso tetto la situazione evolve, precipita: quell’uomo è egoista, immaturo, inaffidabile e in quanto a vero uomo, lei, potrebbe trovare di meglio.

Quell’uomo ha perduto l’onore e non può ritrovarlo!

Se c’è ancora un uomo che vuole tenere alta la sua reputazione: resista e non si sposi!

- Ma, neppure una convivenza a distanza? -

Quella si! Almeno le penne le perde una alla volta e ha il tempo per ravvedersi!

Ultimi giorni di gennaio 2015

C’era una volta il delitto d’onore

E dava anche tante soddisfazioni!

La giustificazione morale che si dava al delitto d’onore era tutta siciliana e, in alcuni casi, rappresentava una risorsa pratica per risolvere qualche problemino.

Osserviamo un giovanotto di poche speranze e di fine cervello che si alzava presto al mattino per andare a caccia, non di tortore ma di tortorelle.

Bivaccava nel bar del paese, puntava le ragazze e sceglieva quella che per posizione sociale ed economica rispondeva ai suoi ideali. Quatto quatto, da esperto cacciatore, lanciava uno sguardo oggi e uno domani, un bigliettino e poi un altro alla ragazza che, nel pieno della turbolenza ormonale, gli apriva la sua porta.

Lui non si accontentava di uno sguardo nello sguardo della ragazza, di una mano nella mano, sparava tutte le sue cartucce là dove non avrebbe dovuto e da cosa nasceva cosa.

Scoperta l’infamia, se gli andava male, finiva sotto la lupara ma di norma gli andava bene e senza concorsi o raccomandazioni otteneva il posto fisso. Anche alla ragazza andava bene: aveva un marito “ca prova”, non avrebbe avuto sorprese né di che lamentarsi in futuro.

Solo il padre della ragazza, ferito nell’onore, reagiva furioso e col fucile in mano si faceva tenere dalle donne di casa mentre gridava: non mi tinìti... u mmazzu, su fituszu! I vicini di casa origliavano e andavano a riferire alla famiglia del giovanotto, il quale, per evitare un “forse” spargimento di sangue, dopo poche richieste di perdono, veniva perdonato solo e dopo un matrimonio riparatore, alle prime luci dell’alba.

Le due famiglie in tacito assenso, non solo evitavano anello e orologio di fidanzamento, u trattenimentu cu filletti, coszaruci, pasti ‘i mèndura, fotografie, fiori, viaggio a Taormina e debiti ma all’occhio del paese avevano salvato l’onore.

Altro che delitto d’onore! Era un business studiato a tavolino! Ma nel 1981 il parlamento ha abolito il delitto d’onore indebitando tante famiglie siciliane!

I figli, oggi, non pianificano come i padri e i nonni, posano le mani sulla prima ragazza che passa e che pretende: catering, photoshop, filmino che riprende la profonda scollatura, orchidee, orchestra, viaggio alle Maldive e, guarda guarda, tanto contenta del giovanotto non sembra: ma le piace tanto la festa!

Quando si cambia una legge non sempre piace ma ai siciliani il delitto d’onore piaceva: era un mezzo convincente che dava tante soddisfazioni!

Gennaio 2015

Il
PANETTONE
e la

CASSATA

 

Ogni paese ha le sue tradizioni dolciarie e per Natale chi più ne ha più ne mostra.

Facendo un viaggio lungo l’Italia vediamo che ad ogni dolce tradizionale corrisponde anche la diversa tipologia di un popolo, della sua cultura, del suo dialetto.

Una casalinga del nord quando mostra il suo panettone o panforte, pandoro, pandolce, intercala all’italiano: è na roba!…né?...l’è bono!

A Napoli la casalinga, orgogliosa della sua ciambella annegata nel rum, la mostra nel suo accento napoletano: hai già capì? E’ nu Babà!

Scavalchiamo lo stretto e atterriamo in Sicilia: è un altro mondo!

La casalinga siciliana, nella carta geografica dell’Italia occupa l’ultimo posto ma non certo per abilità, fantasia e cultura. Nel suo dialetto che in ogni luogo capiscono, racconta i segreti che le sono stati tramandati e spiega ogni passaggio della preparazione dei suoi carat­teristici dolci: la cassata, i cannoli, la frutta martorana.

Mettiamo a confronto il panettone e la cassata.

La sola presentazione darebbe la cassata  vincente ma al panettone diamo l’onore di essere analizzato. Si presenta incastrato nella sua carta come a proteggersi, nzamà si rumpi,* ha il nome e la forma di un grosso pane e al gusto è come mangiare un appiccicoso pane e uvetta, pane e canditi che s’incastra in cielo, in terra e in ogni luogo della bocca.

Il suo momento di gloria è il Natale, per l’Epifania è già in offerta, ma i milanesi ne vanno fieri, lo pubblicizzano posto in un vassoio d’argento come fosse un lusso da concedersi e si caratterizzano con un pirla di panettone.

La cassata è il trionfo dei sapori e dei colori: un velo trasparente di glassa, la verde pasta reale, il soffice pan di spagna, la dolce ricotta, i canditi di arance e mandarini siciliani, il fine ricamo dei decori, la zuccata a forma di petali e la ciliegina dell’Etna.

L’innamorato limoncello di verdelli la segue: ed è subito passione che travolge, oltrepassa l’ultimo gradino dei sapori e raggiunge l’apice!

E’ un fiore che si coglie tutto l’anno e l’amore che dona è ricambiato.

Sciascia scrisse che per un siciliano una bella donna è come una cassata: “una bellezza piena, corposa, sensuale, profumata di essenze mediterranee.”

Natale 2014

* nzamà si rumpi = non sia mai si dovesse rompere.

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