Alla sua missione di maestro e di educatore dedicò tutta la sua vita
Giuseppe Salanitri Padre Giuseppe Salanitri è nato a Bronte il 19 Agosto 1874. Compì gli studi ginnasiali nel Collegio fondato da Ignazio Capizzi e, successivamente, nel Seminario di Catania dove venne ordinato sacerdote nel 1897 dal card. Nava. Generoso e sensibile di animo, vero educatore, dedicò la sua vita alla formazione cristiana dei giovani (iniziando subito dopo l’ordinazione, nel 1898, a fondare un oratorio festivo a loro dedicato) ed alle opere assistenziali gestendo un circolo che, in un periodo di particolari difficoltà economiche, assicurava minestra calda e pane per i più poveri e bisognosi. Nel 1915 lascia Bronte per adempiere al servizio militare (venne impiegato inizialmente a Palermo presso la 12ma Compagnia di Sanità e, per i suoi atti, gli venne conferita una medaglia di bronzo al valore militare). Finita la guerra, nel 1919, torna nel suo paese e, spirito combattivo ed ardente, prende parte attiva nell'attività sociale e politica. Più volte consigliere comunale di minoranza (negli anni dal 1906 al 1922) fu il fondatore, insieme ad altri, della sezione del Partito Popolare di Bronte. Nel 1920 è presidente della Cassa Agricola Nicola Spedalieri, una piccolo istituto di credito fondato nel 1913 diretto in particolare ai bisogni dei contadini brontesi oppressi in maniera scandalosa dagli usurai. Ma l'attività politica fu una breve parentesi. La sua missione ed il suo ruolo precipuo erano, infatti, quelli di educatore e di maestro ed a questi dedicò tutta la sua vita. Fu uno degli animatori principali dell’ Azione Cattolica, promuovendo anche iniziative sociali a favore di giovani e dei poveri. Ma l’opera sua prestigiosa rimane il Piccolo Seminario da lui voluto, su sollecitazione del cardinale Nava, nel 1919 e che costruì soprattutto con i proventi del suo patrimonio familiare. Nel piccolo istituto, che resta ancora la sua opera vivente, moltissimi giovani brontesi, in tempi in cui andare a scuola era un lusso di pochi, hanno avuto la possibilità e la fortuna di poter accedere agli studi. Tantissimi anche i sacerdoti ed i missionari (oltre un centinaio) che nel Piccolo seminario hanno trovato la loro vocazione ecclesiastica. Padre Salanitri è morto il 30 Luglio 1953 e riposa nella chiesa della Catena, da lui retta ininterrottamente per 50 anni e dove le sue spoglie sono state traslate nel 1960.
Padre Salanitri nel ricordo di due suoi alunni
Sacerdoti da ricordare Il sogno pastorale Padre Salanitri riuscì a realizzare il progetto di fondare a Bronte un piccolo seminario, che tanti preti avrebbe dato alla Chiesa etnea I ragazzi di scuola a volte mi chiedono: come mai s'è fatto prete? E come non avrei potuto - rispondo - dopo aver incontrato i preti della mia infanzia? I preti del paese, Bronte, che mi fu seconda patria dopo l'emigrazione della mia famiglia da Tortorici. Di tutti, dai più ai meno noti, mi edificava il loro celebrare messa. Ma soprattutto erano per me una finestra per la quale mi giungeva e respiravo l'aria del soprannaturale, del trascendente. Preti dai volti diversi ma tutti rassicuranti per un bambino timido, qual ero, e teso nello sforzo di integrarmi nella nuova comunità che mi ospitava. Così m'apparve anche il volto di padre Giuseppe Salanitri, di quell'uomo dalla corporatura alta, massiccia e al tempo stesso ieratica, quando egli, negli ultimi anni di vita, seduto sotto il glicine che si ramificava su per le pareti del cortiletto del piccolo seminario, osservava sorridente e col capo oscillante i suoi piccoli seminaristi che si rincorrevano e schiamazzavano, nell'ora di ricreazione. Quante volte lo avvicinai, in quei momenti, per dare sfogo alle mie piccole pene provocate da villanie fattemi da qualche compagno a causa della mia diversa etnia. Allora notavo come tutta la mia pena si trasferiva sul volto di quel vecchio, anzi in lui sembrava ingrandirsi a misura stessa della sua gigantesca statura e Padre Salanitri apparve ai miei occhi di piccolo adolescente un vindice cavaliere di giustizia. Non ho altri ricordi personali. L'ho conosciuto, infatti, quando, oramai, di salute malferma, limitava le sue apparizioni in seminario e aveva affidato i suoi ragazzi, pur rimanendo il loro "Padre rettore", alle cure di padre Nino Calanna, suo successore, il quale organizzò dei turni tra noi, piccoli seminaristi, perché lo andassimo a trovare per tenergli un po' di compagnia da lui gradita più di ogni altra cosa. Le notizie biografiche in mio possesso sono poche e , tuttavia, essenziali e quanto mai interessanti. A sedici anni, era il 19 agosto 1874, dopo aver completato gli studi ginnasiali nel Collegio Capizzi, sollecitato dai genitori a decidersi circa i futuri orientamenti negli studi, manifestò alla famiglia il suo segreto: l'intenzione di entrare in seminario. Il padre rimase sorpreso. La mamma scoppiò in lacrime. Ma non di dispiacere. Anche lei, in quella circostanza, ebbe un segreto da rivelare: dal giorno del matrimonio aveva pregato e digiunato ogni sabato, per ottenere dalla Madonna il dono di un figlio sacerdote! Continuò il suo digiuno sabbatico fino al 18 dicembre 1897 quando poté baciare le mani consacrate del figlio. Il nuovo sacerdote fu travolto, come in un vortice, da tre grandi amori: l'amore verso un Dio vivente, silenzioso nell'Eucarestia; l'amore verso la Chiesa; l'amore, il "misereor super turbam", verso, soprattutto, i più deboli. Da quest'ultimo amore sgorgarono le sue numerose attività in opere assistenziali. In tempi di quasi carestia, presso i locali della chiesa Maria Santissima della Catena, assicurò, ogni giorno, una minestra calda e pane a sufficienza agli indigenti del paese. Insieme, poi, ad altri confratelli intraprese in favore dei ceti poveri la lotta contro l'usura contrastandola efficacemente con la fondazione di una "Banca mutua popolare", di cui nel 1920 fu presidente. Questo amore lo spinse anche a impegnarsi nella vita sociale e a rimboccarsi le maniche in politica. Assieme ad altri due confratelli fu consigliere comunale di minoranza al Comune. Ma l'opera dei tre sacerdoti fu talmente efficiente che la popolazione nelle nuove elezioni diede alla loro corrente, il partito "Popolare", sia i seggi della maggioranza che quelli della minoranza. In questo campo, tuttavia, il ruolo di padre Salanitri fu solo di temporanea supplenza. Il sogno pastorale suo era ben altro. Era quello che scaturiva dai due grandi amori verso l'Eucarestia e verso la Chiesa: la fondazione in Bronte di un piccolo seminario, opera che stava tanto a cuore, anche, al Card. Francica Nava. Seminario da lui sognato in quei momenti di angustie sofferte al pensiero che Bronte dal 1906, e lo sarebbe stato per 25 lunghi anni, non conosceva più un'ordinazione sacerdotale. Seminario voluto per un crescente amore verso la Chiesa presa di mira, allora, anche nella sua cittadina, dai livori della massoneria e dai rigurgiti dell'anticlericalismo. Seminario costruito e sostenuto maggiormente con i proventi del suo patrimonio familiare. Così al posto delle tante catapecchie esistenti all'ombra della Chiesa Maria SS. della Catena sorsero, al suo ritorno dalla guerra 1915-18, i locali del piccolo seminario di Bronte che, nell'agosto del 1919, aprì le sue porte ai primi ragazzi. Piccolo seminario. Piccolo perché destinato ad accogliere piccoli adolescenti, ma altrettanto piccolo come costruzione. Seminarietto architettonicamente umile, povero. Eppure ...meraviglioso e fecondo vivaio di vite sacerdotali. Alla sua morte, infatti, avvenuta il 30 luglio 1953, all'età di 79 anni, il padre Salanitri, con le ultime sacre ordinazioni avvenute poco più di un mese prima, l'11.06.53, aveva già dato alla Chiesa cinquanta sacerdoti, compresi i 14 ragazzi passati dall'oratorio festivo, da lui aperto prima del piccolo seminario, agli ordini religiosi. E dopo la sua morte, con lo stesso ritmo, oltre cinquanta ordinazioni sarebbero maturate nel succedersi degli anni. Ricordare padre Giuseppe Salanitri nel cinquantesimo della sua morte è come assolvere un debito verso il patrimonio storico della Diocesi. Ma è anche un ubbidire all'invito evangelico di porre la luce sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa (Mt 5,15). [L'articolo, a firma di mons. Nunzio Galati, nato a Tortorici, parroco di Maniace dal 1967, è stato tratto dal settimanale cattolico regionale d’attualità "Prospettive" del 14 Dicembre 2003] Ricordo di Padre Salanitri
Così lo ricordava nel 1974, centenario della sua nascita, il prof. mons. Antonino Minissale: «Ho conosciuto Padre Salanitri nella sua vecchiaia, durante gli ultimi dieci anni della sua vita, perciò all'ingrosso dal 1943 al 1953. Cominciai infatti a frequentare il Piccolo Seminario subito dopo i bombardamenti, nell'anno scolastico 1943-44, per farvi la quarta elementare. Lo ricordo ora, perciò, come l'ho conosciuto da ragazzo, ma la sua memoria la inquadro nella mia esperienza successiva, e nella nostra epoca diversa da quella in cui lui visse. Il suo fisico dava già un'idea adeguata del suo carattere. Un uomo alto, sostenuto, vigoroso, solido, ma, nello stesso tempo, dolce e flessibile. L'espressione del suo volto, dei suoi occhi soprattutto, era quella di un uomo concentrato e deciso, ma insieme tranquillo e disteso. Aveva un tratto di signorilità connaturata e di bonarietà spontanea, di solennità e di semplicità. Il suo viso, solcato da rughe, era abbondante, pieno fin sotto il mento, e dava così l'idea di un uomo che si sente a suo agio, e che è capace di mettere gli altri a proprio agio. Qualche volta si faceva tagliare i bianchi capelli lasciando solo un ciuffetto irsuto e ribelle, che gli conferiva un'aria indomita, vivace e perfino sbarazzina. Portava con sé una lucida ed antica tabacchiera d'argento, da cui estraeva con estrema naturalezza e con compiacimento, ad intermittenza piuttosto regolare quella polverina giallo-oscuro che qualche volta lo faceva starnutire. (…) Spesso amava intrattenerci in piccolo gruppo, raccontandoci le sue vicende passate. E proprio in queste chiacchierate senza contagocce che rivedo Padre Salnitri nel suo ruolo precipuo di educatore e di maestro. (…) Visse praticamente sempre a Bronte, tranne che per il periodo degli studi al Seminario di Catania, per il servizio militare e per qualche raro viaggio di cui conservava dei vivi ricordi. La storia di Bronte, spicciola e meno spicciola, l'ha vissuta in prima persona, con dedizione e con un senso di partecipazione e di appartenenza tale che gli consentiva poi, fra l'altro, da capire le varie situazioni familiari dei suoi ragazzi. (…) Forse non lo si può chiamare un intellettuale, e certamente non uno studioso. Però era un uomo che sapeva leggere i suoi libri, che percepiva i fermenti del suo tempo, e che viveva di idee rapportate costantemente alla vita».
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