Moti rivoluzionari brontesi

 

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LE GABELLE - I TUMULTI DEL 1636 - I MOTI DEL 1820 - I MOTI DEL 1848 - I FATTI DEL 1860 - 1911: SI BRUCIA IL DAZIO

Cenni storici sulla Città di Bronte

Troppe tasse

Si brucia il dazio

8 Gennaio 1911

Cinquanta anni dopo i cruenti “Fatti” del 1860 Bronte si sollevò ancora contro le ingiustizie e le angherie.

Questa volta, per fortuna, non ci furono massacri né processi immediati, solo contusi, qualche ferito, molti incendi e tanta paura.

Le cause ancora una volta erano le persistenti, povere condizioni di vita del popolo brontese e, e questa era una novità, le famigerate tasse, o “gabelle” di secolare memoria ed altre nuove ed anche "originali" inventate da menti sopraffine.

Manifestazione nel corso Umberto (1892)Questa volta l’aumento di alcune tariffe daziarie (su vino, mosto e pesce), l’istituzione di nuovi balzelli (“sul carburo di calcio, mobilia ed altri oggetti manifat­turati”) e un deposito “corrispondente al dazio di ogni animale da allevarsi dentro la cinta muraria” (e cioè lire 50 per ogni animale bovino, L. 12 per ogni suino e L. 2 per ogni pecora o capra), suscitò, quando ebbe inizio la loro applicazione, un violenta ribellione e moti di protesta che portarono il popolino a distruggere e bruciare tutti i “casotti” del dazio posti alle entrate del paese (Salice, Scialandro, San Nicolò, Lo Vecchio, Stazione ed altri) e le autorità all'arresto di oltre 15 persone.

Erano trascorsi appena cinquant’anni dagli altri “Fatti”, più tristemente famo­si, ma a Bronte l’andazzo era sempre lo stesso: pochi ricchi e possi­denti, angherie, ruberie e dall’altro lato la solita miseria nera del braccian­tato e quando le finanze pubbliche andavano male non si trovava altra soluzione che continuare a spremere come olive i poveri contadini.

Era l’epoca del sindaco Pace De Luca Vincenzo, uno dei notabili dell'epoca molto vicino alla Ducea che governava Bronte sotto la protezione dello zio, l'ex sindaco, all'epoca deputato provinciale, Placido De Luca.

La deliberazione consiliare - seduta del 5 Novembre 1910 - era stata votata anche dall’opposizione (dopo pentita del "patriottico concorso prestato").

I fini infatti apparivano nobili: le nuove imposte servivano a pareggiare il bilancio, a risollevare le sorti penose della finanza locale e “per risolvere le importanti quistioni della sospirata acqua potabile, della necessaria luce pubblica (i lampioni) e dell’indispensabile risanamento igienico del paese”.

Era stata anche esperita una nuova asta per l’appalto del dazio, e la “Società romana Bianchi-Scaramelli e Manetti” che “restò aggiudicatrice dell’appalto del dazio consumo di Bronte per L. 81.057,50” (circa 40.000 lire in più del precedente appalto) prese possesso ed a Gennaio aveva iniziato ad operare applicando le nuove misure.

Ma questa volta le misure previste erano pesanti ma anche malviste; specie quelle sul vino e mosto (le più odiose!) e sui suini e capre allevati in casa erano ritenute insopportabili; ogni contadino teneva in casa la sua piccola botte col vino e vi allevava anche qualche animale. La misura era colma!

Trascorsero pochissimi giorni dall'insediamento della nuova ditta appaltatrice ed alle ore 4 pomeridiane di domenica 8 Gennaio 1911 inizia­rono i tumulti.

In poche ore di vera follia scomparve a Bronte qualsiasi parvenza dell'odioso Dazio, tutti i casotti posti in tutte le entrate del paese andarono completamente distrutti e bruciati.

Questa volta per fortuna non ci scappò il morto. Solo un povero disgraziato ci perse un occhio.

Alla fine il risultato fu di qualche ferito, una quindicina di arresti (fra cui una donna), le usuali polemiche a non finire in Consiglio comunale, i casotti daziarii ricostruiti e nuovi di zecca ed braccianti e contadini che... iniziarono pazientemente a pagare le odiose tariffe sul mosto e sul vino, sui suini e sulle capre.

Pace De Luca Vincenzo, il sindaco dell'epoca, frattanto, aveva ritenuto cosa più giusta scappare a Catania anche perchè lasciava la casa in buone mani, ben difesa dal delegato di P. S. Franco.

La cronaca di quelle ore di delirio pubblicata dal “Corriere di Catania” (anno XXIII n. 10 di Martedì 10 Gennaio 1911) è a firma del corri­spondente del giornale (si firmava “Veritas”! e, almeno per il nome, ci dobbiamo fidare di lui). Più che una rivolta sembra la guerra ...delle ban­diere strappate al Circolo democratico, al Circolo agrario, al Circolo agricolo ed al Circolo dei civili!

Questi, comunque, i fatti raccontati da “Veritas!” (aL)


«Contro i dazi
Una feroce manifestazione popolare

Bronte, 8 (Veritas) La Società romana Bianchi-Scaramelli e Manetti restò aggiudi­cataria dell’appalto del dazio consumo di Bronte per L. 81057,50.

Il 1. gennaio s'immisero in possesso si vociferò – affermato poi dagli impiegati daziari - che i proprietari degli animali che venivano allevati dentro la cinta dazia­ria, dovevano depositare lire 50 per ogni animale bovino, L. 12 per ogni suino e L. 2 per ogni pecora o capra.

Per tale innovazione, nell'animo del popolo si fece strada un senso d’indignazione ed il popolo si recò a protestare dal sindaco e dal delegato. Le blande promesse non soddisfecero la popolazione, che cominciò a preparare una manifestazione popolare.


Il Movimento

Difatti nelle prime ore del mattino si avvertiva un insolito movimento di vicini assembramenti di persone che discutevano animatamente e facevano prevedere qualche seria burrasca.
Verso le ore 15 si videro un centinaio di contadini fermati d’innanzi la sede del Circolo democratico liberale; ma poco dopo quel centinaio di persone si aumentò al migliaio e chiesero che venisse loro data la bandiera.


Abbasso i dazi!

A viva forza entrarono nella sede del Circolo e trovata la bandiera, se ne impossessarono, mettendo il socio Petralia nell'impotenza, sol perchè cercò di opporsi.

Al grido di: Abbasso i dazi! la folla si incamminò per la via Umberto I e, giunta presso la sede del Circolo Agrario, vista sventolare la bianca bandiera, la chiesero, ed ottenutala, dopo aver rotto i vetri del circolo medesimo, portarono la bandiera sulla via, la fecero a pezzi, gridando: Abbasso i preti!

Quindi si portarono al Circolo agricolo, s'impossessarono della bandiera e via di corsa gridando: Abbasso i dazi!'


La forza sbandata della folla!

La folla, sempre ingrossando, si recò al Circolo dei civili a chiedere la bandiera. S'impegnò una colluttazione; ma dopo aver rotto i vetri, ottenne la bandiera e si recò nella sede dell'Unione popolare, ove trovò schierata una compagnia di soldati con a capo il delegato Franco.

Il popolo, vistosi ostruito il passo, impegnò una lotta con i soldati e ad onta degli squilli suonati, prese d'assalto il circolo, ruppe i vetri, i tavoli e le sedie e si impossessò della bandiera.


Un casotto bruciato!

Quindi, sempre di corsa i dimostranti si diressero al casotto daziario dello Scialandro che assaltarono rompendo pochi mobili ivi esistenti, abbatterono lo stemma e ruppero le tegole.

Sopraggiunti i soldati, s’impegnò un nuovo pugilato ed una fitta sassaiuola tra popoli e soldati, ove rimasero feriti di baionetta i cittadini Antonio Lazzaro, inteso Porco; Nicolò Proto ed altri di cui non si conoscono le generalità.

Sbarrato il passo si avviarono per la volta del casotto daziario Salice. Ivi giunti, trovata chiusa la porta scoperchiarono il tetto. A questo punto partì un colpo di fucile, che dicesi abbia ferito certo Franco Francesco di Giovanni.

Rotti i pochi mobili esistenti nel casotto i dimostranti si incamminarono per la volta dei casotti daziari San Nicolò, Lo Vecchio, Stazione ed altri, incendiando tutto quanto loro si presentava e gridando: Abbasso i romani! abbasso i dazi!

In questo momento perdura ancora l’agitazione ed il popolo can le bandiere per­corre le vie del paese, gridando: abbasso i dazi; non vogliamo più barriere dazia­rie!
Il delegato ha chiesto rinforzi, temendosi altri disordini.»

 

Un altro articolo sempre a firma di Veritas (datato 9 Gennaio) pubblicato il giorno 11 dal “Corriere di Catania” così integrava e commentava l’accaduto:

«Conseguenze e responsabilità dei vandalici moti popolari

Bronte, 9 (Veritas) II paese è sotto l’impressione incresciosa dei modi vandalici dei quali vi scrissi nella mia precedente.

Il popolo in preda all'ira brutale e sanguinaria, seguì la manifestazione fino le ore 21, lasciato in completa libertà dai funzionari di P. S.. Smise di tumultuare e di distruggere solo quando tutti i casotti daziari furono distrutti e bruciati tutti i mobili e le poche masserizie che ivi si trovavano.

I feriti finora conosciuti sono circa otto, ma ancora non si sa il numero preciso, stante che la maggior parte dei dimostranti, temendo di essere arrestati, si diedero alla latitanza.

Questa notte si sono operati circa 15 arresti, ma se ne prevedono molti altri.

Il contegno della forza pubblica mancò di attività; il delegato che aveva saputo della manifestazione da farsi, aveva tutto il tempo possibile di prevenirla ed invece di allineare sotto la casa del sindaco i pochi soldati avrebbe dovuto tutelare i casotti daziari, che erano i locali presi d'occhio dal popolo tumultuante.

Si deplora il contegno provocatore del delegato che affrontò con la rivoltella in mano il popolo volendogli togliere una bandiera, mentre una di esse fu dal delegato stesso data, motivo per cui la fitta sassaiuola e la carica alla baionette ordinate ai soldati sul popolo. Si lode il carattere pacifico del maresciallo dei carabinieri.

Ha indignato molto il procedere di certi funzionari mezze coscienze, che vogliono mettere in giro la voce che sobillatori furono i capi del partito democratico in genere ed il Circolo democratico liberale in ispecie, quando la loro missione, con soddisfazione di tutta la cittadinanza, è quella di trovare i veri sobillatori, darli in potere alla giustizia; e questi siamo certi che si troveranno, se si avrà cura di fare una severa corretta istruttoria, lontana dal fallaci rapporti della P. S., si troveranno facilmente se si riguarderanno chi furono i capi dimostranti di ieri.

Oggi partirono alla volta di Bronte 50 soldati e 20 carabinieri, oltre al vice pretore per procedere ad un’inchiesta. L'avv. Saitta appena informato dei fatti, si è recato a Bronte.»


Gli interrogativi del "Corriere di Catania"

Tre settimane dopo il “Corriere di Catania” tornava ancora sui Fatti dell'8 Gennaio con un lungo articolo nel quale puntualizzava le responsabilità anche politiche dell’accaduto. sindaco dell'epoca era il Pace De Luca Vincenzo:

«Ancora sui moti popolari di Bronte

[…] Ora si domanda: Se queste voci non erano un mistero per nessuno, se dal Sindaco si recarono commissioni di macellai, di caprai e di contadini che volevano essere illuminati nelle pretese dei nuovi appaltatori; come va che il Sindaco, poco curandosi di questo movimento nulla disse e nulla fece per dichiarare erronee quelle voci messe in giro?
Per quali ragioni il detto sindaco che aveva lo stretto obbligo di cooperarsi a calmare gli animi ed a mettere la pace nel paese, alla vigilia dell'8 gennaio partì per Catania e tornò in paese quando già i moti vandalici erano cominciati?

Perchè il sindaco appena tornato da Catania non credette conveniente e dovero­so presentarsi al popolo tumultuante per fargli comprendere che quanto gli era stato insinuato era falso?

Il sindaco, invece preferì andarsi a barricare in casa e farsi guardare dai pochi soldati che si trovavano in paese, dando agio al popolino di tumultuare libera­mente senza ostacolo di sorta ed incendiare i casotti daziari.

Perchè il delegato di P. S. Franco, che pure non ignorava l'agitazione creatosi nel paese, non fece primo di domenica venire in Bronte un buon nucleo di forza pubblica che avrebbe certamente messo i facinorosi nella impossibilità di nuocere?

Perchè il detto delegato Franco invece di mettere quei pochi soldati a custodia della casa del sindaco e della propria, non curò di piantonarne i casotti daziari per impedirne la distruzione? [...]»

(Corriere di Catania, anno XXXIII, n. 22 del 22 Gennaio 1911. All'epoca dirigeva il giornale catanese l'On. Giuseppe De Felice Giuffrida)

Una scolaresca brontese nel 1905

Scolari nel 1905

Tre ore di anarchia a Bronte

«L'ASSENZA DELLE AUTORITA'

Ragazzi che bruciano adulti che guardano

Sono giunto a Bronte 24 ore dopo i disordini. Il Paese era tranquil­lo. Le strade spopolate o quasi. Solo, qua e là, un piccolo capan­nello di uomini dall'ampio tabarro azzurro e qualche donna sgat­taiolante, accucciata nei poetici orientali manti bianchi. Qualche pattugliane rinforzato di carabinieri e soldati è l'unico segno este­riore dei disordini.

La poca gente che è per la strada parla sommessa, quasi abbia paura di far sapere la parte presa nel fattaccio, il quale, però, do­po una rapida inchiesta che ho potuto compiere è ridotto a mitis­sime proporzioni; ma certo non per volontà o capacità delle auto­rità. Perché, a dire il vero, una buona parte di quello, che, avvenne è dovuto alla incuria delle autorità locali.

La storia che diede origine ai disordini è breve. Fino a qualche tempo addietro i dazi di Bronte erano appaltati a una ditta locale per 65 mila lire circa all’anno. Poco tempo fa, in seguito ad asta pubblica, vennero concessi alla ditta Scaramella Manetti per la somma di 81 mila lire. La nuova ditta, entrando in possesso, ma­nifestò l'idea di emettere, come per legge, le bollette di alleva­mento.

Questa notizia, conosciuta dai contadini, fu ritenuta, per equivoco una nuova tassa sul bestiame e destò le ire generali, tanto che una commissione si recò dal delegato per ottenere dei provvedi­menti per evitare la pretesa iattura, provvedimenti che sarebbero venuti favorevoli, perchè, come mi ha riferito una persona al cor­rente dei fatti, se il se il sindaco avesse avvertiti i concessionari che per il passa non erano state emesse le bollette di alleva­mento, avrebbe messa a tacere la pratica relativa.

Il più grosso rancore covò nel grezzo animo dei contadini, che nei nostri centri, non sono istruiti e che, specialmente a Bronte vanta­no nelle loro tradizioni la famosa insurrezione antitaliana, scop­piata al grido di classe: A morte i cappelli, nel 1860.

(…) Non ci fu un uomo di coraggio che osasse arringare quegli sconsigliati e metterli sulla diritta via! Un esaltato, avrebbe potuto far bruciare quei cervelli pazzi, far rizzare le barricate e massa­crare tutto un paese: non sarebbe neanche accorso un cane alla difesa. Tanto vero che, come mi hanno dichiarato parecchi signo­ri, appena ebbero notizia delle proporzioni assunte dal movimento, corsero a barricarsi in casa e a preparare le armi, per non essere colti alla sprovvista, come al 1860.

Il sindaco e gli assessori preferirono rimanere in casa: la loro pa­rola sarebbe bastata a sedare il tumulto.
Solo stamane, l'avv. Saitta Vincenzo, appena saputo a Catania il fatto, corse col primo treno utile per portare la sua parola di pace e la sua autorità di cittadino di consigliere, di galantuomo. (…)»

(Corriere di Catania, anno XXXIII n. 11 del 11 Gennaio 1911)

 

 

Ancora per i tumulti dell'8 gennaio

Bronte, 10 (Veritas) - Ieri, col treno 13 giunse in mezzo a noi il sim­patico amico avv. Saitta, il quale, subito arrivato, si accinse ad ese­guire, un'accurata inchiesta, sulle cause che diedero origine ai dolo­rosi fatti dell'altro ieri e da voi ampiamente riportati. Qui perdura ancora; l'incresciosa impressione dei dolorosi fatti. E' arrivato, il vice questore, il vice commissario Gueli, 20 carabinieri ed una compa­gnia di soldati; il giudice istruttore avv. Chiurazzi.


I danni, gli arresti, i feriti ed... il sindaco

I danni cagionati si calcolano ad oltre L. 2000. Fra gli arrestati si tro­vano: Cutrona Agostino, sensale; Mariano Croce, murifabbro; Reale Giuseppe; Noboli Luigi: Carroccio Giuseppe; Prato Giuseppe, Petra­lia Salvatore di Salvatore; Bonaccorso Nunzio; Capizzi Francesco, Martellino Nunzio Scigano, contadini. Fra gli arrestati c'è anche una donna, certa Pappalardo Giuseppa. Gli altri sì son resi uccelli di bosco.

Tra i feriti v'è Catania Salvatore, ferito d'arma da fuoco. Si dice che sia rimasto cieco d'un occhio.

Il paese protesta contro il contegno del sindaco Pace che, non ebbe altra premura che quella di nascondersi bene quando in quel pazzo subbuglio una parola del capo… del paese poteva essere di conforto ed apportatrice di pace. (…)»

 

La versione dei fatti raccontata da un altro giornale

Il "Giornale di Sicilia" del 11-12 Gennaio 1911 (anno LI, n. 11), chia­ramente schierato a favore dell’amministrazione comunale e del sin­daco dell’epoca Pace De Luca Vincenzo, la volse “in politi­ca” affer­mando, in un articolo non firmato, che “taluni tornacon­tisti” (i consi­glieri d’opposizione, ndr) furono la causa dei tumulti quando «pentiti del patriottico concorso prestato, (l’approvazione insieme alla mag­gioranza della deliberazione consiliare del 5 novembre 1910 che aumentava alcuni dazi e ne istituiva altri, ndr) Avv. Luigi Castiglionedal quale speravano di trarre chi sa quali frutti, si diedero ad una attiva campagna contro la ammini­strazione.»

Il Giornale di Sicilia, naturalmente, fu costretto a pubblicare alcuni giorni dopo la vivace smentita dei consiglieri d’oppo­sizione (avv. Luigi Castiglione (foto a destra), avv. Sait­ta Vincenzo Luca, notaro Leone Cimbali e Francesco Cimbali, dottor Nicolò Gri­sley, Gabriele Liuzzo, farmacista Igna­zio Cannata, avv. Serafino Venia e Schilirò Carmelo) che, nel richiedere al Sindaco Pace la convoca­zione urgente del Consi­glio comunale, respin­gevano sde­gnosi l’insinuazione del giornale affermando:

«Respingiamo la calunniosa affermazione ed invitiamo il corri­spondente a svelarsi, assumendo fin d’ora formale impegno che gli concederemo la più ampia facol­tà di prova intorno ai fatti che pretende rimproverarci». Ed augu­randosi, infine, che le autorità tutorie trovassero il tempo di pen­sare «…una buona volta, alle sorti di questo disgraziato paese, abbandonato completamente in mano di gente incapace e priva di qualsiasi affetto ed amor pa­trio».


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